Tempo
per passare dentro al verde prorompente della primavera
quasi di corsa e distratti dalla promessa dell’avventura,
pensando alla discesa ai tempi ai dati tecnici, per scoprire
poi più tardi che il verde ti è rimasto
dentro, o addirittura, come un immenso unico organismo
vegetale ti ha catturato nei suoi odori, nei suoi fruscii
e nella luce troppo intensa dei suoi colori, che non si
vogliono più smorzare nel fondo dei tuoi occhi.
Tempo per respirare
l’odore della pietra bagnata e dei muschi, un miscuglio
indefinibile di foglia marcia e di cocomero appena tagliato,
l’odore del torrente che penetra nel naso, ma poi
è talmente particolare da non farsi richiamare
alla memoria e non riesci a rievocarlo finchè non
lo senti di nuovo e sai che sei di nuovo in forra.
Tempo per risentire
il frastuono dell’acqua che si frange nei salti,
si infila negli scivoli prendendo velocità, si
ingorga nelle vasche, si placa e mormora solo per poco
per poi tornare nuovamente a gonfiarsi, e il suo rumoreggiare
non ti abbandona mai, ossessivo, onnipresente, e alla
fine della forra sei anche un po’ stordito; tempo
per risentire addosso lo scrosciare violento che disperde
assieme le voci dei compagni e la tua lucidità,
mentre la cascata ti spinge, ti toglie il respiro, e tutto
rischia di precipitare in una gran paura se solo non ti
ricordi che invece è davvero un magnifico gioco.
Tempo per ritornare
ai piccoli gelidi brividi dell’acqua che si infila
nella muta e del vento che si ingorga nella gola, che
l’impegno poi riscalda e dissolve per un po’
fino alla prossima attesa all’armo sopra un salto,
dove cercherai e benedirai quella striminzita abbagliante
chiazza di luce e di calore che un raggio di sole fa piovere
laggiù come per miracolo.
Tempo per riscoprire,
in modo quasi fisico, e lampante come una rivelazione,
con la stretta in gola di un istante di timore, che questo
gioco da matti non ti richiede magari le doti atletiche
dell’arrampicata e dello sci ripido ma in modo molto
più subdolo nasconde le sue trappole e che un errore
o una sospensione della lucidità o del ragionamento
possono essere pagati davvero a caro prezzo.
Tempo per ritrovare
il piacere del lavoro di squadra, che è gioco condiviso
ma anche tensioni sottili, obiettivo comune ma non senza
trattative faticose, così diverso, tutto questo,
dalle avventure solitarie dell’inverno appena terminato,
dalle scelte fatte con leggerezza e solo per se, un contrasto
strano e preciso che rivela situazioni quasi in contrapposizione,
ma ciascuna con il suo momento per essere vissuta e la
sua ricchezza da lasciare.
Tempo per sedere
in una nitida piazzetta ai confini tra l’acqua,
le fronde dei noci e i muri di pietra chiara di antiche
case, e tirar tardi in compagnia di un vino sincero a
discorrere con gente conosciuta appena ma conosciuta da
sempre, senza parlare di gradi, senza quasi parlare di
forre nemmeno, e alla fine ritrovarsi a pensare, anche
se non c’entra niente ed infatti è di nuovo
come una rivelazione, che gradi difficoltà e competizione,
nel modo che hai di vivere questo gioco, non trovano ancora
e forse non troveranno mai uno spiraglio per gli spazi
della tua anima.
La prima forra
della stagione, non importa quale.