Maiella Befana

 

Pesci sulla Maiella.

...Grandi pesci galleggiano qua e là mentre il sole ancora illumina la catena del Gran Sasso che sembra un candido confine tra lo scuro e il sereno...

 

   

        Per tutta la notte tra i rami del gigantesco faggio un occhieggiare luminosissimo di stelle dentro un cielo nero. Quando comincia impercettibilmente a schiarire sono già sveglia. La notte è stata davvero lunga e riposante, anche se la scelta di dormire qui una vera idiozia. Un anno fa, quando la strada era tagliata tra muri bianchi alti due metri, questo spiazzo a Fonte Romana era l’unico posto. Stanotte invece, sulla stradina della Lama Bianca mi sarei risparmiata un po’ di passaggi di abbaglianti e infine il lampeggiare isterico della camionetta dei carabinieri (suppongo). Per fortuna, non ottenendo alcun segno di vita, se ne sono andati. Doveva essere molto tardi. Ieri sera, col vento forte e la nevicata del pomeriggio, solo pochi centimetri spazzati dalla bufera, non me la sono sentita di provare a salire… come se ora non dovessi comunque affrontare la stradina innevata.


Le unghiate della perturbazione in arrivo feriscono qua e là un cielo diafano. Tra quanto i suoi artigli prenderanno possesso dell’intero firmamento. Verso ovest e per un ampio arco di orizzonte, uno strano grigio-viola metallico: questa alba serena ha qualcosa di livido. Mi prende una fretta sottile.
Il termometro dell’Astra registra una minima di –7 C° al bivio, poi la temperatura risale un poco verso il passo. Di là, la strada è levigata dai passaggi notturni e molto gelata; a giudicare da certe tracce qualcuno deve essersi fermato direttamente contro il guard-rail.
Salendo alla Lama Bianca le poche tracce si interrompono dopo i primi tornanti. L’Astra si arrampica con imprevista facilità. E’ bello prendere i tornanti contromano, tanto sopra non può esserci nessuno. Mi fermo alla stradina che sale alla Fonte della Chiesa e alle 8:00 sono già in cammino. Di qua non ero mai salita ma i residui delle valanghe sopra il piazzale, pietrificati dal freddo, sono sufficientemente scoraggianti.

Il percorso si rivela in assoluto il migliore: dopo la fonte una valletta, dove ricordo di essere scesa con Teresa, Mario e Luca, mi porta rapidamente sotto al muro iniziale della Vespa.
Piccoli freddi accumuli concentrati negli avvallamenti sono tutto ciò che la furiosa nevicata di ieri ha lasciato di se. La neve vecchia è durissima e il muro mi dà un bel da fare. Sicuramente, a piedi e col traino sarei più veloce. Ma gli sci ai piedi sono una religione…e ancora ho forze da sprecare. Ho i coltelli, e la becca, quella seria. Bordeggiando, passo e ripasso sopra un accumulo ventato: non è grosso, anche se partisse non credo potrebbe sommergermi, e quando ci passo sopra riposo per un attimo le gambe … e la testa.


Finalmente, la rava si stende sopra di me in tutta la sua orrida bellezza. Infinita. Per un po’, sul tratto iniziale meno ripido riesco a seguire qualche lingua di neve fresca, ma alla fine devo rassegnarmi ai consueti bordi appoggiati. Bordeggiando bordeggiando, ogni riferimento lentamente si avvicina. In realtà guardo quasi più in basso che in alto, aspettandomi di vedere spuntare qualcuno: niente, oggi i pescaresi sono in ritardo?
Quando arriverà il sole, invece…se la neve si ammorbidisse un poco, salire sarebbe più facile. Non posso allentare la concentrazione neanche per un attimo. Oggi c’era da scegliere tra questo gelo e il rischio di incappare nella tempesta in arrivo. L’orologio assicurato allo spallaccio dello zaino registra una temperatura oscillante intorno ai –3 °C: così vicino al corpo, segna almeno un grado in più. Più in su, si abbassa un poco. Di tanto in tanto folate di vento gelido scendono giù rabbiose dalla forcella, lontanissima. Fatico a scaldarmi.


Supero faticosamente la prima strettoia. Fino a qui c'erano tracce nel canale: sabato, i miei due amichetti di Pescara, Francesca e Raffaello, sono stati respinti da una bufera di vento, non so bene se qui o sulla strettoia successiva, esattamente come ci è successo ieri nella Rava del Ferro. Sabato però faceva caldo e hanno lasciato nella neve le loro impronte ormai pietrificate. Sono forti. In tre anni si muovono con più facilità di gente che ne ha alle spalle venti. Senza paura. Mi piacciono. Pensando a loro guardo ancora in fondo al canale: non c'è anima viva.


Ho deciso di togliere gli sci. Ok la religione, ma con moderatezza. Penso che salire col traino mi farà risparmiare un po’ di forze: le inversioni non mi vengono così sciolte e rapide come ieri, ogni volta sono costretta a fermarmi un istante e perdo il ritmo. Ho un po’ di mal di schiena, quello che mi sono beccata il primo dell'anno ai Prati a strafare nel canaletto coi tavolari: con la stanchezza, si è acutizzato e fatico a voltare il primo sci. Con questa idea raggiungo un gigantesco pallocco di neve pietrificato dal freddo al centro del canale, più o meno a metà strada tra le due strettoie: un ottimo posto per fare le manovre, potrei persino sedermici sopra.


Coi ramponi ai piedi guadagno rapidamente altri 200 metri circa, fin sopra la strettoia alta e finalmente esco nel sole, senza che la temperatura per questo salga minimamente. Il cambio di movimento ha sortito dei benefici, a un certo punto però si comincia a sfondare. Mi prende un'ombra di dubbio. A calci e col bastoncino faccio un buco e controllo: sotto la crosta di rigelo, che qui è sottile, c'è neve incoerente e profonda. Peccato non aver portato la sonda, potrei misurarne lo spessore. E' neve molto vecchia, il vento e la bufera di ieri hanno solo incrostato la superficie. Fatta questa ed altre considerazioni razionali tranquillizzanti, tuttavia lo scorcio del canale sopra di me, stracarico di neve, continua a trasmettermi ansia. Whuuuum …. tutto avverrebbe in un istante, irreversibilmente, senza alcuna possibilità di uscirne fuori: guardo l'enorme cucchiaio terminale della rava e mi vedo davanti la scena, come in un film. Alternative di percorso non ce ne sono, guadagnare una delle due creste mi porterebbe su pendii molto ripidi e forse meno sicuri. E di qui dovrò anche scendere. Penso a tutte le chiacchiere sul forum dopo gli ultimi incidenti. Fanculo. Continuo a salire seguendo una linea di massi emergenti, coi sensi tesi per avvertire ogni minimo rumore, ma c'è solo il fruscio del nevischio che il vento spinge giù dalla cresta.


Tuttavia sento il bisogno di avere gli sci ai piedi, oltretutto sfondo e fatico sempre di più. Per non perdere tempo a frugare nello zaino, li rimetto senza i coltelli e per un po’ bordeggio scivolando con leggerezza sulla superficie, pensando che coi miei 50 chili disturbo davvero poco gli equilibri del canale, ma nell'ultimo tratto all'improvviso la neve torna ad essere durissima, appena ruvida in superficie per le incrostazioni. Ora seguo la linea delle incrostazioni che ancora mi consentono di non scivolare via ma a un certo punto mi trovo a dover fare un'inversione in un posto dove neanche il bastoncino a valle entra a sufficienza: girato il primo sci, infilo la becca nella neve a monte e passo il secondo sci tra il braccio e la gamba: che bello, saperlo fare… La porta della rava, però, non consente il passaggio con gli sci ai piedi, neanche scalinando, e per qualche metro devo prenderli in mano. Un vento feroce ed improvviso tenta inutilmente di ricacciarmi indietro, ma sì, sono ben determinata ad arrivare in vetta. E' il giorno della Befana, mai così presto in cima a Monte Amaro. E poi ho in mente una battuta per il libro di vetta, autoironica.


Ho controllato spesso la situazione meteo osservando il Velino. Ora è andato in ombra sotto lenti grigie. Grandi pesci galleggiano qua e là mentre il sole ancora illumina la catena del Gran Sasso che sembra un candido confine tra lo scuro e il sereno. Quanto tempo avrò?


La Vespa esce più vicina all'Intermedio che alla Giumenta: da lì, una serie di gobbe gelate verso la cima, seguendo i paletti che spuntano appena dalla neve. Accumuli a forma di prua duri come cemento si alternano a piattoni di vetrato: diversamente dal solito, non c'è un centimetro quadrato di terreno scoperto. Il termometro scende a -5 ° ma fortunatamente regna una relativa calma. Finchè all'improvviso la montagna smette di salire e il vento si scatena di nuovo, e davanti a me si apre all'improvviso l'immensa desolazione bianca di Femmina Morta. Ne valeva la pena.


Al bivacco il vento è così furioso che faccio fatica ad aprire la porta, appena accostata, e tenerla in quel modo quel tanto da scaraventare dentro gli sci e me stessa. Ce la farò a riuscire?
Volevo scrivere sul libro: << 06.01.2003, una befana a cavallo degli sci su per la Vespa>>, poi mettere magari solo una sigla. Invece, la "penna di vetta" non vuole saperne e io non ne ho una con me. A pensarci prima… ma non avrei creduto di arrivare quassù, oggi.
Fa -5° anche nel bivacco, fuori sicuramente è più freddo. Provo sempre un po’ d'ansia quando sono sola quassù, ed un filo di gratitudine nei confronti del bivacco, di cui pure eticamente disapprovo la presenza. In qualche modo la vetta di Monte Amaro mi fa un effetto di isolamento maggiore persino dell'Occidentale o del solitario Intermesoli: a volte penso che la colpa sia proprio del bivacco, è come se qua dentro perdessi il controllo su quanto succede fuori e sulla mia capacità di farvi fronte. In qualche modo il bivacco mi rende psicologicamente più vulnerabile.
Oggi poi, la montagna è completamente deserta: nessuno sul mite Pescofalcone, nessuno sulle creste verso il Blockhouse o dalla parte opposta verso la Tavola.


Mentre mi preparo, ingoio mal volentieri due biscotti, dimenticandomi di bere. Poi esco lottando per non restare incastrata nell'apertura. Il tempo di chiudere gli attacchi e ho le mani congelate nonostante i doppi guanti. Irrigidita e impacciata scivolo giù con cautela sul terreno accidentato della spalla, fino all'ingresso del canale. Il sole si è coperto ma la visibilità rimane perfetta. Non c'è verso di entrare nella rava dalla porta tra i due massi a meno di non togliere gli sci, cosa che le mie mani congelate troverebbero assai sgradevole. E' già un problema impugnare i bastoncini. Oppure dovrei saltar giù da un masso: così rigida e con la neve che c'è sotto… Non resta che risalire qualche metro e guadagnare la cresta di destra orografica: da qui l'imbocco è magnifico, un bel salto non difficile dalla cornice verticale. Purtroppo vale il discorso di prima, così scelgo di fare le prime curve sull'aerea cresta abbassandomi un po’ prima di traversare. L'ingresso nel canale è comunque più emozionante così che dalla "porta", il bordo del cucchiaio sembra alzarsi a formare una pendenza notevole.


Ora, la rava è sotto di me in tutta la sua orrida bellezza. Mi ritrovo con la neve durissima sotto le lamine e ci devo pensare un attimo prima di curvare: nessuna possibilità di bloccare le curve. Ci vuole tecnica e forza. Finalmente arrivo nel tratto dove a piedi sfondavo: qui la neve è piacevolissima, leggera e sicura, ma dura così giusto una bella serie di curve. Sopra la strettoia è davvero marmo (sfido, era da ramponi…). Bisogna tenere, tenere, gli sci vibrano indecentemente. Ci vorrebbero altri sci, e altri scarponi, per reggere questa neve. Altro che super, deludenti davvero questi Super-Yeti, penso. Veramente, ci vorrebbero i Salomon da slalom per domare questa neve… e altre gambe. Più che nella salita di oggi e di ieri, penso di averle stroncate sciando nella parte bassa della rava del Ferro, sopra la neve massacrata dalle slavine e dalle tracce rigelate e dure come il cemento. Risultato, reggo solo poche curve di seguito. Peccato, il canale è splendido e in fondo pure la neve, ma io sono allo stremo delle forze. Seguo faticosamente qualche rivoletto di riporto polveroso che dovrebbe entusiasmarmi, poi, con uno sprazzo di vitalità, interpreto alla perfezione il muro finale nel punto più ripido, dove la neve, rispetto a qualche ora fa, non si è per niente ammorbidita.
Sono persino contenta che la discesa sia finita.


Solo un brevissima sosta alla fonte, che porta il marchio della Forestale e una data, 1968. La montagna, sopra di me, è ancora fuori dalle nuvole ma un tono grigio e piatto si sta stendendo sui pendii. Come anni fa, anche oggi quella che viene è stata con me una perturbazione cortese.
Non c'è nessuno sulla strada della Lama Bianca. Ho idea che per tutta la mattina questo posto sia rimasto quasi deserto, anche se qualche auto deve essere salita: chissà se qualcuno si è avventurato almeno un po’ su per la rava del Ferro. Io me ne vado a pranzo al Celidonio ad un orario per una volta davvero urbano e intanto il tempo continua a peggiorare lentamente. Quando esco, una minacciosa nuvola candida si è incollata lungo tutto il bordo della montagna, sotto a un cielo grigio piombo.


Inverno 2003

Germana Maiolatesi