20.03.2003 - tentativo all'Haas-Acitelli

Gran Sasso d'Italia, Corno Grande, Vetta Orientale: Stefano Imperatori in discesa nella prima parte del canale durante il tentativo



Per l’intera settimana ho vissuto come con un piede dentro uno scarpone da sci. I continui controlli delle previsioni meteo si sono alternati agli scambi telefonici con Stefano, sullo sfondo di una tensione nervosa spasmodica e inestinguibile. Di solito riacquisto rapidamente il peso perduto nel fine settimana: questa volta invece continuo a perdere peso. So che sto consumando una quantità mostruosa di energie con il solo nervosismo, e non è un bene: in questo modo mi posso indebolire e arrivare al momento della prova in condizioni non ottimali.

Mi viene da pensare che questa impresa, comunque si risolva, sarà un disastro per la mia serenità. Se non ce la faremo, mi resterà un amaro in bocca e una insoddisfazione che difficilmente riuscirò ad estinguere. Se ce la faremo, l’avventura porterà con se una breve, intensissima euforia che si lascerà dietro poi un vuoto incolmabile, una voglia impossibile di momenti altrettanto intensi.

C’è un clima da ultima spiaggia. Aspettiamo il rialzo termico come una catastrofe, e mercoledì mattina dopo una furiosa telefonata senza fine durante la quale la decisione "definitiva" viene presa e subito smentita almeno quattro volte, con addosso la paura dell'aumento di temperatura rinunciamo ad un tentativo che avevamo ipotizzato per giovedì. Ma la temperature rialza lentamente e il tempo resta splendido, mi pentito quasi subito della decisione presa e ho l’impressione di avere perso l’unica occasione possibile. Mentalmente, rimetto tutto in ballo per il venerdì, ma le previsioni giovedì mattina sono brutte e rinuncio anche a chiamare Stefano. Invece, i meteorologi hanno sbagliato e sbagliano ancora. Alla fine è chiaro che la perturbazione prevista arriverà in ritardo e sarà debole. Siamo a venerdì mattina. La consultazione telefonica stavolta è breve. Si parte.

Esco dall’ufficio subito dopo pranzo. Non sono stata in grado di combinare niente oltre che guardare e riguardare siti meteo di tutte le razze, cercando di leggere anche tra le righe. Alla fine ho chiesto a Ezio l’intervento del mago Arcangelo: lui sì che sa leggere tra le righe e interpretare le previsioni! Quando lo richiamo, Ezio mi dice che la perturbazione scivolerà verso sud lungo il versante tirrenico: <<Vai… se sei carica, vai!>>.
E allora andiamo. In autostrada, in questo pallido pomeriggio che sembra estivo, sotto un cielo sabbioso col termometro che declama cifre che vorrei non vedere. Faccio fatica ad infilarmi i pantaloni da sci, a Fonte Cerreto, per quanto fa caldo.
Con calma rifacciamo gli zaini, alle 17:00 la funivia ci porta su e si ferma per la notte. Poi, apparteniamo a Campo Imperatore.

L’ostello è popolato solo da chi ci vive e ci lavora. Gentilmente distratti ci filano poco, come se nulla importasse poi molto. C’è un televisore acceso, siamo in orario per le previsioni che ci confermano che il tempo tiene. Fuori delle vetrate che guardano la valle, si vede verso l’ovest, dove ancora stagna l’ultima tenue luce dell’imbrunire, un cielo livido di terra grigia, carico di minaccia. Ma spunta pallidamente qualche stella mentre fuori della porta la neve già indurisce.

Il tempo per la cena passa in questa attesa pazzesca in cui tutto mi sembra irreale e frutto di un sogno: un sogno strano di quelli in cui ti muovi in una realtà che appare trasfigurata e piena di oggetti assurdi, incongrui, che non fanno parte della vita quotidiana (così un po’ è l'ostello, dove ambienti che sembrano appartenere ad una sorta di antiquariato industriale si riempiono di oggetti comuni, o confinano con spazi che ricordano più tipicamente un rifugio); un sogno intrigante, come capita di farne, talvolta, di quelli che non mettono paura ma solo una inquietudine sottile, e sognando si prova l'inconfondibile timore che il sogno potrebbe tutto a un tratto trasformarsi in incubo.

Quanti anni sono che non vivo più una vigilia del genere: ora di nuovo sarà come una volta, la serata lenta e concentrata in rifugio, la notte breve poi la fatica della partenza notturna verso l’incerto di un’avventura di cui non so cogliere le dimensioni. Come prima delle salite più impegnative, torna la sensazione di essermi messa in qualcosa più grosso di me. Domani. Domani sarò in cima al canale con gli sci ai piedi e saprò. Vorrei che fosse ora. Ma l’ora che c’è prima del domani è ancora lungo e quel che temo di più è il tempo, e assieme lo spazio, del duro avvicinamento, che mi sembreranno come dilatati. Intanto, c’è questa serata sospesa in questo posto strano che è stato un tempo la stazione a monte di una funivia ed è adesso un rifugio che ad un rifugio poco assomiglia, dove vengono a mangiare gli uomini degli impianti che hanno terminato di battere le piste e gli uomini dell’Osservatorio, forse subito prima di mettersi a guardare le stelle. Non più di sei o sette persone, compreso il personale dell’ostello, tutti allo stesso tavolo.

Stefano ha una bella foto del canale, presa da un vecchio numero della rivista del CAI. Ci siamo scambiati la comune impressione che possa convenire tracciare una variante a sinistra verso i pendii che calano dalla Sivitilli, per evitare il lungo e stretto budello che passa accanto al pinnacolo roccioso a circa metà parete. Ho avuto questa sensazione guardando il canale da lontano, dalla strada che sale da S.Stefano. Ora, osservando la foto, i salti per riagguantare la rampa nevosa sottostante mi sembrano alti, complicati. Mi illudo invece che nel cunicolo sia almeno possibile derapare. Sudiamo molto la foto, ma poi alla fine una sola cosa è chiara: l’intera discesa, fatta in questo modo senza una ricognizione, si presenta come una infinita sequenza di incognite. Un salto nel buio, penso.

Stelle. Pallide ma ci sono. Lontano, un gatto ancora lavora e la sua luce percorre una collina. La pozza d’acqua in cui Stefano ha inavvertitamente infilato un piede arrivando ora è gelata: bene, allora la neve sta tirando davvero. Sto fuori appena un attimo, per controllare il cielo e la neve ancora una volta: " Fa freddo sulla torre, o è l'età mia malata"…

Ci siamo sistemati nella camera al secondo piano. Tutto il settore delle camere è caldissimo, siamo soli e ci mettiamo a letto lasciando aperta la porta. Poco più tardi arriva qualcuno in una stanza di fronte. Mi sveglio qualche volta, ma in fondo non fatico molto a sprofondare di nuovo nell'incoscienza.

La sveglia suona alle 3:30. Sono subito cosciente, attiva. Ho in testa una canzone dei Queen… i Queen, i campioni, i campioni del mondo, con quell’aria perenne di celebrazione collettiva della vittoria… un buon modo per svegliarsi, per darsi la carica. Quanto tempo è passato dalle partenze di una volta, quanto sono cambiata… non riuscivo a spiccicare una parola, stanotte mi va persino di scherzare.

La colazione è pronta dentro un grande thermos. Antonio dell’ostello, che non ci filava affatto e si sarebbe potuto scommettere che avrebbe dimenticato la nostra colazione, è stato invece preciso e generoso. Sul banco del bar ci sono crostate e cornetti in abbondanza a nostra disposizione e il thermos è colmo di caffè latte. Non ha neanche voluto che pagassimo, ci penseremo al ritorno, ha detto. Chissà se dovremo risalire in funivia… mi spaventa il traverso per Vado di Corno e ho meditato di fuggire dal sentiero che scende dal D’Arcangelo. Se andrà bene, se scenderemo… se…

Non riesco a mangiare che un cornetto ma bevo tantissimo caffè latte. Normalmente il mio thermos pieno mi sostiene per tutta la giornata. Ho lo stomaco del tutto chiuso, lo stress supera ogni plausibile livello di sopportazione. Tutto quello che sta succedendo mi sembra immaginario, al confine tre l’irrealtà e l’incubo. E pure è per mia volontà che sono qui.

Con qualche difficoltà e un po’ di rumore ho aperto i tanti catenacci della grande porta dal lato della funivia, per essere liberi. Poi usciamo nella notte e la riaccostiamo il meglio possibile dall’esterno. Calziamo subito i ramponi, leghiamo gli sci poi alla luce delle frontali voltiamo le spalle al rifugio.

Provo a muovermi veloce, dietro a Stefano. In capo a pochi minuti la fatica si fa assurda e mi sommerge un violento senso di nausea. Rallento un poco e cerco di respirare. A quest’ora evidentemente avrei bisogno di una partenza più graduale ma non c’è tempo per il riscaldamento. Oltre allo sforzo poi, è la tensione assurda che mi impedisce di digerire la colazione. Quasi non riesco a respirare. Non c’è verso di calmarsi e vorrei poter annullare l’enorme distanza che dobbiamo percorrere e questa pazzesca terribile attesa. Invece, il traverso del sentiero geologico sembra interminabile, certo non sarebbe stato il caso di farlo sci ai piedi di notte, ma camminare mi costa molta più fatica e la nausea a tratti è appena controllabile. Finalmente il traverso finisce e guadagnamo la sella. Va un po’ meglio, qui camminare è meno faticoso, ma la tensione resta, distruttiva, snervante.

Schiarisce. Un’infinità di passi più tardi, un sole uscito da chissà dove tinge d’arancio il Corvo e il Cefalone. Il colore caldo immediatamente steso sui pendii mi fa subito pensare alla calura che già molla la neve dentro al nostro canale.

Alla fine siamo in cima. Siamo in ritardo, ne abbiamo accumulato un poco in partenza ed altro poi per gli zaini più carichi e il mio poco fiato. Il tempo che avevamo previsto era risicato per le mie possibilità. Stefano è molto più veloce di me in salita, io lo sono in discesa. Questo è un lato debole della nostra squadra in quanto finiamo per accumulare ritardi sia in salita che in discesa. E’ così e non ci si può fare nulla, tranne forse partire un paio d’ore prima.

Per il resto, il rapporto con Stefano in montagna mi sembra perfetto. Poche volte nei miei anni di alpinismo ho avuto un vero compagno di cordata, e tutte le volte questo si è tradotto in un salto in avanti nella complessità e prestigio degli obiettivi realizzati. Le tante altre "società" che ho formato sul comune scopo di arrampicare in montagna, si sono trascinate alla meglio e si sono sciolte presto. Un compagno di cordata è una persona di cui ti fidi come di te stesso e con cui hai in montagna un rapporto il più possibile alla pari, ma tutto questo non basta ancora. Ci vuole molta terra comune perché il sodalizio funzioni davvero, perché si continui a stare bene assieme, e non solo a sopportarsi, in certe situazioni di stress e di tensione. Mi viene per esempio in mente che abbiamo avuto, io e Stefano, lo stesso modo di rimanere come incantati di fronte allo sprofondo del canale, davanti a quell’ambiente completamente ostile ma di una grandiosa bellezza.

Ci tuffiamo nell’ombra del Calderone. Scio per scendere. Registro i cambiamenti avvenuti in una settimana. Il ghiacciaio è molto tracciato e assolutamente non pericoloso. Siamo senza arva e pala: quel peso almeno, andava risparmiato. Ne abbiamo parlato, io ero per lasciarli e così abbiamo fatto. L’inutilità di tali oggetti nei confronti di una frana dentro un canale ripido mi sembra palese.

Ora si riprende a salire. Sulla cresta almeno occorre attenzione e il nervosismo si allenta un poco. Finalmente anche l’Orientale è raggiunta, e in pochi minuti siamo giù, all'attacco. La forcella è larga e assolata, un magnifico balcone dove rifocillarsi e prepararsi. Non riesco ora a percepirne in modo cosciente la bellezza, che pure mi rimane dentro, intensamente. La forcella è comoda e sicura, ma non è altro che un avamposto: la lasceremo e saremo in guerra. Mi sforzo di ingoiare qualche mandorla. Sono circa le 8:30.

 

La neve forma un bordo molto ripido, non è proprio una cornice, solo un impennamento del canale. Sotto, il canale fugge via verso una profondità che mi appare insondabile. La base in effetti non si vede, da qualche parte gli scivoli si congiungono coi pendii che scendono da M.Aquila. Sto sul bordo e cerco di saggiare la neve, cerco di arrotondare lo spigolo per mettere in piano gli sci sul pendio. Finalmente riesco a sagomare l’ingresso nel canale. Superare quel bordo è un atto estremo, un tagliare i ponti, e mi lascia dentro una sensazione indescrivibile, un insieme di emozioni violente che riemergeranno solo in seguito: in quel momento la concentrazione è totale, non c’è niente altro. Sopravvivere.

Sotto le lamine gratta una neve granellosa e ancora molto dura. Mi passa in mente il pensiero "forse bisognava aspettare un po’…", ma lo scaccio subito. Derapo, poi salto. Niente c’è di irrevocabile, in fondo, nel partire per una discesa estrema: solo ogni singolo salto, lo è.

La neve tiene, si può sciare. Ma il canale subito si strozza. Mi infilo nella strozzatura sottovalutandola, scalino un poco e mi rendo conto che è molto ripida e il pendio è leggermente concavo. Scalinare è faticoso, le gambe si stancano molto. Estraggo la piccozza dalla spalla e continuo tenendola a monte, mente appoggio a valle i bastoncini, entrambi con le becche montate. Stefano mi chiede da sopra se coi 190 ci passa: devo rispondergli di no, con 175 ci sto appena. So che sarà costretto a togliere e rimettere gli sci con delicate manovre.

Esco dalla strettoia e trovo un piccolo allargamento subito inghiottito da una seconda strozzatura. E’ palesemente peggiore della prima, che già mi ha impegnato a fondo. Mi faccio coraggio.

Il fondo è concavo e gli sci non spianano. Inoltre spesso punte e code toccano la roccia. I Vertical si flettono, si flettono: è un bene che lo facciano, così almeno posso pescare un minimo di appoggio sotto gli scarponi. Sposto la piccozza infilando il manico dentro la neve dura e scendo di qualche gradino. Estrarre la piccozza è ogni volta un gesto che richiede forza ed equilibrio, infilarla di nuovo è ogni volta una scommessa. Uno spostamento mi consente solo pochi gradini. Dopo poco la gamba a valle si tetanizza per lo sforzo. Gli sci appoggiano solo per una piccola parte della lamina, in punta e in coda e si flettono, magnificamente elastici. L'equilibrio è precario. Mi lascio prendere da un attimo di panico. Non devo avere paura… finchè posso infilare il manico dell’attrezzo a fondo nella neve dura, non può succedermi nulla. Ma se dovesse non essere più possibile, se trovassi ghiaccio… se accade, lo affronterò, mi dico. Mi viene l’istinto di assicurare la piccozza all’imbraco, ma prendere la longe con le mani occupate, la piccozza sulla destra, due bastoncini a sinistra, è abbastanza complicato: mi dico che il polso infilato nella dragonne è sufficiente. Ora sono perfettamente calma. Mi riposo di tanto in tanto in equilibrio sullo sci a monte.

Finalmente sono fuori. Un breve spazio dove si può sciare, poi un’altra strettoia, più larga, dove scalino per non spazzare via tutta la neve a Stefano, ma potrei derapare. Sbuco così in un magnifico miracoloso pendio ampio e assolato, dove è un fantastico viaggio curvare sulla pendenza non estrema sospesi sul canale che sprofonda. Sotto di me scivola via lo stretto budello che costeggia un elegante caratteristico pinnacolo roccioso. Mi sembra di ricordare che durante la salita del canale, molti anni fa, superai in uscita un complicato passaggio su un saltino: ora non vedo salti, così mi illudo che la neve lo abbia coperto. E' vero che il tratto del cunicolo che riesco a controllare non può essere percorso con gli sci ai piedi, ma se uno dei due salti che abbiamo programmato è coperto, risparmieremo tempo comunque. Mi prende una vampata di ottimismo, ora ci credo proprio, penso che ce la faremo. Oltre tutto, i pendii che continuano sulla sinistra hanno un aspetto promettente.

Ci ricongiungiamo per consultarci. I pendii portano irrevocabilmente verso sinistra, morbidi, invitanti, e si intravede, più sotto, una rampa nevosa che sembra tornare nel canale. Sarà possibile raggiungerla? Sarà davvero raccordata? Vado in esplorazione gustandomi il piacere di questo tratto aperto finchè devo rallentare e farmi cauta, sopra a dei salti. La rampa è là sotto, oppure alla mia altezza, poco oltre una crestina scoperta. Traverso con in mente di raggiungere la crestina ma al limite della neve improvvisamente un velo di neve marcia lascia scoperta una lastra di vetro sotto i miei sci. Ghiaccio di fusione! Sento le lamine slittare e fatico a mantenere il controllo degli attrezzi. Una cauta marcia indietro e sono in salvo, ma piuttosto stranita.

 

Succede contemporaneamente. Un rumore sordo come un boato e poi il lungo brontolio. Subito penso ad una scarica sul Paretone, al nostro fianco. Cerco poi di illudermi che sia un aereo, o una festa di paese. Sono ancora troppo occupata sul pendio esposto. <<E’ scesa dal Brandcastello>> brontola Stefano. Non so se vuole essere una rassicurazione o una semplice constatazione. <<Era una valanga?>> Ancora cercavo di illudermi che no. Ma il distacco di fondo ha lasciato un evidente cerchio di prato e la sua inconfondibile scia marroncina. A quest’ora… e il pendio non è ancora andato al sole… Il rialzo termico deve essere feroce, anche se non ce ne accorgiamo.

Tolgo gli sci e infilo i ramponi per provare a raggiungere la crestina a piedi. E' un errore, dovrei tentare con gli sci più in basso, anche se mi avvicino ai salti non è detto che ci sia ghiaccio anche lì. Le punte degli Ande sul ghiaccio di fusione vanno una meraviglia: praticamente rimbalzano. Ho l'impressione che se calcio forte rischio di spaccare tutto e precipitare. Mi sento insicura, non sono affatto concentrata. Non riesco ad estinguere il brontolio della valanga dentro la mia testa. Forse se non avessi visto la slavina di Casale così da vicino, se non fossi quasi rimasta sotto a quella del Gravone, potrei continuare a pensare che le uniche valanghe pericolose sono i lastroni, quando fa freddo, e che poi, tanto, sul ripido, come diceva qualcuno, tutta la neve in più scarica subito…Persino su Free-Rider stava scritto che lo sciatore estremo non corre rischi per le valanghe, a differenza del free.rider, insomma se non avessi esperienze diverse me ne starei tranquilla e mi verrebbe di sicuro in mente che possiamo infilare nel pendio uno di quei due fittoni che abbiamo e fare questo passaggio in sicurezza. Invece penso solo che abbiamo già perso un sacco di tempo a causa delle due strozzature e che questo tratto di canale ci richiederà due ore almeno, se va bene, ma se la rampa non fosse raccordata potremmo avere bisogno di una terza calata e impiegare anche di più, e comunque vada nelle ore più calde ci troveremo ancora dentro al canale, sotto il tiro di tutti questi pendii che ora sono al sole e cuociono rapidamente.

Torno indietro dichiarando che non ci passo. Di sicuro per Stefano il passaggio a piedi è banale, è molto preparato sul misto. Ma anche lui probabilmente ha altri motivi di perplessità, altrimenti penso che prenderebbe l'iniziativa per provare. Propongo di scendere nel budello, per lo meno è una via sicura e descritta da una relazione, e non rischiamo di trovarci in situazioni dalle quali sia poi difficile venire fuori. Risaliamo quasi di corsa per riguadagnare l'ingresso del canalino. Ci rimane il dubbio di cosa ci sia dietro la crestina e inoltre scartiamo la possibilità, sicuramente laboriosa e delicata, di scendere ancora di qualche metro e utilizzare una sporgenza per fare una calata su uno scivolo appoggiato fino alla sottostante rampa. Il tempo che passa è il nostro più gran nemico.

Finalmente sono dentro il canalino e scendo più veloce che posso. Mi pare di intravedere che poco più in basso si riallarga tanto da consentirmi di rimettere gli sci. A un certo punto ne sono certa e mi rincuoro. Cerco di non pensare a come potrà essere, verso mezzogiorno, il fondo di Valle Inferno, quello spazio angusto in testa al primo salto della forra e sotto il tiro incrociato dei pendii e dei canali che scendono dalla Comba, dal Moriggia, dalla sella di Corno Grande e dal versante nord di M.Aquila.

Poco dopo però, mentre mi illudo che presto atterrerò in un tratto più largo, mi ritrovo con sotto i piedi un bel saltino gelato che non ho nessuna voglia di disarrampicare. Sotto, il canale mi sembra troppo stretto ancora per un altro bel tratto, e dire che ne abbiamo già abbastanza di scendere a piedi nel cunicolo. Non siamo venuti qui per questo. Forse, intravedo più giù la partenza della seconda calata, ma sarà vero? L'altimetro segna una quota deprimente, circa 2400 metri: per quanto la pressione possa essersi abbassata da ieri sera, ci sono più o meno 700 metri di canale sotto di noi. Dopo aver preso in considerazione l'idea di piantare un chiodo e scendere, finiamo per confessarci che la cosa non ha senso: il passaggio era di là, a sinistra. Risaliamo.

Si tratta irrevocabilmente di una rinuncia. Ripassando all'altezza del pendio viene per un istante accarezzata l'idea di riprovare, ma è ovvio che se era tardi prima, ora lo è a maggior ragione: abbiamo perso un'altra mezz'ora. L'incertezza sulla possibilità di uscire velocemente dalla rampa è l'ipoteca maggiore.

Triste, lunga risalita. Poche parole, battiamo traccia alternandoci dopo brevi tratti. Fa caldo, si fa fatica. Mi accorgo ora di quanto sia ripido il tratto che abbiamo sciato, neanche per un attimo mi verrebbe di appoggiarmi ai bastoncini da sci come lungo la Direttissima faccio anche nella strettoia. E' una valutazione a occhio, ma molto efficace. Le due strozzature che ho superato con gli sci ai piedi sono ripidi passaggi non banali con pendenza forse superiore a 50°.

Alla fine siamo sotto alla forcella. Qui la neve è molto più bagnata, ormai, e quasi senza fondo, solo con pazienza e fatica riusciamo ad emergere dal pendio e riconquistare lo spazio pianeggiante.

Mentre ci riposiamo e mangiamo qualcosa, ora sì mi accorgo della bellezza del posto. Un magnifico gracchio dal becco giallo e dal piumaggio lucente svolazza attorno a noi e si posa qua e là. E’ un furbacchione, e mentre ignora le bucce d’arancio si precipita sul pezzetto di biscotto che gli tiro. Lo afferra e lo porta altrove, ma presto torna a chiedere cibo. <<Paraculo.>> commenta Stefano. Continuo a tirargli frammenti dei biscotti secchi che a me non vanno e che lui sembra gradire molto.

Qualche telefonata per avvertire che stiamo bene.

Il ritorno. Scendo di nuovo in sci lungo la cresta che, superato un poco di timore scaramantico, mi sembra un gioco, una banalità. Forse però in una settimana si è arrotondata, ha perso il filo. Risaliamo con calma il Calderone, poi il Bissolati è l’unico canale per scendere a quest’ora. In alto la neve regge abbastanza, ma nella parte inferiore è completamente cotta. Facciamo partire slavinette che talvolta si ingrossano minacciosamente. Il canale ci slavina attorno. Pare un gioco. Chissà se lo è davvero. Poi all’uscita taglio verso sinistra su una traccia evidentemente lasciata qualche ora fa, e all’improvviso vengo inghiottita da una terminale sotto le rocce. Restano fuori solo il collo e la testa. Il fatto che ho gli sci mi permette di non precipitare per un altro paio di metri. Mentre con delle contorsioni cerco di sganciare uno sci che è incastrato senza perderlo nel buco, Stefano mi chiede se sto giocando. No, affatto: se fosse stata una giornata diversa, forse l’episodio mi avrebbe almeno un poco spaventato. Finalmente riesco ad estrarre lo sci dal buco e a ribaltarmi fuori.

Scendiamo dalla sella di Monte Aquila tagliando alti verso il tornante della strada, da dove un gentile poliziotto di passaggio con la motoslitta ci traina fino al piazzale. C'è da pagare all'ostello, riprendere la borsa che abbiamo lasciato in camera, poi un po’ storditi dal sonno e dalla disidratazione aspettiamo la funivia in mezzo alla confusione degli sciatori che hanno finito la giornata.

E' un peccato che non ci sia da queste parti un posto dove andare a mangiare fuori orario. Il bar di Fonte Cerreto pian piano si svuota e si sta più tranquilli a chiacchierare. Molte cose personali escono fuori, come capita facilmente dopo aver vissuto assieme esperienze così forti. Non so dentro a quale discorso e in relazione a cosa, Stefano a un certo punto mi chiede se sono cosciente che rischiamo molto. Naturalmente si… ma sono contenta di questa occasione per dirlo apertamente.

Ci siamo lasciati col proposito di vedere come evolve la situazione per decidere se riprovarci. In realtà bastano poche ore di riposo perché il fatto di tentare di nuovo non sia più per niente in dubbio. Lo dimostrano le telefonate che ci scambiamo fin dal giorno successivo e il mio nevrotico controllare la meteo. Sono quindici giorni fa mi importava talmente poco di questo canale, forse neanche credevo seriamente nella possibilità di scenderlo. E' stato un po’ come assaggiare un frutto proibito. Ora sono in attesa, con lo zaino pronto, aspetto, mentre piove, nevica, fa caldo, freddo, e aprile si esibisce in tutta la sua consueta instabilità, aspetto la prossima occasione che solo un oracolo potrebbe dirmi se mi sarà concessa.

 

Primavera 2003

© Germana Maiolatesi