Cresta del Galluccio, nebbia e slavine

 

Cresta del Galluccio, il tratto chiave, nella nebbia.

...Subito dopo le prime curve, la pendenza aumenta e arriva ai fatidici e temuti 50° ... Vado avanti per un tratto e fotografo gli altri con una macchinetta usa e getta presa per l’occasione, poi passa in testa Stefano e supera il saltino ghiacciato con uno scomodo e laborioso passaggio a scaletta...

 

   

        Ora so che è giunto il tempo di andare sulla cresta del Galluccio. Mi sento una voce che mi dice “ora o mai più”, che è un’affermazione che non condivido, ma che mi fa pensare. Un altro inverno così nevoso, un altro periodo di ottima forma fisica e di convinzione, un altro momento in cui la vita te lo consenta. Quando di nuovo, tutte queste cose assieme.

Giovedì vengo a sapere che il giorno dopo dovrò essere a Foligno perché babbo deve subire un altro trattamento alla retina. Devo riorganizzarmi, anche mentalmente. Tengo duro. Così, venerdì mattina, partendo per Foligno, butto in macchina tutta la roba. Mi conforta Stefano, che è interessato a venire. Nel corso della giornata tutto va liscio, senza complicazioni. La sera, rientrata a Spoleto, sento Stefano al telefono e ci diamo un appuntamento. Ora penso al canalino movimentato, irto di rocce e mi assalgono le solite paure, le perplessità sul senso di voler affrontare questa cosa.

 

Piove. Un’aria di melassa, gonfia di umidità. Sottovoce, mastico un’imprecazione, poi salgo in macchina e mi avvio comunque verso l’appuntamento. Magari, se non fa troppo brutto, mi faccio un canale Centrale al Redentore.
In fondo, è quasi tirare un sospiro di sollievo. Come per la partenza verso il Pilier Bonatti, quando la pioggia cantava sopra il tetto di lamiera della Charpoua… piove, non sarà per oggi, non oggi questa prova.
Ci chiamiamo per telefono, anche Stefano è in viaggio. Nonostante il tempo. Inaspettatamente, mi chiama Andreas. Pensavo avesse rinunciato: mi ha parlato della sua scarsa esperienza alpinistica e delle sue perplessità, inoltre l’orario fissato per l’appuntamento è davvero proibitivo venendo da Roma. Invece è già sul posto, nonostante la giornata poco promettente.
Trovo un po’ di neve fresca sulla strada, scendendo sul Piano Grande. Dopo il bivio di Forca di Presta, devo frenare all’improvviso per non piombare, facendo una strage, su un gruppo di quaglie che razzolano in mezzo alla strada: zampettando e con brevi e pesanti voletti si spostano sul bianco della neve.

Alle 7:00 passate da poco, stiamo tutti e tre al Galluccio col naso all’insù a scrutare la parete. Una nuvola si è alloggiata dentro la concavità, simile alla tetra nord dell’Eiger, e non vuole muoversi. Stiamo lì un pezzo ad aspettare, pazientemente: alla fine si sposta un po’, così almeno Stefano può vedere il canale. Mi sono presa questa responsabilità di convocare qui delle persone con l’obiettivo di un mio sogno, per un itinerario che loro non conoscono e ancor meno hanno immaginato come discesa. Forse ora Stefano, che non ha neanche letto la relazione di salita, capisce il percorso solo in parte, a guardarlo da quaggiù tra le nebbie vaganti contro la montagna. Ma non sembra aver voglia di occuparsi di nient’altro, oggi. Alla fine, mi trovo a fare quello che avevo del tutto escluso: risalire la via.
Del resto, salire dai Mezzilitri con questo tempo vorrebbe dire non avere alcuna possibilità. Salire dai Mezzilitri e anche scendere di lì…Stefano ha ragione, tanto vale andare su diretti, per dare un senso alla giornata, arrivare fin dove è possibile, scenderne magari solo un pezzo.
L’idea è quella di “prendere confidenza”, “rendersi conto”. Non ci sono velleità, non speranze. Niente stress. E pure indossiamo gli imbrachi e butto nello zaino i trenta metri di cordino statico Nevischia, mentre partiamo.
C’è un tipo che girellava un po’ sperduto con la sua auto, guardandosi attorno. Alla fine ha abbordato Stefano per chiedergli informazioni. Voleva sapere dove si trova l’attacco della via. Lo lasciamo indietro quasi subito, scivolando sui nostri sci mentre lui affonda a piedi nella neve profonda, fradicia per i venti meridionali. Penso che non si rendesse conto affatto, di quello che aveva sopra, e delle condizioni.

Ricordo ogni particolare del posto, con una precisione esasperata. I prati in salita, la breve cresta e poi il primo acerbo risalto. La relazione consiglia di superarlo a sinistra e così devo aver fatto tutti quegli anni fa, mentre più di recente, in estate, l’ho scalato direttamente. Entrambi i percorsi sono scomodi e complessi, quindi, non resta che provare sulla destra.
In fondo non è una scelta così immotivata, visto che subito sopra dovremo spostarci a destra rispetto alla cresta. Purtroppo però ci aspetta un bosco più adatto ai cinghiali che a degli uomini con gli sci. Dopo un lungo traverso risaliamo il ripido pendio accosto a una crestina e alla fine riusciamo a rimontarla dopo essere sprofondati varie volte dentro voragini senza fondo aperte nella neve bagnata. Uno dopo l’altro, abbiamo tolto gli sci, io per prima a causa del completo distacco di una pelle.
Sul terreno finalmente più comodo, saliamo ancora un poco mentre sopra ci si apre il primo canale.
E’ dritto e ripido, bellissimo. La visibilità adesso è buona, ma nevica sempre più fitto. Mi sento bagnata fradicia e mi chiedo se sarò in grado di affrontare la discesa in questo stato, infreddolita e coi movimenti resi difficili dagli indumenti bagnati. Il vecchio goretex pare non avere avuto alcun potere sulla nevicata bagnata, oppure è il sudore troppo abbondante per la gran fatica nel bosco fitto e ripido.
Mentre cominciamo ad alzarci nel canale, inizia a scendere qualche piccola scarica. Partono da sotto le rocce, o dalle gobbe, partono in un punto e si allargano a ventaglio, si autoalimentano scendendo. Essendo di neve fresca, anche se pesante, sono piuttosto veloci. Non mi sembrano un problema, per ora, ma se dovesse ammucchiarsi più neve, potrebbero diventare una faccenda seria. Mi preoccupa maggiormente la prospettiva che il caldo eccessivo inneschi un distacco di fondo in qualche punto del canale. Ne parliamo e continuiamo a salire. Le condizioni ci sembrano disastrose, quelle della neve altrettanto che quelle atmosferiche. Saliamo sempre con la stessa determinazione di fare solo un altro pezzetto per vedere, ma dentro di me c'è a tratti una speranza sottile.
In questo modo, imbocchiamo una ripida derivazione a sinistra del canale principale, il quale poco oltre muore sotto una grande parete, e la risaliamo tutta fino alla cresta. Ora abbiamo sopra solo il tratto chiave.
Non più di 250 metri di dislivello. Finalmente li vedo, so come sono quando la neve c'è. Il canale sembra liscio, ben raccordato ad eccezione della barra di roccia orizzontale su in alto, che si vedeva bene anche dal passo: alta non più di un metro, si può scalare su una lingua gelata troppo stretta per passarci in discesa con gli sci.
C’è un’incertezza enorme, è chiaro adesso che il gioco è aperto ma è un gioco duro. E’ uscito un poco di sole, fa sempre più caldo e le scariche partono ad intervalli quasi regolari. Scambiamo qualche considerazione a mezza bocca, mentre infiliamo i ramponi. Andiamo su, facciamo ‘sta discesa.
Traverso sotto un breve canale mozzo che ha già scaricato e potrebbe con tutta probabilità replicare. Qui la neve vecchia è più dura, più solida, ma quella fresca continua a scivolare via. Pochi metri dopo, Stefano, decisamente più veloce, ripassa in testa. Mi sembra determinatissimo. Supera rapidamente un muretto gelato e seguita su. Ho messo la piccozza a spallaccio, la prendo e passo con quella e la becca del bastoncino. Sento Andreas dire qualcosa sulla utilità di avere la piccozza… mi giro, è partito senza…gli dico di scendere un poco e prenderla. Forse avrei dovuto controllarlo. Mi faccio degli scrupoli per lui. Ma penso avesse capito di che cosa si trattava. Mi giro di nuovo, con la piccozza è passato bene. C’è una tensione indicibile. Ogni tanto un grido di avvertimento, e un’altra scarica ci passa accanto, con un fruscio sinistro.
Penso allo Jannetta e a quel che è successo a Tiziano. So che la situazione è diversa e valuto che il nostro canale è abbastanza sicuro, ma la mia valutazione potrebbe essere sbagliata. La parete sta scaricando tutto il di più, che non sembra essere poco. Alcune slavine sono sufficientemente veloci e massicce da tirarci giù, se ci prendono alla sprovvista. Cerco di capire come gli altri valutino la cosa. Ho il timore che si entri in un circolo per cui ciascuno non voglia essere il primo a mollare. Inoltre è chiaro che Stefano, reduce dalla recente esperienza al Cho Oyu, deve avere un livello di percezione del pericolo molto differente da quello abituale qui da noi. Immagino che la montagna gli sembri il giardino di casa sua, è una cosa che ho provato anche io tornando al Gran Sasso dal Monte Bianco.
In pochi minuti le slavine si fanno più frequenti. La pressione psicologica causata dalle scariche è enorme. Da dietro, Andreas comincia a chiedere “fino a dove arriviamo”. Gli rispondo che a questo punto è meglio uscire: adesso sono convinta che non potremo scendere, è troppo rischioso farsi prendere con gli sci ai piedi. Non vedo l’ora di guadagnare la cresta, penso che ce ne andremo per l’alto. Seguo la traccia di Stefano che per motivi che non capisco si è tenuto a sinistra ed ora si sta arrampicando su delle roccette, facendo dei numeri pazzeschi su un misto che non mi pare facile. Mi dice che sta cercando un posto per mettere gli sci. Ma dove diavolo lo cerca? Diversamente da me, è convintissimo di scendere.
Finalmente le scariche, raggiunto l'apice di attività, si placano all'improvviso. Il sole sta girando dietro la parete. Mentre Stefano disarrampica dalla scomoda posizione che ha raggiunto, traverso verso il centro del canale e mi fermo in un buon posto al riparo di un masso. In pochi minuti, tutto si è fermato, cristallizzato. Le scariche si sono fermate, ma la nebbia ci si è richiusa attorno.

Ma se scendiamo, perché farlo ora, a pochi metri dalla vetta… è vero, la barra di roccia orizzontale non può essere superata sui lati e ci costringerebbe a togliere gli sci, ma adesso che le scariche sono cessate, vorrei arrivare sulla vetta del Pizzo, appena una cinquantina di metri sopra di noi per scendere secondo il percorso che ho immaginato. Guardo anche la cresta sulla destra, dove esce la via in un punto vicinissimo e facilmente raggiungibile. Stefano dice che ci dobbiamo spicciare ad andar giù, a me pare che la temperatura stia scendendo e che ormai non corriamo più rischi. Tutto è cambiato in pochi minuti. Ma la nebbia che va e viene non facilita certo le decisioni audaci. Ci assicuriamo ciascuno alla propria piccozza, nel poco spazio a disposizione, e mettiamo gli sci. Per prima mi muovo in traverso, aspettandomi di sentire sotto gli sci la neve che c’era sulla est dell’Argentella, prevedendo che la farò slavinare anche in traverso. Invece, la sento solida sotto gli sci. Non ci penso tanto e curvo, la neve mi restituisce molto bene la spinta del salto e mi consente un arresto preciso: incredibile quanto l’abbiamo giudicata male salendo a piedi. Con gli sci, inoltre, mi sento talmente a mio agio che il canale sembra cambiare aspetto. La salita a piedi mi aveva stancato e stressato, ho valutato le difficoltà col metro di quelle che trovavo salendo e naturalmente le ho sopravvalutate. Ho valutato la neve nella quale a piedi sfondavamo ed ho immaginato un disastro. Ho proprio ragione: molto meglio scendere direttamente dall'alto. Ma oggi le condizioni meteorologiche non ce l'avrebbero consentito. Mentre penso a queste cose rimpiango ancora la cima del Pizzo e scambio due battute con Stefano sull'idea di togliersi gli sci e riprendere a salire.
Subito dopo le prime curve, la pendenza aumenta e arriva ai fatidici e temuti 50° ma la neve è talmente buona che ci si può divertire: quella nuova è quasi completamente scivolata via, lasciando il pendio cosparso di pallocchi che hanno un aspetto poco rassicurante ma invece sono soffici e non si sentono sotto gli sci, le lamine acchiappano il firn sottostante. Vado avanti per un tratto e fotografo gli altri con una macchinetta usa e getta presa per l’occasione, poi passa in testa Stefano e supera il saltino ghiacciato con uno scomodo e laborioso passaggio a scaletta. Quando ci arrivo e a mia volta sto lì un pezzo cercando di non finire di sotto, mi viene in mente che sarebbe meglio non affaticarsi e saltare giù, tanto subito sotto la pendenza si mitiga molto. Ma non lo fa nessuno, neanche Andreas, che ora sci ai piedi sembra quello che se la sente di più di fare il disinvolto.
Proseguiamo nel canalino obliquo, sempre sciando uno alla volta e riparandoci sui bordi nelle soste. La neve continua ad essere buona fino sopra al bosco, poi diventa un autentico pantano: abbiamo deciso di scendere da dove siamo saliti, quindi ci aspetta una mostruosa faticata nel bosco fitto, cento metri di dislivello che sembrano affaticarci più dell’intera parete.

Siamo al passo, col naso in su cercando di guardare la nostra discesa, ma si è di nuovo chiuso tutto. Ci sono due escursionisti che tornavano dal Sentiero dei Mietitori, cosa avranno pensato a vederci comparire con gli sci dall'alto… non credo possano immaginare.
Ora si festeggia, da Cavallo. Una festeggiata in tono minore. Percepisco la soddisfazione dei miei compagni ma non riesco a condividerla del tutto. Conoscendolo ormai bene, capisco che Stefano è contento, ne ha bene il motivo, oltre tutto come al solito è stato l'elemento traente della situazione. Andreas, non mi sembra uno per cui le discese ripide sono essenziali, forse una bella sciata di ampio respiro gli sarebbe piaciuta persino di più: però ha colto al volo un'occasione che gli è capitata quasi per caso e se l'è cavata con sicurezza nonostante la poca esperienza alpinistica. Se si pensa che la cresta del Galluccio ha un certo prestigio anche come salita invernale.
A me invece è rimasto un rodimento insistente per quei 50 metri, un senso di incompletezza che Stefano può permettersi di non provare: non ha ideato e progettato questa discesa disegnandoci sopra mentalmente un percorso, non l'ha sognata, semplicemente è venuto e l'ha fatta.
Non ne faccio una questione di difficoltà, avevamo abbondantemente superato la parte più ripida del canalino e so che su quella pendenza non ho alcun problema a mettere e togliere gli sci. La fascia orizzontale sarebbe stata quasi più complicata in salita che in discesa. Tuttavia, c’è una questione di stile. Ho immaginato la discesa dalla cima del Pizzo, ideando persino un ingresso sulla destra orografica, visto che non è possibile percorrere con gli sci la cresta di sinistra, dove esce l'itinerario alpinistico: da quel lato, saremmo dovuti partire da un punto più basso della vetta, che rimaneva solo una ventina di metri sopra a dove eravamo! Mi resta quindi l'insoddisfazione per la mancata aderenza del nostro stile al mio progetto ideale, senza poterla compensare con la soddisfazione per aver realizzato la discesa in condizioni scoraggianti, in un giorno in cui probabilmente nessuno è salito in quota, tantomeno con gli sci.
Quando Stefano ed Andreas se ne vanno me ne resto a girellare per la montagna inseguendo il filo dei ricordi di vecchi sogni realizzati strappandoli alle condizioni avverse. Così imbocco la strada per Monte Gallo e salgo a Colleluce. Le nuvole si aprono e si chiudono sopra la montagna. La cappa grigia e di tristezza mi ricorda il mio girellare inquieto attorno alla Est dell'Argentella ancora da scendere, in una lontano giornata di pioggia primaverile. Enormi scalini interrompono il pendio del Grande Imbuto quasi a semicerchio, testimoniando gli immani distacchi che si sono verificati. Mi fermo là sotto, le strade sterrate sono chiuse dalla neve e non posso andare dove voglio… ma perché sarò così scontenta. Realizzo, ma solo con un angolo della mente, che quei 50 metri sono diventati il paravento con cui copro la mancanza di un progetto immediato che sostituisca quello concluso. Comincio a pensare all'indomani. Se è bello… accidenti, ho troppa voglia di scendere dal Centrale, sono anni che non ci si riesce perché la parte bassa, esposta a sud e non incassata, non ha mai neve…Bene, se è bello vado in vetta, mi faccio i 50 metri, risalgo, scendo alle Ciaule, risalgo al Redentore e mi faccio il canale Centrale. Colgo solo in parte l'insensatezza logistica del progetto, visto che ci penso seriamente. Le condizioni atmosferiche, domani, faranno giustizia di ogni velleità, anche la più logica.
Una breve visita al rifugio per salutare Gino, un salto a Castelluccio per mangiare qualcosa, poi l’unico posto dove accamparsi è il passo, perché ogni altro spiazzo è occupato dalla neve.

 

Primavera 2003

Germana Maiolatesi