Mi
svegliano dei colpi sordi. Stupore, un minimo di timore.
Mi sollevo un poco… c’è qualcosa che
sta cercando di saltare sul cofano dell’Astra. Accidenti,
lo righerà tutto… Mi muovo ancora: la “cosa”
percepisce la mia presenza e appoggia un paio di zampette
sul finestrino, osservandomi con le orecchie dritte attraverso
il vetro appannato. Accidenti, un canetto sperduto, col
tempo che fa, adesso come faccio, dovrò farlo entrare…
Poi guardo meglio, ma è una volpe! Tiro giù
il vetro convinta che si dileguerà, invece el Zorro
resta lì, anzi torna ad appoggiare le zampe alla
portiera, benchè il vetro sia aperto: stiamo così
incerte entrambe, la bestiola ed io, a guardarci, e ho
voglia di toccarla e di permetterle di annusarmi, e mentre
penso “questa qua mi morde”, la tentazione
è troppo forte e, provando ad illudermi che mi
annuserà solamente, allungo un dito verso il suo
musetto vicinissimo, e non passa neanche un istante che
lo ha già azzannato, obbedendo al suo non smentito
istinto mordace. Faccio l’ultima cazzata tirando
indietro la mano a strappo, cosa che non farei mai con
un cane o gatto, e in questo modo i suoi piccoli taglienti
incisivi mi spellano ben bene l’indice.
Ma el Zorro non si dilegua, resta lì benchè
io abbia alzato la voce un po’ troppo per le necessità
di un animale selvatico: mentre mi lecco le ferite, che
altro non posso fare, si riavvicina e continua a guardarmi.
Ha il pelo folto, un po’ bagnato, e una gran coda
rossa vaporosa che il poco vento ogni tanto solleva. Pare
non abbia alcuna paura. Penso allora che abbia molta fame.
L’unica cosa che ho sono i biscotti per la colazione.
Mai dare cibo ad un animale selvatico… sì,
vabbè, lo so, ma quella c’ha fame. Le tiro
un biscotto, proprio sotto lo sportello, quella lo arraffa
e lo porta poco più in là, ma il biscotto
successivo lo mangia sul posto, e così quelli seguenti,
e mentre mangia e girella guardandomi curiosa, trovo il
tempo per scattare una moltitudine di foto; non sembra
intimorita per il flash o per il fatto che ora la illumino
con la frontale. Esco anche dall’auto per fare pipì,
el Zorro si sposta di qualche metro ma non va via, e appena
rientro si riavvicina: è come se lo sapesse, che
da dentro il sacco a pelo ho qualche difficoltà
a correrle dietro.
Dura un pezzo: alla fine, quando ormai lei ha mangiato
un bel po’ di biscotti e io ho scattato una quantità
di foto ripetitive, sono io a stancarmi per prima, mi
si chiudono gli occhi dal sonno e alla fine mi rimetto
a dormire lasciandola accucciata sulla neve, che mi guarda.
Mi addormento subito, pensando divertita a el Zorro e
al privilegio dei questo incontro.
La
mattina si annuncia con una luce smorta, cerulea. La neve
ha già impiastrato i vetri sopravento, ma non ha
ancora coperto le tante piccole tracce della volpe, riparate
dalla massa dell’auto. Appena sveglia, penso alla
volpe e ai suoi strani occhi magnetici, molto più
simili a quelli di un gatto che di un cane, due fessure
nell’oscurità. La volpe è stata qui,
non è stato un sogno. Fuori della portiera, la
neve è tempestata dai segni dei suoi piccoli piedi.
Faccio colazione nel relativo tepore dell’auto,
poi non resta che andarsene a casa, senza alcun rimpianto.
Ora sì, che mi sento contenta. Andandomene, passando
sotto ai pendii nebbiosi, contando le lingue dei canali
e misurando la vastità dei piani, penso all’incontro
di stanotte, ma penso anche alla discesa di ieri. Quello
a cui non penso più sono quei 50 metri che non
ho fatto. Come se il piccolo animale che nella notte mi
è venuto a trovare, con la sua curiosità,
con la sua ricerca di cibo e di tepore, mi abbia riportato
al senso della realtà e delle cose importanti.