Chamonix,
venerdì 3 agosto.
La meteo è eccezionale. Chaud, ensolleies, tres
sec, sono le parole che si ripetono da ieri sera sul bollettino
appeso dietro il vetro della farmacia. Ieri sera, già,
ieri sera eravamo appena scesi dal Torino, appena venuti
giù dal Pilier Gervasutti, bisognosi di riposo,
di recupero fisico e mentale. Le ore di sofferenza della
marcia di ritorno dal Pilier sono passate da così
poco, e non sono state poca cosa. Dovrei ricordare bene
la fatica, i dolori mestruali da piegarsi in due, la schiena
spezzata dallo zaino mai tolto per ore… Dentro la
Vallee, nera come inchiostro, il temporale selvaggio e
fantasmagorico squarciava il buio con improvvisi lampi
di luce lattea che per brevi istanti ogni volta mostravano
attorno a noi scure forme minacciose e ci lasciavano lì,
abbagliati, a cercare come ciechi una traccia difficile
tra i crepacci, sotto la pioggia battente. Ho avuto paura
di non riuscire a risalire al rifugio.
La meteo, fin da ieri sera, ha cancellato tutto dalla
mia memoria e del Pilier mi è rimasto solo un bel
ricordo, quei pochi metri di pendio nevoso sotto alla
vetta del Tacul, camminare e riprendere fiato, respirare
e camminare, con un senso di potenza e di invincibilità,
andando verso il punto dove le linee cessano di salire.
Oggi, mi sono svegliata con l'idea che perdere un giorno
costituirebbe un imperdonabile errore. Oggi è il
nostro giorno di riposo ma, non appena ho aperto gli occhi,
già stavo pensando che oggi invece è il
giorno giusto per salire. Sul libro di Diemberger, di
cui ho riletto brani qua e là prima della partenza,
per concentrarmi meglio sui miei obiettivi, c’è
un capitolo che si intitola “Il giorno perduto”,
ed io ora ho questa frase che mi martella nella testa,
assieme all’idea di quei morti a causa di un giorno
perduto. Mi vengono in mente anche le parole di Enrico
che mi ha raccomandato mille volte di muovermi solo con
tre giornate di bel tempo assicurato… come se fosse
facile trovarle, qui al Bianco, tre giornate di bel tempo
sicuro. Ed ora, la meteo è perfetta, per tre giornate,
appunto: non possiamo sprecare questa occasione. Forse
non abbiamo recuperato a sufficienza dal Pilier, però…
Appena Paolo si sveglia glie ne parlo e lo convinco a
partire.
(…)
La
strada dritta davanti a me nella luce un po’ spettrale
del tunnel, il volante stretto tra le mani, mi viene in
mente la beffa del corso I.N.A.. Mi prende un indescrivibile
senso di potenza, quasi di trionfo, come se avessi la
salita già in mano. Penso alla letterina di ringraziamento
che scriverò alla Scuola Centrale (lo debbo a loro,
il Pilone!) e ne studio le frasi. Ho le motivazioni alle
stelle! Ma non devo fare questi progetti prima di essere
tornata giù dal Pilone dopo averlo salito. Corso
I.N.A. a parte, conosco bene questi stati d'animo…
sarò incredula di star partendo davvero, poi lo
stress per l'incertezza del risultato mi svuoterà
come un guscio, poi ancora mi sosterrò e cercherò
di superare la paura pensando al "dopo", alla
gioia e al trionfo di possederlo, finalmente… Ma
cosa può togliermelo ormai, la meteo è perfetta
ed io sto benissimo, anche Paolo mi sembra in forma, e
deciso. Torno a rimuginare sull'idea, caustica e divertente,
della lettera alla Scuola, ma c'è un tarlo sottile
che mi consiglia di non pensarci.
Val Veny, il pranzo, un po’ caro, ha il sapore dell'ultima
follia. Gli zaini sono già alla teleferica e noi
fra poco saliremo. Non per la Ratti-Vitali o per il Pilastro
Rosso, o l'Aiguille Croux, sto partendo per il Pilone
Centrale. Questa semplice idea mi mozza il respiro. Non
in senso figurato, ma davvero: dove è finita tutta
la spavalderia di poco fa dentro al tunnel? Senza un volante
tra le mani mi sento molto più insicura. Ho faticato
per mangiare qualcosa combattendo contro un leggero senso
di nausea, dovuto non certo alla quota. Finalmente ci
si incammina, e l'azione mitiga un po’ la tensione
che non riesco altrimenti ad allentare. Il sentiero è
bellissimo, e piacevole dato che saliamo scarichi. Cerco
di respirare profondamente, con l'addome, come lo yoga
insegna, ma non è certo la salita che richiede
questo esercizio: un passo dietro l'altro, leggera e completamente
assorta nei miei pensieri, non faccio alcuna fatica. Per
la terza volta scavalco il ponticello sopra l'acqua lattiginosa,
mi giro ancora per prendere in faccia gli spruzzi e urlo
per sovrastare il frastuono, la commozione è partire
per lassù ma anche ritrovare questo posto dalla
profonda, aspra bellezza, che ha già per me i suoi
tanti ricordi. Presto la Noire ci domina e sopra i salti
rossicci ecco il Monzino.
Al
rifugio il Garda non c'è, il gestore è un
tipo che ho già visto altre volte, solo che ora
è chiaro che la baracca la manda avanti lui: parla
anche con me (evidentemente lui non è convinto
che io sia solo un sacco), gentilissimo e rassicurante
è fonte di altri consigli che io puntualmente registro.
Ho proprio bisogno di essere rassicurata (ho idea che
l'emozione mi si legga in faccia!) e ho bisogno soprattutto
di parlare con più gente possibile, con persone
diverse da Paolo: lui, naturalmente, non ne ha nessuna
colpa, ma stasera, in questo stato d'animo, il senso di
solitudine che ho già provato al Torino deve trovare
uno sfogo. Si va in montagna in due e si è completamente
soli, rivestiti da una scorza di determinazione. Ricordo
le frasi del libro di Peter Bordman che così bene
descrivono questi rapporti a due irrigiditi dalla necessità
di agire: <<No, non potevamo dividere le nostre
paure, o i nostri successi in questa scalata, dovevamo
avere solo un rapporto d'affari. Se ci fossimo aperti
all'amicizia durante la salita, la montagna avrebbe potuto
colpire le nostre debolezze. Dovevamo presentarci a fronte
unico e compatto verso la montagna ed inghiottire le sottigliezze
del rapporto umano.>>
(…)
E pure, cosa
sarebbe il Pilone senza questa mia insostenibile tensione
emotiva? Ripenso ancora, e come potrei non farlo, a Massimo
e alle discussioni feroci, quando disprezzava le mie paure
e contestava il mio stato d’animo. Aveva torto,
ora più che mai ne sono certa. E’ la mia
commozione profonda di stasera a legittimare l’alpinismo,
questo miscuglio di sentimenti di cui solo con difficoltà
trovo il bandolo. La grande colonna di granito rosso,
bellissima e selvaggia, lassù in alto, è
solo l’oggetto di tutto ciò, che valore avrebbe
ancora, andare a salirla, se, come gli americani che Massimo
tanto apprezza, riuscissi a smitizzare l’idea stessa
di andarci… Sono i miei miti che mi fanno vivere
una serata così, ed è in questa serata,
e nei ricordi che me ne resteranno, il profondo senso,
per me, di andare a salire il Pilone.
Non sono mai riuscita ad entrare nell’ottica perversa
dell’elicottero che arriva e, deus ex machina, ti
preleva sottraendoti da ogni tipo di guaio in cui, per
insipienza o sfortuna, ti sei cacciato. Forse questo aspetto
del “nuovo” M.Bianco, una sorta di lunapark
meccanico dei record e dei divertimenti, dove non c’è
più avventura, al massimo qualche performance atletica,
è una realtà di fatto: di sicuro avrà
ragione chi pensa che ogni risultato sia scontato, che
non ci sia rischio né alcun motivo di emozione.
E’ una questione di posizione mentale: la mia è
tale che il M.Bianco è rimasto quello di Bonatti
e non riesce a diventare quello di Profit. E’ il
M.Bianco del tempo che cambia all’improvviso e ti
blocca per giorni su una cengia, senza che alcun elicottero
possa alzarsi per raggiungerti. Si può obiettare
addirittura che oggi non nevica neanche più come
allora: ma io l’ho sentito ancora vivo mille volte,
quel M.Bianco lì, per una doppia bloccata sotto
una grandinata o quando una frana di sassi ci è
passata vicino, o per quel temporale che ha trasformato
persino la tranquilla e affollata Vallee Blanche in un
postaccio infido e inospitale; o in tante altre occasioni
in cui, a pensarci bene, la differenza tra la vita e la
morte è stata solo la questione di un’inezia.
Si può essere positivi, ma non ottusamente positivi,
e come l’esistenza quotidiana è diversa dai
caroselli, lo è il M.Bianco dell’alpinismo
“amatoriale” da quello dei campioni supersponsorizzati
e degli sketch pubblicitari delle grandi ditte di materiale
alpinistico. Comunque, al di là di ogni considerazione
razionale, l’idea dell’elicottero come immancabile
fonte di salvezza non appartiene alla mia coscienza, così
come per me il risultato dell’azione rimane incerto,
tutto da vivere e da giocare, e per questo può
ancora chiamarsi avventura. Il risultato può essere
il Pilone, o non il Pilone; un po’ di fatica, o
ore di sofferenza, o persino il non tornare da lassù…
L’avventura è intatta e l’indeterminatezza
del risultato e le incognite della salita, assieme alla
commozione che questo ambiente grandioso e ostile sa darmi,
a me che ancora lo “leggo” in modo completamente
emozionale, tutte queste cose assieme creano una serata
così, in questo posto di frontiera tra il quotidiano,
il banale e gli spazi dove ogni cosa è in gioco.
Quanto hanno perso tutti quelli che credono nell'elicottero...
Io, domani, passerò la frontiera.
(…)
La saletta
dove la cena si è svolta in un silenzio fatto di
discorsi a bassa voce, di rumori attenuati e discreti,
è popolata da poche altre cordate. Nell’aria
si avverte il raccoglimento e la concentrazione di ciascuno.
Il clima “Sass Fura”, il clima “Charpoua”.
Dopo cena, un concerto di Mozart, il mio preferito, suona
su un mangianastri, e persino il ragazzino del rifugio,
che avrà si e no quattordici anni, ha l’aria
di esserne entusiasta. <<Ti piace la musica classica,
allora!>> gli chiedo. <<Qui ci piace a tutti
moltissimo>> mi risponde lui, convinto. <<Era
bravo, questo qui, a mettere le note in fila>> scherza
il gestore. Ci sono a un tavolo tre francesi che seguono
la musica fischiettandola (sono appena tornati dal Gugliermina)
e mi guardano sorridendo perché anche io la fischietto,
e ci guardiamo sorridendo. Le note del pianoforte che
scivolano nella penombra sono il nostro linguaggio internazionale.
In un incantesimo inatteso, il concerto è diventato
il Centro, nell'aria raccolta della saletta . La musica,
così intensa ed emozionale, esalta il mio stato
d'animo commosso. Quasi sottovoce, in un silenzio teso
d'attenzione, fluisce limpido un canto alla vita, alla
terra, e alle emozioni umane.
Parlo a lungo con un pacato, anziano signore che ho visto
qui altre volte. Non ho sonno e chiacchierare mi rilassa.
Ma domani si parte presto. Si sale. Salgono con noi una
cordata nippo-tedesca (il Giapponese, aspetto truce, capelli
pochi ma vistosi baffoni da samurai, il Tedesco tutto
diverso, occhialetti da intellettuale, capelli corti a
spazzola e un'aria un po’ sofferta) e due ragazzi
di Biella (sembrano più giovani di quel che sono,
fanno un po’ di casino con un mucchio di domande
a tutti, perché cercano di decidere se abbandonare
il loro progetto originario, il Pilastro Rosso di Brouillard,
per un più prestigioso obiettivo, il Pilone Centrale).
Diventeranno tutti personaggi di questa storia.
Tutte uguali queste partenze. A testa bassa con gli occhi
fissi a terra, nel tentativo di prendere il passo, di
rompere il fiato. Ma oggi devo stare calma, stiamo solo
salendo all'Eccles.
L'Eccles è lontano, passo dopo passo, prima sulla
morena ripidissima che cerca di tirarti giù , poi
sul ghiacciaio, lungo la traccia, avanzo dondolando come
se ogni passo fosse solo una piccola caduta del peso sul
piede che è avanti. Con pazienza, proseguo il mio
lavoro da formichina: ogni svolta del percorso, ogni punto
fermo, per quanto lontano, finisce prima o poi per essere
raggiunto. La traccia è ottima, niente brutti buchi,
non c'è quasi neanche la terminale.
Poi, finalmente , l'Eccles, dopo quattro lunghe ore, e
subito i fornelletti cominciano a fischiare.
La giornata passa calma e sonnolenta. Sonnecchio nella
brandina, poi cerco di respirare profondamente, di iperventilare,
e misuro le pulsazioni, trovandole ogni volta diverse
dalla misurazione precedente, poi sonnecchio di nuovo.
Non so bene di che tenore siano le mie condizioni fisiche,
sono un po’ troppo attenta ad ogni segnale, il brutto
ricordo della interminabile notte di tre anni fa non mi
lascia del tutto tranquilla, ma forse sto bene, sono solo
un po’ stordita. Alterniamo piccoli spuntini a lunghi
riposi, e, se ci riusciamo, al sonno. Beviamo moltissimo
e per farlo sciogliamo una quantità di luridissima
neve, facendola bollire per precauzione: non è
tanto la terra che ci rimane dentro ad infastidirmi, quanto
il pensiero della sporcizia che c'è qui intorno,
in ogni angolo.
Il ritmo della giornata mi ricorda, ma più che
un ricordo è quasi una sensazione fisica, di quelle
giornate passate a letto da ragazzina, quando ero ammalata:
non so, forse è solo il fatto di mangiare rimanendo
nella brandina. La tensione e l'emozione ormai sono passate,
ma c'è un'attesa mostruosa, anche se completamente
calma, perché ormai, finalmente, ci sono dentro.
La piccola scatola di latta è internazionale: noi
due e i due ragazzi di Biella, il Giapponese e il Tedesco,
una cordata di Polacchi, che solo a guardarli ci sembrano
fortissimi, e poi si sa che sono diretti alla Jori Bardill.
Poi nel corso della giornata le cordate arrivano una dietro
l'altra: ci sarà affollamento domani, sull'Innominata,
e anche sul Pilone… come se non bastassero tutte
le altre preoccupazioni, ci si aggiunge quella di dover
fare la fila. Anche l'altra scatola metallica, più
alta di qualche metro, si riempie presto, e c'è
gente che prepara il bivacco ovunque.
Prima di cena facciamo un timido tentativo di esplorare
la strada che dovremo percorrere di notte per andare all'attacco:
avevamo deciso, anche a seguito dei consigli di Enrico,
di percorrerla preventivamente almeno fino al colle, ma
ora non ne abbiamo la minima voglia, neanche io che pure
insisto un poco, cercando di convincere Paolo ma in realtà
anche me stessa. Mi sento svuotata e il mio unico desiderio
sembra essere quello di stare sdraiata sulla brandina,
solo per riflessione ogni tanto mangio e bevo qualcosa:
il riposo e i liquidi mi restituiranno energie sufficienti?
Inoltre, come sempre, questo posto mi sconvolge, basta
uscire dalla porta per essere costretti a fare attenzione
a non precipitare, allora meglio rimanere nel bivacco,
perché per oggi voglio ancora sentirmi dentro a
spazi dalle dimensioni umane, tra quattro rassicuranti
pareti, anche se di latta, senza vedermi attorno baratri
osceni.
Nel pomeriggio il tempo si chiude del tutto e viene nebbia
fino a quota 4000, poco sopra di noi. Ma l'altimetro è
sceso di 20 metri. Entro sera diamo fondo alle provviste,
lasciando nei sacchi per domani solo alcune bustine di
caffè, the e zucchero, una scatola di biscotti
e una ricarica per il fornelletto. Avevamo comunque deciso
che ogni provvista non deperibile che non fosse stata
consumata, sarebbe rimasta qui. Non vogliamo bivaccare.
Segue una breve notte, tranquilla. Dormo bene, profondamente.
Non abbiamo neanche deciso a che ora svegliarci: tanto
qui si muoveranno tutti prestissimo.
Ad un'ora imprecisata, forse le tre, per ultimi lasciamo
la scatola di latta: siamo rimasti ancora un po’
a poltrire mentre gli altri si preparavano a turno nello
spazio limitatissimo.
Luci si muovono vero il colle, davanti a noi. I Polacchi
traversano in alto, verso l'itinerario roccioso, noi invece
entriamo nel Brouillard e passiamo la non difficile terminale
sotto la vedretta. La salita al colle è molto ripida
e spesso su ghiaccio vivo: qui si pagano care le ottime
condizioni sul Pilone! Ho paura, ma non come al Dru, non
devo trattenermi dal dire "andiamo a casa!",
non lo direi mai, ripeto solo a me stessa mille volte
"stiamo attenti…": procediamo legati e
di conserva, il minimo errore da parte di uno dei due
sarebbe certamente fatale a entrambi.
Di là dal colle il terreno è altrettanto
ripido: sulla destra ci sono delle doppie, si vedono le
luci delle cordate che già attendono il turno.
La genialità di Palo è immediata e vincente:
si fa consegnare la mia piccozza, mi assicura mentre scendo
senza attrezzi e poi scende a sua volta assicurato dal
basso, ma con due attrezzi: questo ci permette di superare
alcune cordate, tra gli altri i Polacchi, che benché
abbiano due attrezzi a testa appaiono alquanto lenti ed
impacciati.
Alla fine tocchiamo le roccette in fondo al canalino e
cominciamo a traversare verso sinistra, un lungo mezzacosta
solcato da una moltitudine di profonde rigole ghiacciate.
Siamo dentro all'alto Freney! Un piccolo plateau quasi
chiuso in se stesso, completamente nascosto da alte quinte
circolari, si apre in basso in uno stretto imbuto che
intuisco precipitare ripidissimo dietro una angusta soglia.
Sopra di noi si cominciano ad intravedere, nella luce
opaca prima dell'alba, grandi forme di granito. Ci sono
luci sul pilastro davanti a noi e naturalmente ci dirigiamo
verso di loro. Alle sei, dopo una rapida preparazione,
Paolo parte sul primo tiro, poi ne salgo uno io, poi ancora
uno lui che ci rivela la sgradevole verità: abbiamo
sbagliato pilastro. Impreco spazientita: la solita fretta,
la fretta è sempre un pessimo affare, avrei voluto
guardare la relazione, avrei dovuto guardarmi in giro
meglio, invece… Ben quattro cordate, noi, il Giapponese
e il Tedesco, i Polacchi e due Inglesi, tutti come pecore
dietro ai Biellesi sul Pilastro sbagliato, ciascuno pensando
che la cordata precedente avesse studiato il percorso
a sufficienza.
I più avanti hanno già traversato sulla
via giusta riscendendo un poco. Gli Inglesi, più
bassi di noi quando si accorgono dell'errore, stanno già
traversando. Passo un primo canale gelato, gradinando
un po’, ma subito dopo c'è un secondo canale,
più largo, più ripido e più gelato.
Paolo vorrebbe rimettere scarponi e ramponi ma ad un'occhiata
più attenta vediamo che il canale più in
alto si strozza e sembra possibile traversarlo anche in
scarpette. Presa la decisione, letteralmente di corsa
scaliamo alcuni tiri marcissimi e pericolosi, fino a raggiungere
il punto in cui, col fiato sospeso e non senza dover tagliare
ancora un paio di gradinetti ed una presa, traverso il
canale, che ha già scaricato pietre in abbondanza.
Fortunatamente tutto è fermo mentre passiamo e
alla fine siamo entrambi di là, indenni, e con
ancora due tiri di traverso raggiungiamo la nostra via.
Abbiamo saltato un tiro di V ma abbiamo salito almeno
quattro o cinque lunghezze in più a causa di questo
stupido errore.
Finalmente il rosso, solido protogino del Bianco sotto
le scarpette! Anche da questo si capisce di essere sulla
giusta via, fuori dai marciumi di poco fa. Siamo dietro
la cordata nippo-tedesca e davanti agli Inglesi. Presto
debbo misurarmi con un tiro di V piuttosto atletico, faticosissimo
con lo zaino, dopo di che perdo completamente il senso
del tempo e il conto del numero di lunghezze: queste si
susseguono una dietro l'altra, numerosissime e faticose,
senza storia e senza alcun piacere di arrampicare…
salire con lo zaino perennemente sulle spalle e cercando
di essere veloci è solo un duro lavoro e io mi
sforzo di pensare ogni tanto, semi abbrutita, che in fondo
questo è solo il giusto prezzo che pago per il
Pilone. Ma si corre molto e si pensa poco.
A tre tiri dalla Chandelle un episodio interrompe la galoppata.
Siamo su un terrazzo piuttosto ampio, l'ennesimo tiro
facile salito di corsa mi ha tolto le forze residue, almeno
apparentemente, e sono in preda ad una brutta crisi di
debolezza che mi preoccupa non poco. Il bisogno di appartarmi
è diventato un fastidio quasi insopportabile e
mi prosciuga le energie, ma abbiamo troppa fretta e c'è
sempre gente dietro a noi. Quando arriva la scarica di
pezzi di ghiaccio, staccatasi dal tiro di misto sotto
la Chandelle, sto sostituendo attorno a un masso gli anelli
di corda con una lunga fettuccia che aveva addosso Paolo,
quindi siamo tutti e due slegati. Il terrazzino è
largo, ma avverto con precisa intensità la situazione
di pericolo in cui il mio errore ci ha messi. Inoltre,
indipendentemente da questo fatto, un grosso frammento
tagliente colpisce Paolo a un braccio, producendogli una
contusione notevole, ma soprattutto dolore e shock, che
la quota e la fatica esaltano a tale punto che per un
po’ lui pensa di essere prossimo ad un collasso
e mette in dubbio la possibilità da parte sua di
continuare la salita. Non prendo neanche in considerazione
la sua idea (<<Tu esci con i Biellesi, io aspetto
l'elicottero>>), se può usare il braccio
anche un poco, se può cavarsela a salire da secondo
magari con l'aiuto della corda (e vale la pena di tentare!),
posso tirare da prima quanto resta della via, magari coi
denti. Non dobbiamo fermarci. Appena si riprende tanto
da farmi sicura, salgo il tiro successivo, ma già
sopra, sulla lunghezza di misto, lui è in grado
di continuare a comando alternato. C'è fila davanti
a noi e la sosta sotto la Chandelle è occupata
da chi ci precede, così Paolo tarda a recuperarmi;
ne approfitto per slegarmi e sparire dietro un provvidenziale
masso.
L'artif a 4500, con lo zaino pesante sulle spalle, è
un'operazione lenta per tutti, nonostante le fessure siano
zeppe di chiodi. I Biellesi sono i primi e stanno formando
un po’ di ingorgo. Sul traverso io mi ritrovo a
corto di rinvii e il Giapponese, al quale mi sono momentaneamente
accavallata dopo molto che aspettavo, per accelerare i
tempi, gentilissimo me ne recupera alcuni. Poi, in un
modo o nell'altro riusciamo a stiparci in tre, loro due
ed io, alla "sosta su staffe" sotto la verticale
del camino strapiombante. La nebbia nel frattempo si è
chiusa tutt'intorno e fa freddo a stare fermi. Spio sospettosa
l'aria e il cielo, rallegrandomi ogni volta che riesco
a intravedere di nuovo il fondo della valle o qualche
sprazzo di sereno e preoccupandomi invece quando le nuvole
si infittiscono di più. Dentro la nebbia, inquietante
e persistente in direzione della Noire, il rumore dell'elicottero.
Rimane a lungo, deve essere successo qualcosa: siamo costretti
ad urlare i comandi. Proprio accanto a noi, invece, il
canale alla nostra destra, dopo una prima grossa frana,
ora scarica continuamente, ed enormi quantità di
materiale, un misto di pietre, acqua e ghiaccio, ci passano
accanto vicinissime, rombando come treni.
Finalmente Paolo può salire e passare in testa
verso il camino. Lo raggiunge e subito sotto la strozzatura
abbandona lo zaino appeso a un chiodo: vedendo gli sforzi
delle cordate che ci precedono, che hanno avuto difficoltà
incastrandosi nella strettoia con gli zaini in spalla,
ha avuto un'altra idea. Senza niente sulle spalle, va
veloce dentro al camino. Arrivata anche io sotto al passo
chiave, assicuro entrambi gli zaini ad una delle due corde
e li libero, poi da sopra possiamo issarli. In questo
modo riusciamo a passare con un minimo spreco di tempo
ed energie.(…)
Alla fine dell'artificiale,
non finiscono le difficoltà: altri tre lunghissimi
tiri, con passaggi di V. Poi, finalmente, non c'è
più roccia sopra di noi. Sono le 19.00, stiamo
su di un aguzzo monolito granitico staccato dal corpo
della montagna, il panorama attorno è cambiato
e alle rosse pareti di protogino si sono sostituiti sfuggenti
e scuri pendii di misto. La nebbia ogni tanto si apre
in alto e regala, più lontano, chiari suggestivi
scorci d'aspetto invernale della cresta gelata contro
il pallido ceruleo cielo della sera.
Abbiamo trascorso tredici ore sul Pilone, due circa di
fila, fermi alle soste della Chandelle: valuto in undici
ore, forse di meno, il tempo con cui avremmo potuto superare
la via senza l'ingorgo di cordate e l'errore di attacco.
Veloce cambio di calzature, attenti a non fare cadere
nulla di essenziale, specialmente gli scarponi! Poi la
breve corda doppia: purtroppo una selva di corde fisse
imbratta la parete, completamente inutili oltre tutto,
perché ogni cordata ha la sua corda e basterebbe
la sosta ben attrezzata, con cordini nuovi. La corda fissa
sul primo tiro di misto è un po’ meno inutile,
velocizza la progressione, ma se ne potrebbe fare benissimo
a meno, tra l'altro potrebbe diventare pericolosa. Altri
due tiri e finalmente ci sleghiamo: ne sentivo il bisogno,
slegarsi vuol dire poter procedere in modo costante e
secondo il proprio ritmo, liberamente, con una continuità
che per me è preziosa, se sono un po’ stanca.
Propongo a Paolo di prepararci un the, poiché il
posto è abbastanza comodo e l'acqua nelle borracce
è finita da un pezzo. Abbiamo bisogno di liquidi.
(…)
Effettivamente,
quando ripartiamo, sto benissimo, come se avessi recuperato
per ore invece che per pochi minuti. La cresta è
ripida ma è un terreno che mi è congeniale,
sicuro e piacevole, comincio persino a divertirmi e salgo
canticchiando, i Pink Floyd per l'occasione, is anybody
out there? … is there anybody out there?, come una
domanda ad ogni gobba dietro la quale si nasconda una
presenza amica o una bella sorpresa. La becca dell'attrezzo
entra sicura dentro un ottimo ghiaccio, toc, toc, dà
il ritmo ai passi.
Lentamente, si fa scuro. Raggiungiamo gli Inglesi che
ci hanno superato durante la nostra sosta per il the e
che ora si stanno preparando a bivaccare in un ottimo
posto riparato da massi. Poco oltre, rimontiamo un cucuzzolo
roccioso in vista del M.Bianco di Courmayeur, ultimo contrafforte
della cresta di Brouillard, arrampicando slegati su facili
e divertenti passaggi, e lì raggiungiamo il Giapponese
ed il Tedesco: procedono legati, a tiri, e appaiono piuttosto
sconvolti. Sì, prendere quel the è stata
davvero una grande idea.
Poi, mi ritrovo davanti, sola. La traccia taglia, sotto
al M.Bianco di Courmayeur, un grande pendio di neve: laggiù
in fondo, lontana, la vetta. Fa freddo, si è alzato
un vento teso e folate improvvise sollevano laminette
gelate dalla superficie nevosa, gonfia per il rigelo,
e le trascinano a monte sul pendio con suono di mille
campanelline di cristallo, tutto attorno a me. Poi, la
traccia guadagna una sella di fronte ad un morbido pendio
di gobbe bianche, che si stendono una dopo l'altra fino
alla cima. Sono ipnotizzata dalla bellezza di ciò
che ho intorno. Nel chiarore della luna piena distinguo
in basso le forme scure del Tacul e del Maudit e i loro
satelliti, piccoli e lontani, riconosco ogni cima da un'angolazione
nuova e diversa. Tutte sono incredibilmente più
basse di me, ben visibili ma immerse nella semioscurità,
come una specie di inchiostro scuro e minaccioso, l'ombra
che ristagna dentro alle vallate e sui versanti ripidi:
quassù è tutto talmente luminoso, invece,
la luna è traslucida, brillantissima, come se tra
me e lei non ci fosse atmosfera, e il cielo ha una profondità
che non immaginavo esistere… ma c'è qualcosa,
qualcosa… quand'è che mi sono detta "è
il tempo che sta cambiando…" e quale segno
sottile me lo ha fatto pensare? Forse il vento, forse
quando si è alzato il vento un'ora fa… o
due? Il tempo si è fermato dal momento in cui,
usciti dalla Chandelle, ho smesso di occuparmene. Poi,
alla fine, lontanissima, una piccola nube lampeggiante
appare in mezzo al cielo, sola, e comincia ad avvicinarsi
piano piano. Tutto è in attesa ed il contrasto
tra questo chiarore e il fumo leggero che ormai gira giù
in basso, attorno alle forme scure dei pilastri di granito,
ha qualcosa di minaccioso: "so" che il tempo
sta cambiando, ma non avverto affatto come ostile l'ambiente
selvaggio che mi circonda (forse perché sto benissimo,
potrei mettermi a correre e a saltare) ma come profondamente
amico ed accogliente per me, un terreno su cui muovermi
libera e leggera. Qualcosa di ostile sembra semmai essere
rimasto laggiù, molto più in basso, dentro
all'inchiostro delle vallate e dei ghiacciai.
Ad un'ora che
non conosco e che non ha importanza, tocco, in uno stato
di completa esaltazione, la cima del M.Bianco. Poco dopo
arriva Paolo, e poi i nostri due occasionali compagni,
il Giapponese ed il Tedesco, e ci abbracciamo tutti. Ora,
solo ora che metto piede sulla vetta e non prima, sul
monolito della Chandelle, prendo coscienza di aver realizzato
davvero un sogno che da quattro anni inseguivo, senza
mai poterci credere davvero ma senza mai rinunciarci del
tutto.
(…)
Sto benissimo, potrei restare chissà quanto qua
sopra a guardarmi attorno. Mi è venuto in mente
prima, sulla cresta, che se ci fosse Luca morirebbe in
contemplazione qui. Ho cominciato a pensarlo quando il
vento ha preso a trascinare a monte sul pendio le laminette
di neve ghiacciata… si metterebbe fermo qui a contemplare
e a fotografare e lo ritroveremmo congelato! Io possiedo
un residuo di razionalità che mi dice che, per
quanto bello sia, devo scendere, e poi c'è quella
piccola nuvola lontana, solitaria e lampeggiante.
Le Bosses serpeggiano
nel chiarore lunare. Sto molto attenta lungo il percorso
affilato, con una sorta di sana superstizione che mi fa
raddoppiare la cautela... sono troppo contenta per permettermi
di finire di sotto. Pensavo che il vento potesse darci
dei problemi su questo tratto esposto, ma di qua dalla
vetta è notevolmente diminuito. La piccola nuvola
si è avvicinata molto, intanto, ed è diventata
più grossa. Sta sempre sola verso nord ovest, in
mezzo a un cielo che non so dire, né nuvolo né
sereno, e lampeggia, lampeggia di continuo, senza alcun
rumore. Non ho mai visto niente di simile, è un
po’ spettrale e un po’ comica, troppo piccola
per sembrare seria (ma so che è solo effetto della
distanza). Dietro le spalle invece, la luna è ancora
grande e placida, e lucidissima in mezzo al tranquillo
lago del cielo meridionale.
Scendendo ancora, entriamo nella nebbia. Una nebbia fitta,
sorta dal nulla, arrivata da chissà dove. Seguiamo
la traccia metro per metro, poi finalmente appare la forma
scura della Vallot.
La capanna è stracolma. Sporca, fredda e stracolma.
Distinguo a terra, nell'intrico di corpi e zaini, le fisionomie
dei due Biellesi. Non mi sento stanca, preferirei scendere
al Goutier, dove almeno potremmo stare al caldo nella
sala da pranzo. E' solo mezzanotte, in mezz'ora o poco
più saremmo al Goutier… Paolo invece si infila
sul tavolato, rosicchiando chissà come un po’
di spazio alla gente addormentata e sprofonda nel sonno…
palesemente non sarebbe stato neanche disponibile a discutere
la cosa. Magari ha ragione, c'è troppa nebbia per
scendere. Se non ci fosse la nebbia andrei giù
da me, dopotutto ora possiamo essere indipendenti, ma
c'è davvero troppa nebbia. Non mi resta che rassegnarmi.
Mi siedo a terra, sui pochi centimetri quadrati che riesco
a rimediare, con la schiena appoggiata allo zaino, pensando
pazientemente che anche questo fa parte del prezzo da
pagare. Presto ho i piedi gelati e freddo alle spalle,
umide per il sudore, e di dormire non se ne parla, e ho
una gran sete ma non mi decido ad uscire per prendere
della neve e ad armare tutto il traffico necessario per
ottenere un po’ di liquido: ogni spostamento mi
costringerebbe a scavalcare persone addormentate.
Dopo non molto dal nostro arrivo, fuori si scatena un
inferno di vento e grandine: presto riparano nella capanna
anche i due Inglesi e un tizio solitario.
Verso le cinque, finalmente, uno dei Biellesi si alza
ed esce a prendere del ghiaccio. Appena il suo fornello
comincia a fischiare, anche io mi decido, nonostante il
tempaccio, ad andare a fare provviste, e cominciamo con
i due fornelletti a sciogliere neve e a preparare una
gran quantità di ogni cosa liquida, dal the con
dentro pastiglie di Enervit al caffè con latte
condensato. Abbiamo fatto fare una passeggiata sul Pilone
ad una scatola di biscotti che è ancora intatta,
anche se un poco acciaccata, ma non mi va nulla di solido.
Il freddo mi fa sentire la stanchezza.
Man mano che fuori schiarisce, qualcuno comincia a muoversi
e i più coraggiosi persino ad andarsene: non grandina
più ma c'è ancora molta nebbia e vento,
un clima decisamente scoraggiante. Si liberano dei posti
sul tavolato e riesco a dormire un'oretta.
Verso le nove decidiamo di muoverci. Il tempo non accenna
ad aprirsi e a quanto ne sappiamo potrebbe anche peggiorare
nuovamente. Facciamo ormai fronte comune coi Biellesi
e con il solitario arrivato stanotte. Costui è
un tipo strano: ci ha prima domandato se siamo in grado
di scendere anche con il brutto tempo, è chiaro
che cerca compagni a cui aggregarsi, ma contemporaneamente
tenta di modificare le nostre decisioni. Ha provato, per
esempio, a convincerci a scendere al Gonella, sul versante
Italiano, ma noi gli abbiamo risposto, naturalmente, che
non se ne parla neanche: non conosco affatto l'itinerario
e non ho idea di dove ci dovremmo dirigere, so solo che
è un percorso lungo e complesso. Ci ha raccontato
poi la storia rocambolesca di una ascensione alla Nord
della Blanche con due compagni occasionali, che una volta
arrivati in vetta sarebbero volati di sotto, tanto che
lui, secondo il suo racconto, li avrebbe dovuti trattenere
buttandosi dalla parte opposta… avrebbe poi proseguito
in solitaria sulla Peuterey mentre quei due venivano recuperati
dall'elicottero (in effetti abbiamo sentito, dalla Chandelle,
un elicottero girare a lungo nella nebbia). Ho un'impressione
insistente che il Valdostano ci stia raccontando un mucchio
di balle, o quantomeno, che abbia allentato un tantino
le briglie della sua fantasia…
Per quanto riguarda il nostro problema immediato, io penso
che sia possibile seguire la traccia nonostante la fitta
nebbia, perché non è nevicato molto e il
vento non può aver cancellato il pistone indurito:
senza la traccia e privi di una bussola, naturalmente,
non avremmo grandi possibilità, visto che la spalla
su cui sorge laVallot è completamente priva di
punti di riferimento. Penso inoltre che sia preferibile
scendere al Dome dou Goutier, poiché a quello che
dice una guida inglese il ghiacciaio dei Bosson è
molto crepacciato dopo la capanna dei Grandes Mulets e
la traccia complicata.: senza considerare che nessuno
di noi è mai salito o sceso da quel percorso.
Prendiamo con facilità una decisione comune coi
Biellesi e ci avviamo nella nebbia, col Valdostano che
lancia anatemi e ci profetizza che ci perderemo e gireremo
a vuoto per ore, forse per giorni… però si
aggrega. Dalla nebbia emerge poi uno strano Babbo Natale
(capelli e barba lunghi, completamente incrostati dal
ghiaccio) che proviene dallo Sperone della Brenva, salito
in solitaria durante il temporale. Ha l'aria un po’
rimbecillita dalla stanchezza e dal maltempo, ignora la
Vallot e prosegue dritto, va avanti un poco nel grigiore
assoluto con noi che lo seguiamo perché, si vede,
"ha le palle quadre", finchè diventa
chiaro che ne sa meno di noi. Poco dopo, ad un bivio con
il nulla attorno, apriamo nel vento la sua carta, del
tutto inutilizzabile senza una bussola, mentre il Valdostano
profetizza la nostra imminente perdizione, finchè
io e Paolo, che conosciamo il percorso, ci ragioniamo
un attimo ed imbocchiamo la traccia giusta. Tutti seguono.
Più in basso, problemi non ce ne sono, ma il Valdostano
ricomincia a lanciare anatemi ogni volta che, sui tratti
in piano, la traccia smette di essere un solco netto e
fondo almeno dieci centimetri e diventa un pistaticcio
generale, un po’ più complicato da seguire.
Ma tutte le strade evidentemente portano al Dome, e noi
ci arriviamo nel bel mezzo di una splendida luminosissima
schiarita (un uomo ed una donna, usciti da una truna,
addirittura si avviano verso l'alto).
Un potage caldo ci ristora al rifugio e ci prepara a ricevere
in santa pace tutta l'acqua che un nuovo violento temporale
ci scaraventerà addosso tra la Tete Rousse e il
Nid d'Aigle. Laggiù, nel deserto di rocce rosse
intristito dal maltempo, l'acqua ruscella ovunque e frotte
di turisti inzuppati e infreddoliti si riparano nella
galleria del trenino, umida e ventosa, e nello chalet
sovraffollato. Per fortuna il treno ci porta via poco
dopo.
Poi, c'è tutta la trafila dei mezzi pubblici, nel
leggero stordimento del perdere quota: la funivia per
Les Huches, un autobus fino a Chamonix, di cui attraversiamo
a piedi, sporchi e malmessi, il centro affollato, e l'autobus
infine che passa la frontiera. Bagnata come sono, me ne
andrei all'ostello, rimandando a domani il recupero dell'auto
in Val Veny: Però il Valdostano, sarà anche
un pallonaro rompiballe, ma non è antipatico (tranne
quando gufa) e ha una macchina a Courmayeur, con la quale
si risolve il problema di salire in Val Veny. Tutti assieme,
e i Biellesi senza documenti, passiamo la frontiera.
I
saluti sono sempre un po’ malinconici. Speriamo
di non perdere i contatti, Gianluca e Giuliano, anche
se poi lo si dice sempre ma non lo si realizza mai, e
il tempo si porta via tutto tranne i ricordi. La Noire
è scura di pioggia e la Dora muggisce forte, mentre
qualche schiarita mostra ancora, di tanto in tanto, il
versante selvaggio del Brouillard, fino a su in alto…
e già ho nostalgia di quei posti, e già
quasi mi sembra che ricomincerei a salire, per un altro
giro, anche ora stesso. Invece, andiamo a farci spennare
in una trattoria elegante, l'unica che troviamo aperta.
Ma l'abbuffata di fine avventura è un rito irrinunciabile.