Agosto 1990 - il Pilone Centrale

 

   La cresta delle Bosses

 

   

Chamonix, venerdì 3 agosto.
La meteo è eccezionale. Chaud, ensolleies, tres sec, sono le parole che si ripetono da ieri sera sul bollettino appeso dietro il vetro della farmacia. Ieri sera, già, ieri sera eravamo appena scesi dal Torino, appena venuti giù dal Pilier Gervasutti, bisognosi di riposo, di recupero fisico e mentale. Le ore di sofferenza della marcia di ritorno dal Pilier sono passate da così poco, e non sono state poca cosa. Dovrei ricordare bene la fatica, i dolori mestruali da piegarsi in due, la schiena spezzata dallo zaino mai tolto per ore… Dentro la Vallee, nera come inchiostro, il temporale selvaggio e fantasmagorico squarciava il buio con improvvisi lampi di luce lattea che per brevi istanti ogni volta mostravano attorno a noi scure forme minacciose e ci lasciavano lì, abbagliati, a cercare come ciechi una traccia difficile tra i crepacci, sotto la pioggia battente. Ho avuto paura di non riuscire a risalire al rifugio.
La meteo, fin da ieri sera, ha cancellato tutto dalla mia memoria e del Pilier mi è rimasto solo un bel ricordo, quei pochi metri di pendio nevoso sotto alla vetta del Tacul, camminare e riprendere fiato, respirare e camminare, con un senso di potenza e di invincibilità, andando verso il punto dove le linee cessano di salire.
Oggi, mi sono svegliata con l'idea che perdere un giorno costituirebbe un imperdonabile errore. Oggi è il nostro giorno di riposo ma, non appena ho aperto gli occhi, già stavo pensando che oggi invece è il giorno giusto per salire. Sul libro di Diemberger, di cui ho riletto brani qua e là prima della partenza, per concentrarmi meglio sui miei obiettivi, c’è un capitolo che si intitola “Il giorno perduto”, ed io ora ho questa frase che mi martella nella testa, assieme all’idea di quei morti a causa di un giorno perduto. Mi vengono in mente anche le parole di Enrico che mi ha raccomandato mille volte di muovermi solo con tre giornate di bel tempo assicurato… come se fosse facile trovarle, qui al Bianco, tre giornate di bel tempo sicuro. Ed ora, la meteo è perfetta, per tre giornate, appunto: non possiamo sprecare questa occasione. Forse non abbiamo recuperato a sufficienza dal Pilier, però… Appena Paolo si sveglia glie ne parlo e lo convinco a partire.
(…)

La strada dritta davanti a me nella luce un po’ spettrale del tunnel, il volante stretto tra le mani, mi viene in mente la beffa del corso I.N.A.. Mi prende un indescrivibile senso di potenza, quasi di trionfo, come se avessi la salita già in mano. Penso alla letterina di ringraziamento che scriverò alla Scuola Centrale (lo debbo a loro, il Pilone!) e ne studio le frasi. Ho le motivazioni alle stelle! Ma non devo fare questi progetti prima di essere tornata giù dal Pilone dopo averlo salito. Corso I.N.A. a parte, conosco bene questi stati d'animo… sarò incredula di star partendo davvero, poi lo stress per l'incertezza del risultato mi svuoterà come un guscio, poi ancora mi sosterrò e cercherò di superare la paura pensando al "dopo", alla gioia e al trionfo di possederlo, finalmente… Ma cosa può togliermelo ormai, la meteo è perfetta ed io sto benissimo, anche Paolo mi sembra in forma, e deciso. Torno a rimuginare sull'idea, caustica e divertente, della lettera alla Scuola, ma c'è un tarlo sottile che mi consiglia di non pensarci.
Val Veny, il pranzo, un po’ caro, ha il sapore dell'ultima follia. Gli zaini sono già alla teleferica e noi fra poco saliremo. Non per la Ratti-Vitali o per il Pilastro Rosso, o l'Aiguille Croux, sto partendo per il Pilone Centrale. Questa semplice idea mi mozza il respiro. Non in senso figurato, ma davvero: dove è finita tutta la spavalderia di poco fa dentro al tunnel? Senza un volante tra le mani mi sento molto più insicura. Ho faticato per mangiare qualcosa combattendo contro un leggero senso di nausea, dovuto non certo alla quota. Finalmente ci si incammina, e l'azione mitiga un po’ la tensione che non riesco altrimenti ad allentare. Il sentiero è bellissimo, e piacevole dato che saliamo scarichi. Cerco di respirare profondamente, con l'addome, come lo yoga insegna, ma non è certo la salita che richiede questo esercizio: un passo dietro l'altro, leggera e completamente assorta nei miei pensieri, non faccio alcuna fatica. Per la terza volta scavalco il ponticello sopra l'acqua lattiginosa, mi giro ancora per prendere in faccia gli spruzzi e urlo per sovrastare il frastuono, la commozione è partire per lassù ma anche ritrovare questo posto dalla profonda, aspra bellezza, che ha già per me i suoi tanti ricordi. Presto la Noire ci domina e sopra i salti rossicci ecco il Monzino.

Al rifugio il Garda non c'è, il gestore è un tipo che ho già visto altre volte, solo che ora è chiaro che la baracca la manda avanti lui: parla anche con me (evidentemente lui non è convinto che io sia solo un sacco), gentilissimo e rassicurante è fonte di altri consigli che io puntualmente registro. Ho proprio bisogno di essere rassicurata (ho idea che l'emozione mi si legga in faccia!) e ho bisogno soprattutto di parlare con più gente possibile, con persone diverse da Paolo: lui, naturalmente, non ne ha nessuna colpa, ma stasera, in questo stato d'animo, il senso di solitudine che ho già provato al Torino deve trovare uno sfogo. Si va in montagna in due e si è completamente soli, rivestiti da una scorza di determinazione. Ricordo le frasi del libro di Peter Bordman che così bene descrivono questi rapporti a due irrigiditi dalla necessità di agire: <<No, non potevamo dividere le nostre paure, o i nostri successi in questa scalata, dovevamo avere solo un rapporto d'affari. Se ci fossimo aperti all'amicizia durante la salita, la montagna avrebbe potuto colpire le nostre debolezze. Dovevamo presentarci a fronte unico e compatto verso la montagna ed inghiottire le sottigliezze del rapporto umano.>>
(…)

E pure, cosa sarebbe il Pilone senza questa mia insostenibile tensione emotiva? Ripenso ancora, e come potrei non farlo, a Massimo e alle discussioni feroci, quando disprezzava le mie paure e contestava il mio stato d’animo. Aveva torto, ora più che mai ne sono certa. E’ la mia commozione profonda di stasera a legittimare l’alpinismo, questo miscuglio di sentimenti di cui solo con difficoltà trovo il bandolo. La grande colonna di granito rosso, bellissima e selvaggia, lassù in alto, è solo l’oggetto di tutto ciò, che valore avrebbe ancora, andare a salirla, se, come gli americani che Massimo tanto apprezza, riuscissi a smitizzare l’idea stessa di andarci… Sono i miei miti che mi fanno vivere una serata così, ed è in questa serata, e nei ricordi che me ne resteranno, il profondo senso, per me, di andare a salire il Pilone.
Non sono mai riuscita ad entrare nell’ottica perversa dell’elicottero che arriva e, deus ex machina, ti preleva sottraendoti da ogni tipo di guaio in cui, per insipienza o sfortuna, ti sei cacciato. Forse questo aspetto del “nuovo” M.Bianco, una sorta di lunapark meccanico dei record e dei divertimenti, dove non c’è più avventura, al massimo qualche performance atletica, è una realtà di fatto: di sicuro avrà ragione chi pensa che ogni risultato sia scontato, che non ci sia rischio né alcun motivo di emozione. E’ una questione di posizione mentale: la mia è tale che il M.Bianco è rimasto quello di Bonatti e non riesce a diventare quello di Profit. E’ il M.Bianco del tempo che cambia all’improvviso e ti blocca per giorni su una cengia, senza che alcun elicottero possa alzarsi per raggiungerti. Si può obiettare addirittura che oggi non nevica neanche più come allora: ma io l’ho sentito ancora vivo mille volte, quel M.Bianco lì, per una doppia bloccata sotto una grandinata o quando una frana di sassi ci è passata vicino, o per quel temporale che ha trasformato persino la tranquilla e affollata Vallee Blanche in un postaccio infido e inospitale; o in tante altre occasioni in cui, a pensarci bene, la differenza tra la vita e la morte è stata solo la questione di un’inezia. Si può essere positivi, ma non ottusamente positivi, e come l’esistenza quotidiana è diversa dai caroselli, lo è il M.Bianco dell’alpinismo “amatoriale” da quello dei campioni supersponsorizzati e degli sketch pubblicitari delle grandi ditte di materiale alpinistico. Comunque, al di là di ogni considerazione razionale, l’idea dell’elicottero come immancabile fonte di salvezza non appartiene alla mia coscienza, così come per me il risultato dell’azione rimane incerto, tutto da vivere e da giocare, e per questo può ancora chiamarsi avventura. Il risultato può essere il Pilone, o non il Pilone; un po’ di fatica, o ore di sofferenza, o persino il non tornare da lassù… L’avventura è intatta e l’indeterminatezza del risultato e le incognite della salita, assieme alla commozione che questo ambiente grandioso e ostile sa darmi, a me che ancora lo “leggo” in modo completamente emozionale, tutte queste cose assieme creano una serata così, in questo posto di frontiera tra il quotidiano, il banale e gli spazi dove ogni cosa è in gioco. Quanto hanno perso tutti quelli che credono nell'elicottero... Io, domani, passerò la frontiera.
(…)

La saletta dove la cena si è svolta in un silenzio fatto di discorsi a bassa voce, di rumori attenuati e discreti, è popolata da poche altre cordate. Nell’aria si avverte il raccoglimento e la concentrazione di ciascuno. Il clima “Sass Fura”, il clima “Charpoua”. Dopo cena, un concerto di Mozart, il mio preferito, suona su un mangianastri, e persino il ragazzino del rifugio, che avrà si e no quattordici anni, ha l’aria di esserne entusiasta. <<Ti piace la musica classica, allora!>> gli chiedo. <<Qui ci piace a tutti moltissimo>> mi risponde lui, convinto. <<Era bravo, questo qui, a mettere le note in fila>> scherza il gestore. Ci sono a un tavolo tre francesi che seguono la musica fischiettandola (sono appena tornati dal Gugliermina) e mi guardano sorridendo perché anche io la fischietto, e ci guardiamo sorridendo. Le note del pianoforte che scivolano nella penombra sono il nostro linguaggio internazionale. In un incantesimo inatteso, il concerto è diventato il Centro, nell'aria raccolta della saletta . La musica, così intensa ed emozionale, esalta il mio stato d'animo commosso. Quasi sottovoce, in un silenzio teso d'attenzione, fluisce limpido un canto alla vita, alla terra, e alle emozioni umane.
Parlo a lungo con un pacato, anziano signore che ho visto qui altre volte. Non ho sonno e chiacchierare mi rilassa. Ma domani si parte presto. Si sale. Salgono con noi una cordata nippo-tedesca (il Giapponese, aspetto truce, capelli pochi ma vistosi baffoni da samurai, il Tedesco tutto diverso, occhialetti da intellettuale, capelli corti a spazzola e un'aria un po’ sofferta) e due ragazzi di Biella (sembrano più giovani di quel che sono, fanno un po’ di casino con un mucchio di domande a tutti, perché cercano di decidere se abbandonare il loro progetto originario, il Pilastro Rosso di Brouillard, per un più prestigioso obiettivo, il Pilone Centrale). Diventeranno tutti personaggi di questa storia.


Tutte uguali queste partenze. A testa bassa con gli occhi fissi a terra, nel tentativo di prendere il passo, di rompere il fiato. Ma oggi devo stare calma, stiamo solo salendo all'Eccles.
L'Eccles è lontano, passo dopo passo, prima sulla morena ripidissima che cerca di tirarti giù , poi sul ghiacciaio, lungo la traccia, avanzo dondolando come se ogni passo fosse solo una piccola caduta del peso sul piede che è avanti. Con pazienza, proseguo il mio lavoro da formichina: ogni svolta del percorso, ogni punto fermo, per quanto lontano, finisce prima o poi per essere raggiunto. La traccia è ottima, niente brutti buchi, non c'è quasi neanche la terminale.
Poi, finalmente , l'Eccles, dopo quattro lunghe ore, e subito i fornelletti cominciano a fischiare.
La giornata passa calma e sonnolenta. Sonnecchio nella brandina, poi cerco di respirare profondamente, di iperventilare, e misuro le pulsazioni, trovandole ogni volta diverse dalla misurazione precedente, poi sonnecchio di nuovo. Non so bene di che tenore siano le mie condizioni fisiche, sono un po’ troppo attenta ad ogni segnale, il brutto ricordo della interminabile notte di tre anni fa non mi lascia del tutto tranquilla, ma forse sto bene, sono solo un po’ stordita. Alterniamo piccoli spuntini a lunghi riposi, e, se ci riusciamo, al sonno. Beviamo moltissimo e per farlo sciogliamo una quantità di luridissima neve, facendola bollire per precauzione: non è tanto la terra che ci rimane dentro ad infastidirmi, quanto il pensiero della sporcizia che c'è qui intorno, in ogni angolo.
Il ritmo della giornata mi ricorda, ma più che un ricordo è quasi una sensazione fisica, di quelle giornate passate a letto da ragazzina, quando ero ammalata: non so, forse è solo il fatto di mangiare rimanendo nella brandina. La tensione e l'emozione ormai sono passate, ma c'è un'attesa mostruosa, anche se completamente calma, perché ormai, finalmente, ci sono dentro.
La piccola scatola di latta è internazionale: noi due e i due ragazzi di Biella, il Giapponese e il Tedesco, una cordata di Polacchi, che solo a guardarli ci sembrano fortissimi, e poi si sa che sono diretti alla Jori Bardill. Poi nel corso della giornata le cordate arrivano una dietro l'altra: ci sarà affollamento domani, sull'Innominata, e anche sul Pilone… come se non bastassero tutte le altre preoccupazioni, ci si aggiunge quella di dover fare la fila. Anche l'altra scatola metallica, più alta di qualche metro, si riempie presto, e c'è gente che prepara il bivacco ovunque.
Prima di cena facciamo un timido tentativo di esplorare la strada che dovremo percorrere di notte per andare all'attacco: avevamo deciso, anche a seguito dei consigli di Enrico, di percorrerla preventivamente almeno fino al colle, ma ora non ne abbiamo la minima voglia, neanche io che pure insisto un poco, cercando di convincere Paolo ma in realtà anche me stessa. Mi sento svuotata e il mio unico desiderio sembra essere quello di stare sdraiata sulla brandina, solo per riflessione ogni tanto mangio e bevo qualcosa: il riposo e i liquidi mi restituiranno energie sufficienti? Inoltre, come sempre, questo posto mi sconvolge, basta uscire dalla porta per essere costretti a fare attenzione a non precipitare, allora meglio rimanere nel bivacco, perché per oggi voglio ancora sentirmi dentro a spazi dalle dimensioni umane, tra quattro rassicuranti pareti, anche se di latta, senza vedermi attorno baratri osceni.
Nel pomeriggio il tempo si chiude del tutto e viene nebbia fino a quota 4000, poco sopra di noi. Ma l'altimetro è sceso di 20 metri. Entro sera diamo fondo alle provviste, lasciando nei sacchi per domani solo alcune bustine di caffè, the e zucchero, una scatola di biscotti e una ricarica per il fornelletto. Avevamo comunque deciso che ogni provvista non deperibile che non fosse stata consumata, sarebbe rimasta qui. Non vogliamo bivaccare.
Segue una breve notte, tranquilla. Dormo bene, profondamente. Non abbiamo neanche deciso a che ora svegliarci: tanto qui si muoveranno tutti prestissimo.


Ad un'ora imprecisata, forse le tre, per ultimi lasciamo la scatola di latta: siamo rimasti ancora un po’ a poltrire mentre gli altri si preparavano a turno nello spazio limitatissimo.
Luci si muovono vero il colle, davanti a noi. I Polacchi traversano in alto, verso l'itinerario roccioso, noi invece entriamo nel Brouillard e passiamo la non difficile terminale sotto la vedretta. La salita al colle è molto ripida e spesso su ghiaccio vivo: qui si pagano care le ottime condizioni sul Pilone! Ho paura, ma non come al Dru, non devo trattenermi dal dire "andiamo a casa!", non lo direi mai, ripeto solo a me stessa mille volte "stiamo attenti…": procediamo legati e di conserva, il minimo errore da parte di uno dei due sarebbe certamente fatale a entrambi.
Di là dal colle il terreno è altrettanto ripido: sulla destra ci sono delle doppie, si vedono le luci delle cordate che già attendono il turno. La genialità di Palo è immediata e vincente: si fa consegnare la mia piccozza, mi assicura mentre scendo senza attrezzi e poi scende a sua volta assicurato dal basso, ma con due attrezzi: questo ci permette di superare alcune cordate, tra gli altri i Polacchi, che benché abbiano due attrezzi a testa appaiono alquanto lenti ed impacciati.
Alla fine tocchiamo le roccette in fondo al canalino e cominciamo a traversare verso sinistra, un lungo mezzacosta solcato da una moltitudine di profonde rigole ghiacciate. Siamo dentro all'alto Freney! Un piccolo plateau quasi chiuso in se stesso, completamente nascosto da alte quinte circolari, si apre in basso in uno stretto imbuto che intuisco precipitare ripidissimo dietro una angusta soglia. Sopra di noi si cominciano ad intravedere, nella luce opaca prima dell'alba, grandi forme di granito. Ci sono luci sul pilastro davanti a noi e naturalmente ci dirigiamo verso di loro. Alle sei, dopo una rapida preparazione, Paolo parte sul primo tiro, poi ne salgo uno io, poi ancora uno lui che ci rivela la sgradevole verità: abbiamo sbagliato pilastro. Impreco spazientita: la solita fretta, la fretta è sempre un pessimo affare, avrei voluto guardare la relazione, avrei dovuto guardarmi in giro meglio, invece… Ben quattro cordate, noi, il Giapponese e il Tedesco, i Polacchi e due Inglesi, tutti come pecore dietro ai Biellesi sul Pilastro sbagliato, ciascuno pensando che la cordata precedente avesse studiato il percorso a sufficienza.
I più avanti hanno già traversato sulla via giusta riscendendo un poco. Gli Inglesi, più bassi di noi quando si accorgono dell'errore, stanno già traversando. Passo un primo canale gelato, gradinando un po’, ma subito dopo c'è un secondo canale, più largo, più ripido e più gelato. Paolo vorrebbe rimettere scarponi e ramponi ma ad un'occhiata più attenta vediamo che il canale più in alto si strozza e sembra possibile traversarlo anche in scarpette. Presa la decisione, letteralmente di corsa scaliamo alcuni tiri marcissimi e pericolosi, fino a raggiungere il punto in cui, col fiato sospeso e non senza dover tagliare ancora un paio di gradinetti ed una presa, traverso il canale, che ha già scaricato pietre in abbondanza. Fortunatamente tutto è fermo mentre passiamo e alla fine siamo entrambi di là, indenni, e con ancora due tiri di traverso raggiungiamo la nostra via. Abbiamo saltato un tiro di V ma abbiamo salito almeno quattro o cinque lunghezze in più a causa di questo stupido errore.
Finalmente il rosso, solido protogino del Bianco sotto le scarpette! Anche da questo si capisce di essere sulla giusta via, fuori dai marciumi di poco fa. Siamo dietro la cordata nippo-tedesca e davanti agli Inglesi. Presto debbo misurarmi con un tiro di V piuttosto atletico, faticosissimo con lo zaino, dopo di che perdo completamente il senso del tempo e il conto del numero di lunghezze: queste si susseguono una dietro l'altra, numerosissime e faticose, senza storia e senza alcun piacere di arrampicare… salire con lo zaino perennemente sulle spalle e cercando di essere veloci è solo un duro lavoro e io mi sforzo di pensare ogni tanto, semi abbrutita, che in fondo questo è solo il giusto prezzo che pago per il Pilone. Ma si corre molto e si pensa poco.
A tre tiri dalla Chandelle un episodio interrompe la galoppata. Siamo su un terrazzo piuttosto ampio, l'ennesimo tiro facile salito di corsa mi ha tolto le forze residue, almeno apparentemente, e sono in preda ad una brutta crisi di debolezza che mi preoccupa non poco. Il bisogno di appartarmi è diventato un fastidio quasi insopportabile e mi prosciuga le energie, ma abbiamo troppa fretta e c'è sempre gente dietro a noi. Quando arriva la scarica di pezzi di ghiaccio, staccatasi dal tiro di misto sotto la Chandelle, sto sostituendo attorno a un masso gli anelli di corda con una lunga fettuccia che aveva addosso Paolo, quindi siamo tutti e due slegati. Il terrazzino è largo, ma avverto con precisa intensità la situazione di pericolo in cui il mio errore ci ha messi. Inoltre, indipendentemente da questo fatto, un grosso frammento tagliente colpisce Paolo a un braccio, producendogli una contusione notevole, ma soprattutto dolore e shock, che la quota e la fatica esaltano a tale punto che per un po’ lui pensa di essere prossimo ad un collasso e mette in dubbio la possibilità da parte sua di continuare la salita. Non prendo neanche in considerazione la sua idea (<<Tu esci con i Biellesi, io aspetto l'elicottero>>), se può usare il braccio anche un poco, se può cavarsela a salire da secondo magari con l'aiuto della corda (e vale la pena di tentare!), posso tirare da prima quanto resta della via, magari coi denti. Non dobbiamo fermarci. Appena si riprende tanto da farmi sicura, salgo il tiro successivo, ma già sopra, sulla lunghezza di misto, lui è in grado di continuare a comando alternato. C'è fila davanti a noi e la sosta sotto la Chandelle è occupata da chi ci precede, così Paolo tarda a recuperarmi; ne approfitto per slegarmi e sparire dietro un provvidenziale masso.
L'artif a 4500, con lo zaino pesante sulle spalle, è un'operazione lenta per tutti, nonostante le fessure siano zeppe di chiodi. I Biellesi sono i primi e stanno formando un po’ di ingorgo. Sul traverso io mi ritrovo a corto di rinvii e il Giapponese, al quale mi sono momentaneamente accavallata dopo molto che aspettavo, per accelerare i tempi, gentilissimo me ne recupera alcuni. Poi, in un modo o nell'altro riusciamo a stiparci in tre, loro due ed io, alla "sosta su staffe" sotto la verticale del camino strapiombante. La nebbia nel frattempo si è chiusa tutt'intorno e fa freddo a stare fermi. Spio sospettosa l'aria e il cielo, rallegrandomi ogni volta che riesco a intravedere di nuovo il fondo della valle o qualche sprazzo di sereno e preoccupandomi invece quando le nuvole si infittiscono di più. Dentro la nebbia, inquietante e persistente in direzione della Noire, il rumore dell'elicottero. Rimane a lungo, deve essere successo qualcosa: siamo costretti ad urlare i comandi. Proprio accanto a noi, invece, il canale alla nostra destra, dopo una prima grossa frana, ora scarica continuamente, ed enormi quantità di materiale, un misto di pietre, acqua e ghiaccio, ci passano accanto vicinissime, rombando come treni.
Finalmente Paolo può salire e passare in testa verso il camino. Lo raggiunge e subito sotto la strozzatura abbandona lo zaino appeso a un chiodo: vedendo gli sforzi delle cordate che ci precedono, che hanno avuto difficoltà incastrandosi nella strettoia con gli zaini in spalla, ha avuto un'altra idea. Senza niente sulle spalle, va veloce dentro al camino. Arrivata anche io sotto al passo chiave, assicuro entrambi gli zaini ad una delle due corde e li libero, poi da sopra possiamo issarli. In questo modo riusciamo a passare con un minimo spreco di tempo ed energie.(…)

Alla fine dell'artificiale, non finiscono le difficoltà: altri tre lunghissimi tiri, con passaggi di V. Poi, finalmente, non c'è più roccia sopra di noi. Sono le 19.00, stiamo su di un aguzzo monolito granitico staccato dal corpo della montagna, il panorama attorno è cambiato e alle rosse pareti di protogino si sono sostituiti sfuggenti e scuri pendii di misto. La nebbia ogni tanto si apre in alto e regala, più lontano, chiari suggestivi scorci d'aspetto invernale della cresta gelata contro il pallido ceruleo cielo della sera.
Abbiamo trascorso tredici ore sul Pilone, due circa di fila, fermi alle soste della Chandelle: valuto in undici ore, forse di meno, il tempo con cui avremmo potuto superare la via senza l'ingorgo di cordate e l'errore di attacco.
Veloce cambio di calzature, attenti a non fare cadere nulla di essenziale, specialmente gli scarponi! Poi la breve corda doppia: purtroppo una selva di corde fisse imbratta la parete, completamente inutili oltre tutto, perché ogni cordata ha la sua corda e basterebbe la sosta ben attrezzata, con cordini nuovi. La corda fissa sul primo tiro di misto è un po’ meno inutile, velocizza la progressione, ma se ne potrebbe fare benissimo a meno, tra l'altro potrebbe diventare pericolosa. Altri due tiri e finalmente ci sleghiamo: ne sentivo il bisogno, slegarsi vuol dire poter procedere in modo costante e secondo il proprio ritmo, liberamente, con una continuità che per me è preziosa, se sono un po’ stanca.
Propongo a Paolo di prepararci un the, poiché il posto è abbastanza comodo e l'acqua nelle borracce è finita da un pezzo. Abbiamo bisogno di liquidi. (…)

Effettivamente, quando ripartiamo, sto benissimo, come se avessi recuperato per ore invece che per pochi minuti. La cresta è ripida ma è un terreno che mi è congeniale, sicuro e piacevole, comincio persino a divertirmi e salgo canticchiando, i Pink Floyd per l'occasione, is anybody out there? … is there anybody out there?, come una domanda ad ogni gobba dietro la quale si nasconda una presenza amica o una bella sorpresa. La becca dell'attrezzo entra sicura dentro un ottimo ghiaccio, toc, toc, dà il ritmo ai passi.
Lentamente, si fa scuro. Raggiungiamo gli Inglesi che ci hanno superato durante la nostra sosta per il the e che ora si stanno preparando a bivaccare in un ottimo posto riparato da massi. Poco oltre, rimontiamo un cucuzzolo roccioso in vista del M.Bianco di Courmayeur, ultimo contrafforte della cresta di Brouillard, arrampicando slegati su facili e divertenti passaggi, e lì raggiungiamo il Giapponese ed il Tedesco: procedono legati, a tiri, e appaiono piuttosto sconvolti. Sì, prendere quel the è stata davvero una grande idea.
Poi, mi ritrovo davanti, sola. La traccia taglia, sotto al M.Bianco di Courmayeur, un grande pendio di neve: laggiù in fondo, lontana, la vetta. Fa freddo, si è alzato un vento teso e folate improvvise sollevano laminette gelate dalla superficie nevosa, gonfia per il rigelo, e le trascinano a monte sul pendio con suono di mille campanelline di cristallo, tutto attorno a me. Poi, la traccia guadagna una sella di fronte ad un morbido pendio di gobbe bianche, che si stendono una dopo l'altra fino alla cima. Sono ipnotizzata dalla bellezza di ciò che ho intorno. Nel chiarore della luna piena distinguo in basso le forme scure del Tacul e del Maudit e i loro satelliti, piccoli e lontani, riconosco ogni cima da un'angolazione nuova e diversa. Tutte sono incredibilmente più basse di me, ben visibili ma immerse nella semioscurità, come una specie di inchiostro scuro e minaccioso, l'ombra che ristagna dentro alle vallate e sui versanti ripidi: quassù è tutto talmente luminoso, invece, la luna è traslucida, brillantissima, come se tra me e lei non ci fosse atmosfera, e il cielo ha una profondità che non immaginavo esistere… ma c'è qualcosa, qualcosa… quand'è che mi sono detta "è il tempo che sta cambiando…" e quale segno sottile me lo ha fatto pensare? Forse il vento, forse quando si è alzato il vento un'ora fa… o due? Il tempo si è fermato dal momento in cui, usciti dalla Chandelle, ho smesso di occuparmene. Poi, alla fine, lontanissima, una piccola nube lampeggiante appare in mezzo al cielo, sola, e comincia ad avvicinarsi piano piano. Tutto è in attesa ed il contrasto tra questo chiarore e il fumo leggero che ormai gira giù in basso, attorno alle forme scure dei pilastri di granito, ha qualcosa di minaccioso: "so" che il tempo sta cambiando, ma non avverto affatto come ostile l'ambiente selvaggio che mi circonda (forse perché sto benissimo, potrei mettermi a correre e a saltare) ma come profondamente amico ed accogliente per me, un terreno su cui muovermi libera e leggera. Qualcosa di ostile sembra semmai essere rimasto laggiù, molto più in basso, dentro all'inchiostro delle vallate e dei ghiacciai.

Ad un'ora che non conosco e che non ha importanza, tocco, in uno stato di completa esaltazione, la cima del M.Bianco. Poco dopo arriva Paolo, e poi i nostri due occasionali compagni, il Giapponese ed il Tedesco, e ci abbracciamo tutti. Ora, solo ora che metto piede sulla vetta e non prima, sul monolito della Chandelle, prendo coscienza di aver realizzato davvero un sogno che da quattro anni inseguivo, senza mai poterci credere davvero ma senza mai rinunciarci del tutto.
(…)
Sto benissimo, potrei restare chissà quanto qua sopra a guardarmi attorno. Mi è venuto in mente prima, sulla cresta, che se ci fosse Luca morirebbe in contemplazione qui. Ho cominciato a pensarlo quando il vento ha preso a trascinare a monte sul pendio le laminette di neve ghiacciata… si metterebbe fermo qui a contemplare e a fotografare e lo ritroveremmo congelato! Io possiedo un residuo di razionalità che mi dice che, per quanto bello sia, devo scendere, e poi c'è quella piccola nuvola lontana, solitaria e lampeggiante.

Le Bosses serpeggiano nel chiarore lunare. Sto molto attenta lungo il percorso affilato, con una sorta di sana superstizione che mi fa raddoppiare la cautela... sono troppo contenta per permettermi di finire di sotto. Pensavo che il vento potesse darci dei problemi su questo tratto esposto, ma di qua dalla vetta è notevolmente diminuito. La piccola nuvola si è avvicinata molto, intanto, ed è diventata più grossa. Sta sempre sola verso nord ovest, in mezzo a un cielo che non so dire, né nuvolo né sereno, e lampeggia, lampeggia di continuo, senza alcun rumore. Non ho mai visto niente di simile, è un po’ spettrale e un po’ comica, troppo piccola per sembrare seria (ma so che è solo effetto della distanza). Dietro le spalle invece, la luna è ancora grande e placida, e lucidissima in mezzo al tranquillo lago del cielo meridionale.
Scendendo ancora, entriamo nella nebbia. Una nebbia fitta, sorta dal nulla, arrivata da chissà dove. Seguiamo la traccia metro per metro, poi finalmente appare la forma scura della Vallot.
La capanna è stracolma. Sporca, fredda e stracolma. Distinguo a terra, nell'intrico di corpi e zaini, le fisionomie dei due Biellesi. Non mi sento stanca, preferirei scendere al Goutier, dove almeno potremmo stare al caldo nella sala da pranzo. E' solo mezzanotte, in mezz'ora o poco più saremmo al Goutier… Paolo invece si infila sul tavolato, rosicchiando chissà come un po’ di spazio alla gente addormentata e sprofonda nel sonno… palesemente non sarebbe stato neanche disponibile a discutere la cosa. Magari ha ragione, c'è troppa nebbia per scendere. Se non ci fosse la nebbia andrei giù da me, dopotutto ora possiamo essere indipendenti, ma c'è davvero troppa nebbia. Non mi resta che rassegnarmi. Mi siedo a terra, sui pochi centimetri quadrati che riesco a rimediare, con la schiena appoggiata allo zaino, pensando pazientemente che anche questo fa parte del prezzo da pagare. Presto ho i piedi gelati e freddo alle spalle, umide per il sudore, e di dormire non se ne parla, e ho una gran sete ma non mi decido ad uscire per prendere della neve e ad armare tutto il traffico necessario per ottenere un po’ di liquido: ogni spostamento mi costringerebbe a scavalcare persone addormentate.
Dopo non molto dal nostro arrivo, fuori si scatena un inferno di vento e grandine: presto riparano nella capanna anche i due Inglesi e un tizio solitario.
Verso le cinque, finalmente, uno dei Biellesi si alza ed esce a prendere del ghiaccio. Appena il suo fornello comincia a fischiare, anche io mi decido, nonostante il tempaccio, ad andare a fare provviste, e cominciamo con i due fornelletti a sciogliere neve e a preparare una gran quantità di ogni cosa liquida, dal the con dentro pastiglie di Enervit al caffè con latte condensato. Abbiamo fatto fare una passeggiata sul Pilone ad una scatola di biscotti che è ancora intatta, anche se un poco acciaccata, ma non mi va nulla di solido. Il freddo mi fa sentire la stanchezza.
Man mano che fuori schiarisce, qualcuno comincia a muoversi e i più coraggiosi persino ad andarsene: non grandina più ma c'è ancora molta nebbia e vento, un clima decisamente scoraggiante. Si liberano dei posti sul tavolato e riesco a dormire un'oretta.
Verso le nove decidiamo di muoverci. Il tempo non accenna ad aprirsi e a quanto ne sappiamo potrebbe anche peggiorare nuovamente. Facciamo ormai fronte comune coi Biellesi e con il solitario arrivato stanotte. Costui è un tipo strano: ci ha prima domandato se siamo in grado di scendere anche con il brutto tempo, è chiaro che cerca compagni a cui aggregarsi, ma contemporaneamente tenta di modificare le nostre decisioni. Ha provato, per esempio, a convincerci a scendere al Gonella, sul versante Italiano, ma noi gli abbiamo risposto, naturalmente, che non se ne parla neanche: non conosco affatto l'itinerario e non ho idea di dove ci dovremmo dirigere, so solo che è un percorso lungo e complesso. Ci ha raccontato poi la storia rocambolesca di una ascensione alla Nord della Blanche con due compagni occasionali, che una volta arrivati in vetta sarebbero volati di sotto, tanto che lui, secondo il suo racconto, li avrebbe dovuti trattenere buttandosi dalla parte opposta… avrebbe poi proseguito in solitaria sulla Peuterey mentre quei due venivano recuperati dall'elicottero (in effetti abbiamo sentito, dalla Chandelle, un elicottero girare a lungo nella nebbia). Ho un'impressione insistente che il Valdostano ci stia raccontando un mucchio di balle, o quantomeno, che abbia allentato un tantino le briglie della sua fantasia…
Per quanto riguarda il nostro problema immediato, io penso che sia possibile seguire la traccia nonostante la fitta nebbia, perché non è nevicato molto e il vento non può aver cancellato il pistone indurito: senza la traccia e privi di una bussola, naturalmente, non avremmo grandi possibilità, visto che la spalla su cui sorge laVallot è completamente priva di punti di riferimento. Penso inoltre che sia preferibile scendere al Dome dou Goutier, poiché a quello che dice una guida inglese il ghiacciaio dei Bosson è molto crepacciato dopo la capanna dei Grandes Mulets e la traccia complicata.: senza considerare che nessuno di noi è mai salito o sceso da quel percorso.
Prendiamo con facilità una decisione comune coi Biellesi e ci avviamo nella nebbia, col Valdostano che lancia anatemi e ci profetizza che ci perderemo e gireremo a vuoto per ore, forse per giorni… però si aggrega. Dalla nebbia emerge poi uno strano Babbo Natale (capelli e barba lunghi, completamente incrostati dal ghiaccio) che proviene dallo Sperone della Brenva, salito in solitaria durante il temporale. Ha l'aria un po’ rimbecillita dalla stanchezza e dal maltempo, ignora la Vallot e prosegue dritto, va avanti un poco nel grigiore assoluto con noi che lo seguiamo perché, si vede, "ha le palle quadre", finchè diventa chiaro che ne sa meno di noi. Poco dopo, ad un bivio con il nulla attorno, apriamo nel vento la sua carta, del tutto inutilizzabile senza una bussola, mentre il Valdostano profetizza la nostra imminente perdizione, finchè io e Paolo, che conosciamo il percorso, ci ragioniamo un attimo ed imbocchiamo la traccia giusta. Tutti seguono. Più in basso, problemi non ce ne sono, ma il Valdostano ricomincia a lanciare anatemi ogni volta che, sui tratti in piano, la traccia smette di essere un solco netto e fondo almeno dieci centimetri e diventa un pistaticcio generale, un po’ più complicato da seguire.
Ma tutte le strade evidentemente portano al Dome, e noi ci arriviamo nel bel mezzo di una splendida luminosissima schiarita (un uomo ed una donna, usciti da una truna, addirittura si avviano verso l'alto).
Un potage caldo ci ristora al rifugio e ci prepara a ricevere in santa pace tutta l'acqua che un nuovo violento temporale ci scaraventerà addosso tra la Tete Rousse e il Nid d'Aigle. Laggiù, nel deserto di rocce rosse intristito dal maltempo, l'acqua ruscella ovunque e frotte di turisti inzuppati e infreddoliti si riparano nella galleria del trenino, umida e ventosa, e nello chalet sovraffollato. Per fortuna il treno ci porta via poco dopo.
Poi, c'è tutta la trafila dei mezzi pubblici, nel leggero stordimento del perdere quota: la funivia per Les Huches, un autobus fino a Chamonix, di cui attraversiamo a piedi, sporchi e malmessi, il centro affollato, e l'autobus infine che passa la frontiera. Bagnata come sono, me ne andrei all'ostello, rimandando a domani il recupero dell'auto in Val Veny: Però il Valdostano, sarà anche un pallonaro rompiballe, ma non è antipatico (tranne quando gufa) e ha una macchina a Courmayeur, con la quale si risolve il problema di salire in Val Veny. Tutti assieme, e i Biellesi senza documenti, passiamo la frontiera.

I saluti sono sempre un po’ malinconici. Speriamo di non perdere i contatti, Gianluca e Giuliano, anche se poi lo si dice sempre ma non lo si realizza mai, e il tempo si porta via tutto tranne i ricordi. La Noire è scura di pioggia e la Dora muggisce forte, mentre qualche schiarita mostra ancora, di tanto in tanto, il versante selvaggio del Brouillard, fino a su in alto… e già ho nostalgia di quei posti, e già quasi mi sembra che ricomincerei a salire, per un altro giro, anche ora stesso. Invece, andiamo a farci spennare in una trattoria elegante, l'unica che troviamo aperta. Ma l'abbuffata di fine avventura è un rito irrinunciabile.

 

Estate 1990

Germana Maiolatesi