Sulla via dei Laghetti, finalmente

 

M.Prena: verso la via dei Laghetti

...La traccia si perde nel bianco. E’ la mia! La scorgo lontanissima che si arrampica dentro al fondo della Canala e mi lascia stupita. Per la distanza enorme, per la consistenza del segno del mio piccolo passaggio in questa vastità gelata. Ma perché l’avrò fatta così storta…

 

   

        Ho un conto che risale a qualche anno fa, con la via dei Laghetti. E’ successo, sulla cima del Prena, che ho pensato a come potesse essere bello scendere direttamente sul pendio ripido e assolato a meridione. A volte davvero troppo scoperto, altre, almeno un poco sassoso, ma con la caratteristica allettante del percorso a goccia d’acqua dalla vetta, e la bella neve trasformata dal sole. Mi sono sempre chiesta se più in basso, nel labirinto dei canalini, ci fosse un passaggio. C’è voluto più tempo per capire che giù in basso, al termine del largo cucchiaio, era sulla via dei Laghetti che sarei finita.
A quel punto, il conto era aperto e la via dei Laghetti era l’obiettivo.
In estate, senza pensarla come itinerario per gli sci, una volta l’ho percorsa in discesa. In una fredda giornata autunnale di vagabondaggio tra i monti, ho imboccato per sbaglio la Cieri in salita, e quando l’ho capito, ho imboccato per gioco la Laghetti in discesa. Era quasi scuro al ritorno e ho attraversato di notte la prateria.
In un giorno dell’autunno appena trascorso, invece, ho provato anche a salirla, ma il vetrato dei passaggi si è rivelato superiore alle mie possibilità di alpinista solitaria slegata e sprovvista di ramponi, ed ho preferito desistere. Avevo uno spirito molto più adatto a vagabondare per i monti che ad ingaggiarmi. Per fortuna questo tentativo è così recente che ricordo abbastanza l’aspetto del passaggio iniziale.

24 Febbraio, compleanno di mio padre: 80 anni. Festeggiare mi è sembrato assolutamente indispensabile, scontato. Non è solo che mi sentivo in dovere di farlo, è che ne avevo voglia. Così è stato più piacevole. Nel pomeriggio, dal Serano i monti si stendevano davanti in una incredibile fila, bianchi come non li vedevo da anni.

Decidere di prendermi una giornata di ferie è stato un attimo. Subito dopo la Cieri, dopo aver constatato quelle condizioni, dopo aver controllato le previsioni meteo. Poi, l’impazienza è esplosa ed ha infuriato come un’epidemia. Aspettare. Aspettare per telefonare in ufficio. Aspettare per sentire gli amici. Poi, so che sarò sola di nuovo. Mi dispiace che non ci sia Stefano, compagno di avventure impegnative, ma anche gli altri, quelli che conosco da poco ma sufficientemente da sentire un legame che consente di dividere un’avventura. Di nuovo, ogni valutazione ed ogni rischio saranno solo miei. Di fronte alla solitudine e al pensiero dell’alzataccia la mia determinazione vacilla, ma solo un poco.

La sveglia suona alle 4:30, anzi, qualche minuto prima. Mezzora e sono fuori, nella notte. Di nuovo in autostrada nel buio della notte. Vorrei che l’autostrada fosse meno protagonista delle mie avventure. Invece, ci sono questi salti nel buio, questi viaggi sospesi nell’attesa. I pensieri hanno un’intensità assoluta, sono densi, melmosi. Più tardi, non li ricordo, non riesco a recuperarli, quasi come se fossero stati l’effetto di un’allucinazione. Ma mentre guido in una sorta di universo irreale e sospeso, c’è una strana acutissima lucidità, o un vaneggiante delirio, di riflessioni esistenziali e filosofiche. Se ci fosse qualcuno con me, sarebbe diverso, si parlerebbe, magari di cose stupide, o importanti invece, ma senza questa esasperata intensità. Perdo qualcosa, guadagno qualcosa. Va bene così.

Montagne. La luce le sfiora. Sono grigie, poi appena viola, poi rosa. Correndo su per il sottile nastro d’asfalto stretto tra due muri bianchi, che si perde inoltrandosi nel labirinto delle doline, cantano le note gloriose dell’inno finale del "Romeo e Giulietta" , mentre tutto intorno, coi suoi mille colori, dal rosa al cobalto, esplode la gloria dell’alba invernale.
Dove la strada muore contro la distesa di neve, il termometro segna –16°C.
Mi preparo con un’organizzata velocità e vado via senza perdere tempo. Non riuscirò ad evitare lo stress, oggi, e mi consumerò nel crogiolo delle mie aspettative, che sono grandi. Intanto però, la musica mi resta dentro e continua a cantare mentre cammino. Mi porto dentro lo splendido inno alla riconciliazione tra i Montecchi e i Capuleti come un simbolo di tutta la pace che continua a regnare su queste montagne, come uno sputo in faccia a tutti i fetenti di ‘sto mondo.
La traccia si perde nel bianco. E’ la mia! La scorgo lontanissima che si arrampica dentro al fondo della Canala e mi lascia stupita. Per la distanza enorme, per la consistenza del segno del mio piccolo passaggio in questa vastità gelata. Ma perché l’avrò fatta così storta…
Il sole esplode nel piano. La montagna prende un colore caldo, brillante. Oh, avere un'ora di vantaggio! Oggi non ci sono nebbie vaganti che mi verranno in aiuto per mantenere bassa la temperatura e l'intero versante presto sarà una fornace. Sto ingigantendo le dimensioni dei problemi che mi si possono presentare. So che le condizioni sono buone, sono quasi certa di trovare i salti sufficientemente coperti. Guardo il grande pendio terminale e so che non devo averne timore: in quel tratto la neve non è abbondante come appare ed è appoggiata sopra un ruvidissimo ghiaione.

Arrivo sotto la montagna e non appena supero il morbido canale della Cieri la parete diventa ripidissima, incombente. Mi viene il dubbio di essermi scelta davvero un osso duro. Sorpasso un primo budello ripidissimo che non riconosco ed ha l'aria di morire con una crestina e salgo il breve pendio sotto l'ultimo canale che si innalza nella direzione giusta. Il canale è chiuso in basso da una strozzatura. Riconosco bene questo posto, benchè qualche metro di neve sommerga adesso il labirinto di enormi massi e le grandi pozze d'acqua: ho passato qua sotto almeno un'ora a combattere con un ostico muretto pieno di ghiaccioli e la successiva rampa appoggiata coperta di ghiaccio di fusione prima di decidere che non era il caso di insistere. Al riparo di un masso lego al traino gli sci e metto il casco, dall'alto proviene una leggera grandinata per ora del tutto innocua. Non metto i ramponi ma visto che qui il sole deve ancora arrivare, sono costretta a prendere a calci la neve per andare avanti: comunque mi conviene cercare di salire così, se non ho indosso i ramponi rimettere gli sci è un'operazione davvero veloce. Subito sopra alla strozzatura il canale si allarga e sopra un altro muretto scorgo sullo spigolo di un masso il segnavia.
Va tutto indecentemente liscio. Veramente, ad un bivio sbaglio canale e prendo a sinistra quello che appare più largo, ma un pò più in alto è possibile tornare a destra con un breve traverso, senza perdere dislivello. Poco distante, a sinistra, ci sono le mie impronte sulla Cieri. La neve facilita enormemente la complessità della parete!
Ora è chiaro dove sono. A destra un tranquillo pendio porta sulla cresta della Brancadoro. Dritto sopra di me, il canale principale prosegue ampio e bellissimo fino alla sella tra l'Infornace e il Prena. In mezzo, sulla destra di una struttura rocciosa, un canalino si impenna e si ricongiunge al pendio che scende diretto dalla vetta. Se non mi ricordo male qui in estate c'è un salto notevole, non si passa. Vado su superando il ripido gigantesco accumulo palesemente inoffensivo, poi quando il pendio si abbatte e si allarga posso rimettere gli sci.
Nel grande cucchiaio tra le creste, piccoli accumuli ventati che al benefico sole del sud hanno perso la loro pericolosità, se mai l'hanno avuta; poi quando la pendenza aumenta di nuovo, bellissimo firn, fino alla vetta. Quella che mi sembrava una traccia sotto la cresta è solo il segno lasciato dal lavoro del vento. Nessuno è salito, chissà da quando.
Sono le 11:00. Tira un po’ di vento e fa freddo, ma se mi sbrigo a scendere è solo al pensiero della neve che si cuoce tra le rocce sotto il sole ormai primaverile. Problemi non ce ne sono, i muretti più ripidi non superano i 40° e le terminali sono ancora ben chiuse, anche nel tratto di canale che non ho percorso in salita e che ora scendo nel modo che più mi piace, a vista. E' una bellissima discesa, talmente varia, prima il pendio largo sotto la vetta, che termina con la schiena d'asino sulla strettoia, poi il canale coi cambi di pendenza e le curve che non ti lasciano vedere il proseguimento. Solo sulla strozzatura in uscita trovo neve ormai troppo bagnata, ed è anche il caso di levarsi alla svelta da sotto al canalino che converge da sinistra, che ha già scaricato nei giorni precedenti e col caldo in aumento potrebbe farlo ancora.

Sono restata un pezzo nella solitudine completa della valletta, su una costola scoperta, a prendere il sole. Mi è venuto in mente che sarei potuta risalire sulla grande collina che sta di fronte al Prena, da dove si domina tutto il versante, per scattare qualche foto più chiara degli itinerari. Il calore del sole mi comunicava una pigra indolenza ed era difficile muoversi.
Me ne resto allora sui sassi e sulla poca erba che spunta e mi accorgo che non ho dentro la stessa contentezza di due giorni fa. Mi sento un po’ vuota, quasi annoiata. Da un lato, questa discesa mi ha impegnato troppo poco: tutti i dubbi della vigilia si sono dissolti in un tranquillo andarmene a spasso per un versante che la neve, invece di rendere più ostile, ha mitigato e spianato. E poi, è un po’ sempre così, quando ci sono delle aspettative: in fondo, le cose inaspettate, come è stata la Cieri, ti danno molto di più. Due giorni fa, per avvicinarmi alla montagna, ho dovuto trovare la fiducia nelle mie valutazioni, oggi era quasi tutto scontato, anche se facevo finta di no.
Alla fine, mi muovo, prima che il caldo mi stordisca del tutto. A pensarci bene, poi, i canalini che ho sopra potrebbero anche scaricare… succedesse ora che sto qui a prendere il sole, sarebbe almeno ridicolo. Scivolo giù per la Canala, nel piano che pare un deserto e dove nella calura sopra il bianco accecante ti aspetti il tremolare di un miraggio. Come in un deserto, ho finito l'acqua. A un tratto, sono già un pezzo in giù, mi giro e vedo alle mie spalle di nuovo il collinone. Mi prende un senso di cosa incompiuta, in fondo sono qui… e improvvisamente mi giro e comincio a risalire.
Vado su senza le pelli riconquistando circa 200 metri di sviluppo che ho stupidamente sprecato. Punto ad una chiazza d'erba alla base della salita dove rimetto le pelli di foca e mollo lo zaino. Pile legato in vita, reflex al collo, un fazzoletto in testa. Fa caldo, davvero. Mi viene da ridere, sarà un 2000, penso, e davanti alla catena è solo una collina. E' pur sempre una vetta da scalare. Andiamo su.
Poco alla volta mi si apre sul versante del Prena una vista completamente inconsueta. Ora è chiaro l'intrico dei canalini, anche se una sola foto non riesce ad abbracciare tutta la montagna. Scatto diverse immagini su cui spero di poter tracciare gli itinerari nel modo più chiaro, poi continuo verso la vetta tondeggiante su cui si alza un grosso ometto di pietre.
La breve ma graziosa discesa rischia di diventare pericolosa: devo aver chiuso male un attacco, non c'è altra spiegazione, infatti all'improvviso mi trovo per terra in malo modo, per un cambio di neve che diversamente avrei recuperato senza difficoltà. L'attacco si è sganciato senza il minimo sforzo, e dire che è bello duro…incredibile quanto sia facile farsi male quando ci si sente troppo al sicuro.
Poi c'è tutto il grande deserto da attraversare. Un abbacinante specchio dove il sole infuria, solo se scivolo sugli sci avverto che l'aria in realtà è fresca. Quando controllerò il termometro dell'Astra, scoprirò che segna 8° con l'auto ferma sotto il sole, ma appena fatti pochi metri misura in realtà la vera temperatura, -4°C. L'effetto del riverbero si fa sentire.
Sulla destra oggi il Corno Grande domina tutto questo bianco, in mezzo a un cielo senza una nuvola.

 

Primavera 2003

Germana Maiolatesi