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Per l’intera settimana ho vissuto come con un piede dentro
uno scarpone da sci. I continui controlli delle previsioni
meteo si sono alternati agli scambi telefonici con Stefano,
sullo sfondo di una tensione nervosa spasmodica e inestinguibile.
Di solito riacquisto rapidamente il peso perduto nel fine
settimana: questa volta invece continuo a perdere peso.
So che sto consumando una quantità mostruosa di energie
con il solo nervosismo, e non è un bene: in questo
modo mi posso indebolire e arrivare al momento della prova
in condizioni non ottimali.
Mi viene da pensare che questa impresa, comunque si risolva,
sarà un disastro per la mia serenità. Se non
ce la faremo, mi resterà un amaro in bocca e una
insoddisfazione che difficilmente riuscirò ad estinguere.
Se ce la faremo, l’avventura porterà con se una breve,
intensissima euforia che si lascerà dietro poi un
vuoto incolmabile, una voglia impossibile di momenti altrettanto
intensi.
C’è
un clima da ultima spiaggia. Aspettiamo il rialzo termico
come una catastrofe, e mercoledì mattina dopo una
furiosa telefonata senza fine durante la quale la decisione
"definitiva" viene presa e subito smentita almeno quattro
volte, con addosso la paura dell'aumento di temperatura
rinunciamo ad un tentativo che avevamo ipotizzato per giovedì.
Ma la temperature rialza lentamente e il tempo resta splendido,
mi pentito quasi subito della decisione presa e ho l’impressione
di avere perso l’unica occasione possibile. Mentalmente,
rimetto tutto in ballo per il venerdì, ma le previsioni
giovedì mattina sono brutte e rinuncio anche a chiamare
Stefano. Invece, i meteorologi hanno sbagliato e sbagliano
ancora. Alla fine è chiaro che la perturbazione prevista
arriverà in ritardo e sarà debole. Siamo a
venerdì mattina. La consultazione telefonica stavolta
è breve. Si parte.
Esco
dall’ufficio subito dopo pranzo. Non sono stata in grado
di combinare niente oltre che guardare e riguardare siti
meteo di tutte le razze, cercando di leggere anche tra le
righe. Alla fine ho chiesto a Ezio l’intervento del mago
Arcangelo: lui sì che sa leggere tra le righe e interpretare
le previsioni! Quando lo richiamo, Ezio mi dice che la perturbazione
scivolerà verso sud lungo il versante tirrenico:
<<Vai… se sei carica, vai!>>.
E allora andiamo. In autostrada, in questo pallido pomeriggio
che sembra estivo, sotto un cielo sabbioso col termometro
che declama cifre che vorrei non vedere. Faccio fatica ad
infilarmi i pantaloni da sci, a Fonte Cerreto, per quanto
fa caldo.
Con calma rifacciamo gli zaini, alle 17:00 la funivia ci porta
su e si ferma per la notte. Poi, apparteniamo a Campo Imperatore.
L’ostello
è popolato solo da chi ci vive e ci lavora. Gentilmente
distratti ci filano poco, come se nulla importasse poi molto.
C’è un televisore acceso, siamo in orario per le
previsioni che ci confermano che il tempo tiene. Fuori delle
vetrate che guardano la valle, si vede verso l’ovest, dove
ancora stagna l’ultima tenue luce dell’imbrunire, un cielo
livido di terra grigia, carico di minaccia. Ma spunta pallidamente
qualche stella mentre fuori della porta la neve già
indurisce.
Il
tempo per la cena passa in questa attesa pazzesca in cui
tutto mi sembra irreale e frutto di un sogno: un sogno strano
di quelli in cui ti muovi in una realtà che appare
trasfigurata e piena di oggetti assurdi, incongrui, che
non fanno parte della vita quotidiana (così un po’
è l'ostello, dove ambienti che sembrano appartenere
ad una sorta di antiquariato industriale si riempiono di
oggetti comuni, o confinano con spazi che ricordano più
tipicamente un rifugio); un sogno intrigante, come capita
di farne, talvolta, di quelli che non mettono paura ma solo
una inquietudine sottile, e sognando si prova l'inconfondibile
timore che il sogno potrebbe tutto a un tratto trasformarsi
in incubo.
Quanti
anni sono che non vivo più una vigilia del genere:
ora di nuovo sarà come una volta, la serata lenta
e concentrata in rifugio, la notte breve poi la fatica della
partenza notturna verso l’incerto di un’avventura di cui
non so cogliere le dimensioni. Come prima delle salite più
impegnative, torna la sensazione di essermi messa in qualcosa
più grosso di me. Domani. Domani sarò in cima
al canale con gli sci ai piedi e saprò. Vorrei che
fosse ora. Ma l’ora che c’è prima del domani
è ancora lungo e quel che temo di più è
il tempo, e assieme lo spazio, del duro avvicinamento, che
mi sembreranno come dilatati. Intanto, c’è questa
serata sospesa in questo posto strano che è stato
un tempo la stazione a monte di una funivia ed è
adesso un rifugio che ad un rifugio poco assomiglia, dove
vengono a mangiare gli uomini degli impianti che hanno terminato
di battere le piste e gli uomini dell’Osservatorio, forse
subito prima di mettersi a guardare le stelle. Non più
di sei o sette persone, compreso il personale dell’ostello,
tutti allo stesso tavolo.
Stefano
ha una bella foto del canale, presa da un vecchio numero
della rivista del CAI. Ci siamo scambiati la comune impressione
che possa convenire tracciare una variante a sinistra verso
i pendii che calano dalla Sivitilli, per evitare il lungo
e stretto budello che passa accanto al pinnacolo roccioso
a circa metà parete. Ho avuto questa sensazione guardando
il canale da lontano, dalla strada che sale da S.Stefano.
Ora, osservando la foto, i salti per riagguantare la rampa
nevosa sottostante mi sembrano alti, complicati. Mi illudo
invece che nel cunicolo sia almeno possibile derapare. Sudiamo
molto la foto, ma poi alla fine una sola cosa è chiara:
l’intera discesa, fatta in questo modo senza una ricognizione,
si presenta come una infinita sequenza di incognite. Un
salto nel buio, penso.
Stelle.
Pallide ma ci sono. Lontano, un gatto ancora lavora e la
sua luce percorre una collina. La pozza d’acqua in cui Stefano
ha inavvertitamente infilato un piede arrivando ora è
gelata: bene, allora la neve sta tirando davvero. Sto fuori
appena un attimo, per controllare il cielo e la neve ancora
una volta: " Fa freddo sulla torre, o è l'età
mia malata"…
Ci
siamo sistemati nella camera al secondo piano. Tutto il
settore delle camere è caldissimo, siamo soli e ci
mettiamo a letto lasciando aperta la porta. Poco più
tardi arriva qualcuno in una stanza di fronte. Mi sveglio
qualche volta, ma in fondo non fatico molto a sprofondare
di nuovo nell'incoscienza.
La
sveglia suona alle 3:30. Sono subito cosciente, attiva.
Ho in testa una canzone dei Queen… i Queen, i campioni,
i campioni del mondo, con quell’aria perenne di celebrazione
collettiva della vittoria… un buon modo per svegliarsi,
per darsi la carica. Quanto tempo è passato dalle
partenze di una volta, quanto sono cambiata… non riuscivo
a spiccicare una parola, stanotte mi va persino di scherzare.
La
colazione è pronta dentro un grande thermos. Antonio
dell’ostello, che non ci filava affatto e si sarebbe potuto
scommettere che avrebbe dimenticato la nostra colazione,
è stato invece preciso e generoso. Sul banco del
bar ci sono crostate e cornetti in abbondanza a nostra disposizione
e il thermos è colmo di caffè latte. Non ha
neanche voluto che pagassimo, ci penseremo al ritorno, ha
detto. Chissà se dovremo risalire in funivia… mi
spaventa il traverso per Vado di Corno e ho meditato di
fuggire dal sentiero che scende dal D’Arcangelo. Se andrà
bene, se scenderemo… se…
Non
riesco a mangiare che un cornetto ma bevo tantissimo caffè
latte. Normalmente il mio thermos pieno mi sostiene per
tutta la giornata. Ho lo stomaco del tutto chiuso, lo stress
supera ogni plausibile livello di sopportazione. Tutto quello
che sta succedendo mi sembra immaginario, al confine tre
l’irrealtà e l’incubo. E pure è per mia volontà
che sono qui.
Con
qualche difficoltà e un po’ di rumore ho aperto i
tanti catenacci della grande porta dal lato della funivia,
per essere liberi. Poi usciamo nella notte e la riaccostiamo
il meglio possibile dall’esterno. Calziamo subito i ramponi,
leghiamo gli sci poi alla luce delle frontali voltiamo le
spalle al rifugio.
Provo
a muovermi veloce, dietro a Stefano. In capo a pochi minuti
la fatica si fa assurda e mi sommerge un violento senso
di nausea. Rallento un poco e cerco di respirare. A quest’ora
evidentemente avrei bisogno di una partenza più graduale
ma non c’è tempo per il riscaldamento. Oltre allo
sforzo poi, è la tensione assurda che mi impedisce
di digerire la colazione. Quasi non riesco a respirare.
Non c’è verso di calmarsi e vorrei poter annullare
l’enorme distanza che dobbiamo percorrere e questa pazzesca
terribile attesa. Invece, il traverso del sentiero geologico
sembra interminabile, certo non sarebbe stato il caso di
farlo sci ai piedi di notte, ma camminare mi costa molta
più fatica e la nausea a tratti è appena controllabile.
Finalmente il traverso finisce e guadagnamo la sella. Va
un po’ meglio, qui camminare è meno faticoso, ma
la tensione resta, distruttiva, snervante.
Schiarisce.
Un’infinità di passi più tardi, un sole uscito
da chissà dove tinge d’arancio il Corvo e il Cefalone.
Il colore caldo immediatamente steso sui pendii mi fa subito
pensare alla calura che già molla la neve dentro
al nostro canale.
Alla
fine siamo in cima. Siamo in ritardo, ne abbiamo accumulato
un poco in partenza ed altro poi per gli zaini più
carichi e il mio poco fiato. Il tempo che avevamo previsto
era risicato per le mie possibilità. Stefano è
molto più veloce di me in salita, io lo sono in discesa.
Questo è un lato debole della nostra squadra in quanto
finiamo per accumulare ritardi sia in salita che in discesa.
E’ così e non ci si può fare nulla, tranne
forse partire un paio d’ore prima.
Per
il resto, il rapporto con Stefano in montagna mi sembra
perfetto. Poche volte nei miei anni di alpinismo ho avuto
un vero compagno di cordata, e tutte le volte questo si
è tradotto in un salto in avanti nella complessità
e prestigio degli obiettivi realizzati. Le tante altre "società"
che ho formato sul comune scopo di arrampicare in montagna,
si sono trascinate alla meglio e si sono sciolte presto.
Un compagno di cordata è una persona di cui ti fidi
come di te stesso e con cui hai in montagna un rapporto
il più possibile alla pari, ma tutto questo non basta
ancora. Ci vuole molta terra comune perché il sodalizio
funzioni davvero, perché si continui a stare bene
assieme, e non solo a sopportarsi, in certe situazioni di
stress e di tensione. Mi viene per esempio in mente che
abbiamo avuto, io e Stefano, lo stesso modo di rimanere
come incantati di fronte allo sprofondo del canale, davanti
a quell’ambiente completamente ostile ma di una grandiosa
bellezza.
Ci
tuffiamo nell’ombra del Calderone. Scio per scendere. Registro
i cambiamenti avvenuti in una settimana. Il ghiacciaio è
molto tracciato e assolutamente non pericoloso. Siamo senza
arva e pala: quel peso almeno, andava risparmiato. Ne abbiamo
parlato, io ero per lasciarli e così abbiamo fatto.
L’inutilità di tali oggetti nei confronti di una
frana dentro un canale ripido mi sembra palese.
Ora
si riprende a salire. Sulla cresta almeno occorre attenzione
e il nervosismo si allenta un poco. Finalmente anche l’Orientale
è raggiunta, e in pochi minuti siamo giù,
all'attacco. La forcella è larga e assolata, un magnifico
balcone dove rifocillarsi e prepararsi. Non riesco ora a
percepirne in modo cosciente la bellezza, che pure mi rimane
dentro, intensamente. La forcella è comoda e sicura,
ma non è altro che un avamposto: la lasceremo e saremo
in guerra. Mi sforzo di ingoiare qualche mandorla. Sono
circa le 8:30.
La
neve forma un bordo molto ripido, non è proprio una
cornice, solo un impennamento del canale. Sotto, il canale
fugge via verso una profondità che mi appare insondabile.
La base in effetti non si vede, da qualche parte gli scivoli
si congiungono coi pendii che scendono da M.Aquila. Sto
sul bordo e cerco di saggiare la neve, cerco di arrotondare
lo spigolo per mettere in piano gli sci sul pendio. Finalmente
riesco a sagomare l’ingresso nel canale. Superare quel bordo
è un atto estremo, un tagliare i ponti, e mi lascia
dentro una sensazione indescrivibile, un insieme di emozioni
violente che riemergeranno solo in seguito: in quel momento
la concentrazione è totale, non c’è niente
altro. Sopravvivere.
Sotto
le lamine gratta una neve granellosa e ancora molto dura.
Mi passa in mente il pensiero "forse bisognava aspettare
un po’…", ma lo scaccio subito. Derapo, poi salto.
Niente c’è di irrevocabile, in fondo, nel partire
per una discesa estrema: solo ogni singolo salto, lo è.
La
neve tiene, si può sciare. Ma il canale subito si
strozza. Mi infilo nella strozzatura sottovalutandola, scalino
un poco e mi rendo conto che è molto ripida e il
pendio è leggermente concavo. Scalinare è
faticoso, le gambe si stancano molto. Estraggo la piccozza
dalla spalla e continuo tenendola a monte, mente appoggio
a valle i bastoncini, entrambi con le becche montate. Stefano
mi chiede da sopra se coi 190 ci passa: devo rispondergli
di no, con 175 ci sto appena. So che sarà costretto
a togliere e rimettere gli sci con delicate manovre.
Esco
dalla strettoia e trovo un piccolo allargamento subito inghiottito
da una seconda strozzatura. E’ palesemente peggiore della
prima, che già mi ha impegnato a fondo. Mi faccio
coraggio.
Il
fondo è concavo e gli sci non spianano. Inoltre spesso
punte e code toccano la roccia. I Vertical si flettono,
si flettono: è un bene che lo facciano, così
almeno posso pescare un minimo di appoggio sotto gli scarponi.
Sposto la piccozza infilando il manico dentro la neve dura
e scendo di qualche gradino. Estrarre la piccozza è
ogni volta un gesto che richiede forza ed equilibrio, infilarla
di nuovo è ogni volta una scommessa. Uno spostamento
mi consente solo pochi gradini. Dopo poco la gamba a valle
si tetanizza per lo sforzo. Gli sci appoggiano solo per
una piccola parte della lamina, in punta e in coda e si
flettono, magnificamente elastici. L'equilibrio è
precario. Mi lascio prendere da un attimo di panico. Non
devo avere paura… finchè posso infilare il manico
dell’attrezzo a fondo nella neve dura, non può succedermi
nulla. Ma se dovesse non essere più possibile, se
trovassi ghiaccio… se accade, lo affronterò, mi dico.
Mi viene l’istinto di assicurare la piccozza all’imbraco,
ma prendere la longe con le mani occupate, la piccozza sulla
destra, due bastoncini a sinistra, è abbastanza complicato:
mi dico che il polso infilato nella dragonne è sufficiente.
Ora sono perfettamente calma. Mi riposo di tanto in tanto
in equilibrio sullo sci a monte.
Finalmente
sono fuori. Un breve spazio dove si può sciare, poi
un’altra strettoia, più larga, dove scalino per non
spazzare via tutta la neve a Stefano, ma potrei derapare.
Sbuco così in un magnifico miracoloso pendio ampio
e assolato, dove è un fantastico viaggio curvare
sulla pendenza non estrema sospesi sul canale che sprofonda.
Sotto di me scivola via lo stretto budello che costeggia
un elegante caratteristico pinnacolo roccioso. Mi sembra
di ricordare che durante la salita del canale, molti anni
fa, superai in uscita un complicato passaggio su un saltino:
ora non vedo salti, così mi illudo che la neve lo
abbia coperto. E' vero che il tratto del cunicolo che riesco
a controllare non può essere percorso con gli sci
ai piedi, ma se uno dei due salti che abbiamo programmato
è coperto, risparmieremo tempo comunque. Mi prende
una vampata di ottimismo, ora ci credo proprio, penso che
ce la faremo. Oltre tutto, i pendii che continuano sulla
sinistra hanno un aspetto promettente.
Ci
ricongiungiamo per consultarci. I pendii portano irrevocabilmente
verso sinistra, morbidi, invitanti, e si intravede, più
sotto, una rampa nevosa che sembra tornare nel canale. Sarà
possibile raggiungerla? Sarà davvero raccordata?
Vado in esplorazione gustandomi il piacere di questo tratto
aperto finchè devo rallentare e farmi cauta, sopra
a dei salti. La rampa è là sotto, oppure alla
mia altezza, poco oltre una crestina scoperta. Traverso
con in mente di raggiungere la crestina ma al limite della
neve improvvisamente un velo di neve marcia lascia scoperta
una lastra di vetro sotto i miei sci. Ghiaccio di fusione!
Sento le lamine slittare e fatico a mantenere il controllo
degli attrezzi. Una cauta marcia indietro e sono in salvo,
ma piuttosto stranita.
Succede
contemporaneamente. Un rumore sordo come un boato e poi
il lungo brontolio. Subito penso ad una scarica sul Paretone,
al nostro fianco. Cerco poi di illudermi che sia un aereo,
o una festa di paese. Sono ancora troppo occupata sul pendio
esposto. <<E’ scesa dal Brandcastello>> brontola
Stefano. Non so se vuole essere una rassicurazione o una
semplice constatazione. <<Era una valanga?>>
Ancora cercavo di illudermi che no. Ma il distacco di fondo
ha lasciato un evidente cerchio di prato e la sua inconfondibile
scia marroncina. A quest’ora… e il pendio non è ancora
andato al sole… Il rialzo termico deve essere feroce, anche
se non ce ne accorgiamo.
Tolgo
gli sci e infilo i ramponi per provare a raggiungere la
crestina a piedi. E' un errore, dovrei tentare con gli sci
più in basso, anche se mi avvicino ai salti non è
detto che ci sia ghiaccio anche lì. Le punte degli
Ande sul ghiaccio di fusione vanno una meraviglia: praticamente
rimbalzano. Ho l'impressione che se calcio forte rischio
di spaccare tutto e precipitare. Mi sento insicura, non
sono affatto concentrata. Non riesco ad estinguere il brontolio
della valanga dentro la mia testa. Forse se non avessi visto
la slavina di Casale così da vicino, se non fossi
quasi rimasta sotto a quella del Gravone, potrei continuare
a pensare che le uniche valanghe pericolose sono i lastroni,
quando fa freddo, e che poi, tanto, sul ripido, come diceva
qualcuno, tutta la neve in più scarica subito…Persino
su Free-Rider stava scritto che lo sciatore estremo non
corre rischi per le valanghe, a differenza del free.rider,
insomma se non avessi esperienze diverse me ne starei tranquilla
e mi verrebbe di sicuro in mente che possiamo infilare nel
pendio uno di quei due fittoni che abbiamo e fare questo
passaggio in sicurezza. Invece penso solo che abbiamo già
perso un sacco di tempo a causa delle due strozzature e
che questo tratto di canale ci richiederà due ore
almeno, se va bene, ma se la rampa non fosse raccordata
potremmo avere bisogno di una terza calata e impiegare anche
di più, e comunque vada nelle ore più calde
ci troveremo ancora dentro al canale, sotto il tiro di tutti
questi pendii che ora sono al sole e cuociono rapidamente.
Torno
indietro dichiarando che non ci passo. Di sicuro per Stefano
il passaggio a piedi è banale, è molto preparato
sul misto. Ma anche lui probabilmente ha altri motivi di
perplessità, altrimenti penso che prenderebbe l'iniziativa
per provare. Propongo di scendere nel budello, per lo meno
è una via sicura e descritta da una relazione, e
non rischiamo di trovarci in situazioni dalle quali sia
poi difficile venire fuori. Risaliamo quasi di corsa per
riguadagnare l'ingresso del canalino. Ci rimane il dubbio
di cosa ci sia dietro la crestina e inoltre scartiamo la
possibilità, sicuramente laboriosa e delicata, di
scendere ancora di qualche metro e utilizzare una sporgenza
per fare una calata su uno scivolo appoggiato fino alla
sottostante rampa. Il tempo che passa è il nostro
più gran nemico.
Finalmente
sono dentro il canalino e scendo più veloce che posso.
Mi pare di intravedere che poco più in basso si riallarga
tanto da consentirmi di rimettere gli sci. A un certo punto
ne sono certa e mi rincuoro. Cerco di non pensare a come
potrà essere, verso mezzogiorno, il fondo di Valle
Inferno, quello spazio angusto in testa al primo salto della
forra e sotto il tiro incrociato dei pendii e dei canali
che scendono dalla Comba, dal Moriggia, dalla sella di Corno
Grande e dal versante nord di M.Aquila.
Poco
dopo però, mentre mi illudo che presto atterrerò
in un tratto più largo, mi ritrovo con sotto i piedi
un bel saltino gelato che non ho nessuna voglia di disarrampicare.
Sotto, il canale mi sembra troppo stretto ancora per un
altro bel tratto, e dire che ne abbiamo già abbastanza
di scendere a piedi nel cunicolo. Non siamo venuti qui per
questo. Forse, intravedo più giù la partenza
della seconda calata, ma sarà vero? L'altimetro segna
una quota deprimente, circa 2400 metri: per quanto la pressione
possa essersi abbassata da ieri sera, ci sono più
o meno 700 metri di canale sotto di noi. Dopo aver preso
in considerazione l'idea di piantare un chiodo e scendere,
finiamo per confessarci che la cosa non ha senso: il passaggio
era di là, a sinistra. Risaliamo.
Si
tratta irrevocabilmente di una rinuncia. Ripassando all'altezza
del pendio viene per un istante accarezzata l'idea di riprovare,
ma è ovvio che se era tardi prima, ora lo è
a maggior ragione: abbiamo perso un'altra mezz'ora. L'incertezza
sulla possibilità di uscire velocemente dalla rampa
è l'ipoteca maggiore.
Triste,
lunga risalita. Poche parole, battiamo traccia alternandoci
dopo brevi tratti. Fa caldo, si fa fatica. Mi accorgo ora
di quanto sia ripido il tratto che abbiamo sciato, neanche
per un attimo mi verrebbe di appoggiarmi ai bastoncini da
sci come lungo la Direttissima faccio anche nella strettoia.
E' una valutazione a occhio, ma molto efficace. Le due strozzature
che ho superato con gli sci ai piedi sono ripidi passaggi
non banali con pendenza forse superiore a 50°.
Alla
fine siamo sotto alla forcella. Qui la neve è molto
più bagnata, ormai, e quasi senza fondo, solo con
pazienza e fatica riusciamo ad emergere dal pendio e riconquistare
lo spazio pianeggiante.
Mentre
ci riposiamo e mangiamo qualcosa, ora sì mi accorgo
della bellezza del posto. Un magnifico gracchio dal becco
giallo e dal piumaggio lucente svolazza attorno a noi e
si posa qua e là. E’ un furbacchione, e mentre ignora
le bucce d’arancio si precipita sul pezzetto di biscotto
che gli tiro. Lo afferra e lo porta altrove, ma presto torna
a chiedere cibo. <<Paraculo.>> commenta Stefano.
Continuo a tirargli frammenti dei biscotti secchi che a
me non vanno e che lui sembra gradire molto.
Qualche
telefonata per avvertire che stiamo bene.
Il
ritorno. Scendo di nuovo in sci lungo la cresta che, superato
un poco di timore scaramantico, mi sembra un gioco, una
banalità. Forse però in una settimana si è
arrotondata, ha perso il filo. Risaliamo con calma il Calderone,
poi il Bissolati è l’unico canale per scendere a
quest’ora. In alto la neve regge abbastanza, ma nella parte
inferiore è completamente cotta. Facciamo partire
slavinette che talvolta si ingrossano minacciosamente. Il
canale ci slavina attorno. Pare un gioco. Chissà
se lo è davvero. Poi all’uscita taglio verso sinistra
su una traccia evidentemente lasciata qualche ora fa, e
all’improvviso vengo inghiottita da una terminale sotto
le rocce. Restano fuori solo il collo e la testa. Il fatto
che ho gli sci mi permette di non precipitare per un altro
paio di metri. Mentre con delle contorsioni cerco di sganciare
uno sci che è incastrato senza perderlo nel buco,
Stefano mi chiede se sto giocando. No, affatto: se fosse
stata una giornata diversa, forse l’episodio mi avrebbe
almeno un poco spaventato. Finalmente riesco ad estrarre
lo sci dal buco e a ribaltarmi fuori.
Scendiamo
dalla sella di Monte Aquila tagliando alti verso il tornante
della strada, da dove un gentile poliziotto di passaggio
con la motoslitta ci traina fino al piazzale. C'è
da pagare all'ostello, riprendere la borsa che abbiamo lasciato
in camera, poi un po’ storditi dal sonno e dalla disidratazione
aspettiamo la funivia in mezzo alla confusione degli sciatori
che hanno finito la giornata.
E'
un peccato che non ci sia da queste parti un posto dove
andare a mangiare fuori orario. Il bar di Fonte Cerreto
pian piano si svuota e si sta più tranquilli a chiacchierare.
Molte cose personali escono fuori, come capita facilmente
dopo aver vissuto assieme esperienze così forti.
Non so dentro a quale discorso e in relazione a cosa, Stefano
a un certo punto mi chiede se sono cosciente che rischiamo
molto. Naturalmente si… ma sono contenta di questa occasione
per dirlo apertamente.
Ci
siamo lasciati col proposito di vedere come evolve la situazione
per decidere se riprovarci. In realtà bastano poche
ore di riposo perché il fatto di tentare di nuovo
non sia più per niente in dubbio. Lo dimostrano le
telefonate che ci scambiamo fin dal giorno successivo e
il mio nevrotico controllare la meteo. Sono quindici giorni
fa mi importava talmente poco di questo canale, forse neanche
credevo seriamente nella possibilità di scenderlo.
E' stato un po’ come assaggiare un frutto proibito. Ora
sono in attesa, con lo zaino pronto, aspetto, mentre piove,
nevica, fa caldo, freddo, e aprile si esibisce in tutta
la sua consueta instabilità, aspetto la prossima
occasione che solo un oracolo potrebbe dirmi se mi sarà
concessa.
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