La prima forra della stagione

 

Una calata sotto cascata in Malanotte

...Tempo per risentire il frastuono dell’acqua che si frange nei salti, si infila negli scivoli prendendo velocità, si ingorga nelle vasche, si placa e mormora solo per poco per poi tornare nuovamente a gonfiarsi, e il suo rumoreggiare non ti abbandona mai, ossessivo, onnipresente ...

 

   

        Tempo per passare dentro al verde prorompente della primavera quasi di corsa e distratti dalla promessa dell’avventura, pensando alla discesa ai tempi ai dati tecnici, per scoprire poi più tardi che il verde ti è rimasto dentro, o addirittura, come un immenso unico organismo vegetale ti ha catturato nei suoi odori, nei suoi fruscii e nella luce troppo intensa dei suoi colori, che non si vogliono più smorzare nel fondo dei tuoi occhi.

Tempo per respirare l’odore della pietra bagnata e dei muschi, un miscuglio indefinibile di foglia marcia e di cocomero appena tagliato, l’odore del torrente che penetra nel naso, ma poi è talmente particolare da non farsi richiamare alla memoria e non riesci a rievocarlo finchè non lo senti di nuovo e sai che sei di nuovo in forra.

Tempo per risentire il frastuono dell’acqua che si frange nei salti, si infila negli scivoli prendendo velocità, si ingorga nelle vasche, si placa e mormora solo per poco per poi tornare nuovamente a gonfiarsi, e il suo rumoreggiare non ti abbandona mai, ossessivo, onnipresente, e alla fine della forra sei anche un po’ stordito; tempo per risentire addosso lo scrosciare violento che disperde assieme le voci dei compagni e la tua lucidità, mentre la cascata ti spinge, ti toglie il respiro, e tutto rischia di precipitare in una gran paura se solo non ti ricordi che invece è davvero un magnifico gioco.

Tempo per ritornare ai piccoli gelidi brividi dell’acqua che si infila nella muta e del vento che si ingorga nella gola, che l’impegno poi riscalda e dissolve per un po’ fino alla prossima attesa all’armo sopra un salto, dove cercherai e benedirai quella striminzita abbagliante chiazza di luce e di calore che un raggio di sole fa piovere laggiù come per miracolo.

Tempo per riscoprire, in modo quasi fisico, e lampante come una rivelazione, con la stretta in gola di un istante di timore, che questo gioco da matti non ti richiede magari le doti atletiche dell’arrampicata e dello sci ripido ma in modo molto più subdolo nasconde le sue trappole e che un errore o una sospensione della lucidità o del ragionamento possono essere pagati davvero a caro prezzo.

Tempo per ritrovare il piacere del lavoro di squadra, che è gioco condiviso ma anche tensioni sottili, obiettivo comune ma non senza trattative faticose, così diverso, tutto questo, dalle avventure solitarie dell’inverno appena terminato, dalle scelte fatte con leggerezza e solo per se, un contrasto strano e preciso che rivela situazioni quasi in contrapposizione, ma ciascuna con il suo momento per essere vissuta e la sua ricchezza da lasciare.

Tempo per sedere in una nitida piazzetta ai confini tra l’acqua, le fronde dei noci e i muri di pietra chiara di antiche case, e tirar tardi in compagnia di un vino sincero a discorrere con gente conosciuta appena ma conosciuta da sempre, senza parlare di gradi, senza quasi parlare di forre nemmeno, e alla fine ritrovarsi a pensare, anche se non c’entra niente ed infatti è di nuovo come una rivelazione, che gradi difficoltà e competizione, nel modo che hai di vivere questo gioco, non trovano ancora e forse non troveranno mai uno spiraglio per gli spazi della tua anima.

La prima forra della stagione, non importa quale.


Maggio 2002

Germana Maiolatesi