Ho
letto il capitolo dedicato a Stefano del libro di Antonio
Massena “Oltre il silenzio” e l’ho chiuso
con un senso di disagio, di fastidio. Dopo un paio di
giorni ho provato il bisogno di rileggerlo per capire
se mi fossi sbagliata, ma il fastidio, alla prova della
seconda lettura, non è affatto diminuito, piuttosto
si è chiarito, delineato.
L’immagine che ne esce di Stefano è talmente
discordante dai miei ricordi, e peggio, talmente triste,
desolata… non riesco a lasciar perdere, non posso
correre il rischio che sia quello il ricordo che di lui
possa restare a chi non gli è stato sufficientemente
vicino nei suoi ultimi giorni.
Mi
infastidisce, per prima cosa, la non chiarita allusione
ad un fantomatico gesto che Stefano avrebbe fatto nei
pressi di un monastero Zen a Nyalam. Cosa c’entra
con la sua morte, perché metterlo in relazione?
C’è quasi, sotto sotto, la larvata allusione
che quel gesto gli abbia scatenato contro una sorta di
punizione divina, o abbia innescato in lui insormontabili
sensi di colpa. Non so cosa abbia potuto fare di tanto
grave da turbare Leandro e Antonio, ma conoscendo Stefano,
mi è facile immaginare qualcosa di scanzonato,
di irriverente, magari un poco iconoclasta, e provo un’ondata
di simpatia. Che senso ha, Antonio, riportare un episodio
del genere senza chiarire bene i fatti e il tuo pensiero?
Mi
infastidiscono poi le immagini di lui, i giudizi sulle
sue motivazioni, sui suoi perché.
Dead man wallking?!? Ma scherziamo! Stefano era allegro,
motivato, entusiasta per quello che andavamo facendo in
quei giorni. Certo è vero che nella vita privata
aveva avuto dei problemi, di sicuro più gravi del
mancato successo al Cho Oyu, ma a me sembra che già
il fatto di averne parlato tranquillamente con me confidandosi
dimostri che era sulla buona strada per superare anche
gli strascichi di quei casini. In quanto all’insuccesso
al Cho Oyu, anche di quello avevamo parlato e sono sicura
che avesse accantonato i cattivi ricordi e fosse riuscito
ad estrarre gli aspetti validi e positivi di quell’esperienza.
Desiderio
di rivalsa? Ma perché. Sembri dimenticare, tu che
lo ricordi e lo tratteggi come uno sconfitto, che mi aveva
accompagnato, in quella magica e tragica stagione 2003,
in una splendida prima discesa alla cresta del Galluccio
e in due ripetizioni, una al canalone Centrale della Vetta
Occidentale del Corno Grande e l’altra alla est
dell’Argentella, dove le nostre tracce avevano lasciato
stupefatti alcuni scialpinisti che le avevano notate.
Il tutto in poco più di un mese. Mi chiedo cosa
possa importare ad un alpinista che riesce ad immaginare
e a realizzare discese di quel genere, di aver mancato
la vetta di un inflazionatissimo 8000 a causa di problemi
di acclimatazione… sì, forse importa anche,
ma quanto? Io mi ricordo le sensazioni che condividevamo,
e siccome in quei giorni uno sguardo bastava a capirsi,
so che le mie erano anche le sue, e sono certa che molto
al di là del normale desiderio di successo, che
entrambi non abbiamo mai negato, Stefano non abbia mai
perso di vista neanche per un momento la dimensione di
gioco, di magnifico pazzesco gioco dentro ad un ambiente
grandioso ed incantato. Al di là, al di sopra della
“prima”, dell’impresa, era semplicemente
superbo sciare lì, affacciarsi da quelle pareti
e scenderle, dentro a quella fuga di linee che precipitano
verso un punto allo sprofondo. Bellezza era ciò
che ci muoveva, pura bellezza, come prima cosa.
Fretta
di fare tutto e subito? Ma che sciocchezza. Non solo a
te, Antonio, il Cho Oyu aveva insegnato ad aspettare…
o meglio, Stefano, da alpinista esperto e completo, ad
aspettare aveva imparato da un pezzo: e quelle condizioni,
quelle dell’inverno 2003, così perfette per
certe discese, noi era da un pezzo che le aspettavamo.
Difficilmente si ripeteranno in futuro: Stefano ne era
consapevole e desiderava cogliere l’attimo. Questa
consapevolezza, Antonio, devi averla scambiata per fretta.
Era anche consapevole di essere allenato e ottimamente
preparato. Io l’ho fotografato in alcuni salti sul
ripido su neve marcia e so che razza di potenza avesse
nelle gambe. Dell’Acitelli ne avevamo parlato molto
e quando diceva di volerlo fare “a tutti i costi”,
mi pigliava in giro, come di consueto, e la cosa finiva
in qualche battuta e quattro risate. Forse, col suo solito
modo di non farti capire il confine tra la verità
e la burla, ha preso in giro pure te. Quanto questo sia
vero lo dimostra la decisione di risalire presa di comune
accordo durante il tentativo precedente. Era stato un
gesto di estrema prudenza dettato dal fatto che la temperatura
ci sembrava un po’ alta e di conseguenza eccessivo
il rischio di scariche: niente ci impediva di proseguire
e chiudere il conto quel giorno, e magari lo avessimo
fatto. Di fretta ne abbiamo avuta forse troppo poca.
Aveva anche detto, e più di una volta, che non
dovevamo farci prendere dalla “fissa”. E non
aveva affatto “deciso di portare la sua sfida all’estremo”,
né consapevolmente né tanto meno inconsapevolmente:
non c’era nessuna sfida, solo una bella impresa
da fare, e lui ne era perfettamente all’altezza.
Mettere alla prova le sue capacità, sì,
certo, ma non certo mettere in discussione la propria
esistenza.
Lo
avresti voluto fermare? E perché. Quale alpinista
vorrebbe fermare un suo amico che, in stato di grazia
per motivazioni e allenamento, si accinge ad una realizzazione
che desidera. Io no, e ne ho persi di amici in montagna.
Allo stesso modo, quelli che mi sono più vicini
mi hanno incoraggiato, spronato, e non cercato di fermarmi.
E per questo io sono loro grata. Tu forse non credevi
sufficientemente in lui.
Nonostante
tutto questo, nonostante che nessuno prima l’abbia
mai visto cadere sugli sci, ha fatto un errore cretino
proprio nel posto e al momento sbagliato. Proprio quando,
ormai fuori dalle difficoltà, la certezza del risultato
ci aveva catturato, la tensione si era allentata, e con
essa probabilmente anche la guardia. Succede: l’alpinismo,
lo sappiamo, è fatto anche di questo.
Ho ripensato molto all’attimo in cui l’ho
visto cadere, ho rivisto la scena mille volte come con
la moviola, e altrettante ho risentito dentro la test
quel clang metallico… fino a che, guardando una
foto, ho capito. Stefano puntava entrambi i bastoncini!
Una brutta abitudine che purtroppo aveva preso nei tanti
giorni di neve marcia appena passati. Ma in quel punto
la neve non era marcia: il fondo duro sotto al sottile
strato di firn ha impedito al bastoncino a monte di uscire
per tempo, così che le code degli sci ci hanno
sbattuto… Tutto qui. Purtroppo. Sì, è
vero, anche io ho la sensazione, quasi la certezza, che
il “destino” ci abbia teso una trappola, ci
abbia aspetto al varco, ma questo c’entra poco coi
i malesseri veri o presunti di Stefano. Anzi, casomai
è prova del contrario… io penso che lui come
me stesse vivendo un momento magico, che non poteva che
concludersi in modo terribile: perché le cose migliori
nella vita durano un attimo e vengono spazzate via a viva
forza e contro la nostra volontà.
E di
una cosa, infine, sono sicura, e per questo vorrei scacciare
dalla testa di chiunque abbia letto il capitolo “Ciao
Stefano” anche solo il sospetto che lui fosse in
quei giorni una persona scontenta e perdente, persa in
trappola dalla sua voglia di rivalsa….. Io sono
sicura della infinita gioia di quei momenti, per lui quanto
per me: e se la vita vale davvero qualcosa, è per
momenti come quelli.