13
/ 8 (Domenica)
Non capisco il perché di tutta questa tranquillità,
stasera. Sotto le coperte ruvide della capanna i pensieri
si muovono in una strana direzione, quasi come se avessi
già salito la via… "E così, ho
chiuso il cerchio", mi dico ripensando ad una vecchia
frase scritta chissà dove nelle pagine dei miei
diari. "…Non salirò mai al Dru …
", ricordo solo queste parole, ed il contesto: una
domenica mattina d'inverno, la sala semi buia della casa
di Spoleto; un libro, il racconto di Bonatti, ed emozioni
fortissime, accompagnate da un incontenibile desiderio
di essere del giro, di partecipare dal vivo a ciò
che leggevo e da un senso disperato ed ineluttabile di
impossibilità, di irraggiungibilità del
sogno. Il sogno ora ha quasi vent'anni e piano piano,
diventando più vicino, si è trasformato
in una sorta di scommessa, o di promessa, di cui il Pilier
continua ad essere il simbolo. Comunque vada domani, io
ora sono qui e questo vuol dire che il sogno non è
più irraggiungibile. I miei pensieri scorrono tranquilli
come se il Pilier l'avessi già salito e mi lascio
andare a pregustare come mi sentirò "dopo",
mentre le parole "non salirò mai al Dru",
che ritornano insistenti nella mente da un passato lontano
e diverso, prendono quasi un tono sorridente di ironia…
Stanotte l'orologio farà bip bip all'una, e per
la prima volta in questi giorni, ho davvero paura di non
sentirlo.
Oggi, di nuovo sulla groppa del grande drago grigio, le
gambe finalmente reagivano agli stimoli nervosi che manda
loro la testa… i postumi dell'influenza si stanno
attenuando ma il sentiero, che sale su dritto lungo un
crestone, è stato lo stesso molto duro. Ho lottato
per recuperare il mio sogno, ma ogni volta la lotta si
fa più dura: per quanto io sia occidentalista nell'animo
e nei desideri, per quanto sia incapace di rinunciare
a tornare qui ogni anno per misurarmi con queste dimensioni
infinite, il mio piccolo fisico si ribella violentemente
agli zaini pesanti e ai dislivelli infami, alle scalette
verticali che superano i fianchi dei ghiacciai e alle
sveglie notturne… alle volte, persino la testa si
ribella all'idea che al Bianco si debbano rischiare le
penne persino negli avvicinamenti. Quest'anno rimpiango
davvero le dolomiti e vorrei confrontarmi solo con le
difficoltà tecniche dell'arrampicata… ma
ho dovuto scacciare queste idee e cercare di recuperare
il mio sogno, altrimenti non avrebbe senso essere qua.
Non posso pensare di seguire passivamente Paolo sul Pilier,
non posso rischiare di salire il Pilier senza desiderarlo
con forza, senza un attimo di gioia, solo perché
mi ci trovo sopra, perché il Pilier non diventi
quello che per me è ora il Pilastro Rosso di Brouillard:
una via che non ho fatto. E poi, il Pilier non è
il Pilastro Rosso. Ed è il mio Sogno.
Ma i sogni e i buoni propositi non possono molto contro
una perenne debolezza alle gambe… nell'ultima mezz'ora
di strada, ho tirato giù un moccolo ogni tre metri
che riuscivo a fare.
Poi, finalmente, si passa sotto un grande masso, dove
con la vernice gialla sta scritto "La Charpoua Sauvage",
e poco dietro appare la capanna di legno, arroccata su
uno speroncino. Una giovane donna abbronzata, dai capelli
chiari e dai lineamenti forti, imprime su questo posto
la forte impronta della sua personalità.
Ho subito pensato, con una sorta di odio assassino verso
il sentiero e la fatica fatta a salire, che non mi sarei
mossa di qui, a costo di un lungo assedio, prima di aver
chiuso i conti con la mia via e di conseguenza, definitivamente,
i miei conti con il M.Bianco.
Da una certa ora in poi è cominciata ad arrivare
gente. Alcuni, dall'alto, di ritorno dal Pilier, sono
scesi verso valle accompagnati da tutta la mia invidia,
altri, dal basso, hanno proseguito verso le Flammes de
Pierre per bivaccare. Li abbiamo contati: ci saranno ben
sette cordate domani sul Pilier. Li abbiamo anche seguiti
salire, perché dovremo fare la stessa strada di
notte alla luce delle frontali. La cresta sopra la quale
il piccolo rifugio sta appoggiato, un "rognon"
che separa due valloni, muore contro il tormentato ghiacciaio
della Charpoua, e le cordate, scomparse dietro il tetto
della capanna, impiegano oltre un'ora per riapparire in
discesa su un ripido nevaio interrotto da una crepaccia;
subito dopo, guadagnano le rocce dall'altra parte della
valle in cui il ghiacciaio si incassa, poi traversano
una rampa, salgono, scendono un poco e infine salgono
decisamente fino ad una forcella sotto a un gendarme indicato
sia dalla guida di Piola che dalla Vallot. Dal rifugio
si distingue benissimo una persona che stia in piedi sulla
forcella.
Nonostante questo abbondante passaggio di persone, la
capanna è rimasta tranquillissima. La radio di
collegamento era costantemente accesa e ascoltvamo i dialoghi
tra un centro di controllo ed un elicottero che passando
basso sotto di noi cercava qualcuno infortunato sulla
morena di destra della Mer de Glace. Verso le otto la
stessa voce ha chiamato in appello i rifugi, la Charpoua,
Argentiere, le Couvercle, che hanno ad uno ad uno risposto,
e ha letto quindi la meteo. Le previsioni, monotonamente,
confermano quanto sappiamo. Del tempo, sì, ho un
po’ paura, se ci penso. Così preferisco non
pensarci, il sonno verrà presto.
14 / 8 (Lunedì)
Qualcuno ha aperto la porta della capanna, svegliandomi.
Nel leggero tramestio che segue, riprendo coscienza. Paolo
è nel letto accanto a me e mi viene in mente che
sia già l'una. Lo sento parlare sottovoce più
in là: <<Ma quando è cominciato?>>
e poi <<…piove misto a neve…>>>.
Dalla finestrella mi arriva la luce dei lampi, bestemmio
poco convinta tra me e me, il letto è caldo e confortevole
ed è mezzanotte e venti.
All'una il temporale scroscia giù con tutta la
sua violenza e la grandine suona sul tetto di lamiera
sotto al quale si riparano gli zaini. Resto sveglia a
lungo: ci sono sei cordate che bivaccano sotto al temporale,
su alle Flammes de Pierre, questa idea non se ne va dalla
mia coscienza.
Questa mattina
una fila di persone scendeva le roccette e poi la rampa,
e io li guardavo fissamente da dietro il vetro della finestrella,
quasi mi avessero ipnotizzato. Mi sono sentita tristissima,
perché le sensazioni di ieri sera, per quanto superficiali,
erano autentiche. Più a fondo, forse nell'inconsico,
non credevo molto a quel sentirmi in tasca la via, e per
questo ero così tranquilla, come se una sorta di
sesto senso mi avesse garantito che quanto già
successo due volte per la Noire si sarebbe ripetuto. Di
notte, quando sento il rumore dell'acqua sommergere il
suono della sveglia, intimamente sono sempre un po’
contenta… ma stamattina l'unica cosa che mi consolava
era vederli scendere anche loro ed essere sicura che non
si sarebbe proprio potuti andare. Li ho contati morbosamente,
per essere sicura che proprio nessuno avesse attaccato.
E davvero, il Sogno è sempre il Sogno se stanotte,
persino a quell'ora in cui la cosa più grata è
il tepore di un letto, in quella bestemmia ci fosse un
sincero rammarico.
Paolo non mi è sembrato disposto ad adottare una
tecnica di assedio ed io stessa non ero poi così
sicura che potesse risultare proficua. Fatto sta che siamo
scesi, e passando sotto la scritta gialla ho pensato che
non sarei tornata più. Ho cominciato a rimpiangere
la capanna e la sua atmosfera incantata fin da quel momento,
e molto prima di atterrare nella confusione da postribolo
che c'è qui al Torino. Assieme al fischio del Globe
Trotter nella stanzetta in penombra, assieme al suono
gracchiante dei dialoghi alla radio e al brusio delle
conversazioni a bassa voce, qualcosa di indefinito, in
quelle poche ore, è filtrato piano piano dalla
realtà attorno fin dentro all'inconscio, scavalcando
la coscienza, ed è rimasto sotterrato lì,
e riemerge ora in forma di nostalgia. La Charpoua mi ricorda
il Sass Fura, forse perché entrambi sono luoghi
dove passa solo la gente che parte per delle grandi vie
… la Charpoua Sauvage è un posto di frontiera,
uno di quelli in cui si transita quando si scavalca il
confine tra l'esistenza quotidiana e una dimensione spazio-temporale
fatta di luoghi e di istanti dentro ai quali la nostra
stessa vita è in forse: una dimensione che chiamano,
con una parola banale ed abusata, avventura. Non c'è
stata alcuna avventura, per me, stavolta, se si esclude
quella tutta interiore di essere lì. E pure, questa
postazione avanzata protesa verso il non scontato, il
non quotidiano, mi ha lasciato dentro senza che neanche
me ne accorgessi qualcosa di indelebile. Indelebile rimarrà
anche il ricordo della sua bella ed energica custode,
pur così diversa dalla dolce mamma toscana del
Sass Fura.
Appena tornati all'ostello, ho telefonato a Pasquale,
arrivato da due o tre giorni ad un ostello di Vallorcine,
e tutti e tre abbiamo impiegato un attimo per decidere
di salire assieme al Torino per scalare "O sole mio".
Ma lo sconforto è salito alle stelle nel rifare
i bagagli, al pensiero di andarmene dall'ostello per non
ritornarci forse che tra un anno, e sono stata molto indecisa
se lasciare qualche oggetto per ripassarci comunque. L'alternativa
migliore al mio stato d'animo mi sembrava quella di scapparmene
a Roma, ma evidentemente non era il caso di farlo…
comunque vada, devo rimanere ancora due settimane.
Alle tre è arrivato Pasquale, ed è cambiato
tutto. Avrei voluto telefonargli, da Roma, e non l'ho
fatto, e avevo deciso comunque di scusarmi per essere
stata brusca al telefono, quando mi ha detto che saltava
la settimana programmata assieme, inguaiandomi un po’…poi,
ci siamo quasi scontrati sulla porta tra la cucina e il
corridoio e ci siamo trovati l'uno nelle braccia dell'altro
ed ho capito che era superfluo. Forse poi lo farò,
ma in quel momento, e con Pasquale, era del tutto superfluo.
E' stato come se il tempo, da nuvoloso, fosse diventato
di colpo sereno… come il mio umore, sono sicura
che anche il tempo farà davvero così.
Abbiamo fatto un'ultima spesa al supermarket del corso
e un ultimo pellegrinaggio alla meteo (Pasquale è
perfettamente sintonizzato con questi piccoli riti chamoniardi)
e abbiamo passato il confine con l'auto stracarica e molta
allegria.
Il vento straccia le nuvole e scopre la Peteurey e il
grande mondo della Brenva. Fa freddo sulla terrazza. Dove
sono i miei sogni. Sono rimasti solo i ricordi, e la cresta
che si stende dalla Noire alla calotta del Bianco è
sempre bellissima, ma non più trasfigurata da uno
strano ideale… se guardo la Chandelle stagliata
contro il cielo apparire dietro, non penso più
all'eroismo e alla tragedia sul Pilone. Voglio salire
una via moderna e divertirmi e al diavolo il resto, al
diavolo i sogni ai quali corro dietro senza mai raggiungerli,
non ci credo più. Ora riesco persino ad accorgermi
che il rifugio è uno schifo unico. Ci prepariamo
la minestra seduti sulla lurida scala che sale dalla funivia
perché non esiste un locale apposito. L'acqua potabile
ci costa duemila lire al litro!
17 / 8 (Giovedì)
Ancora pellegrinaggi alla meteo, ieri sera, appena entrati
in Francia, e stamattina prima di prendere il trenino
per Montanvert: entrambi i bollettini prevedevano un temporale
per oggi pomeriggio ed un "averse" per domani
sera, parola che non riusciamo a tradurre ma che suona
male, e nella mia immaginazione si associa con qualche
cosa di "avverso", di nemico in senso generico,
una avversità che a sua volta associo al Dru e
a tutti i lati oscuri di un'avventura in montagna.
Per la quarta volta sopra la groppa del grande drago …
sono contenta che Pasquale abbia fatto quei commenti riguardo
a Montanvert, così ho potuto dirgli la storia di
Cristo e dei mercanti nel tempio, alla quale ripenso ogni
volta che sono costretta ad insinuarmi in mezzo alle bancarelle
e tra la calca per raggiungere il sentiero. Ormai sono
passata a Montanvert un gran numero di volte e in compagnia
di molte persone differenti, ma Pasquale è l'unico
che ha provato il bisogno di esprimere il suo fastidio
per quel mercato di idiozie.
Ho camminato sopra il drago con l'entusiasmo e l'energia
di quando dietro a Massimo correvo verso il Leschaux,
divertendomi ancora una volta a saltare i crepacci. Quassù
dal sentiero che si arrampica alla Charpoua si ha un bellissimo
colpo d'occhio del suo grande corpo, e le scaglie a forma
di boomerang si inarcano con regolarità da un fianco
all'altro, parallele tra loro. Non ho mai deciso da quale
parte sia la testa, ma propendo per immaginarla giù
in basso, dove la bocca vomita ogni minuto tonnellate
di acqua lattiginosa.
Il temporale previsto è arrivato puntualmente quando
ero a circa un quarto d'ora dalla capanna, e, per quanto
abbia allungato il passo, sono arrivata su bagnata e desiderosa
di dire al cielo ciò che penso di lui… ho
impiegato le tre ore richieste da Piola e solo un quarto
d'ora in più dei miei due soci corridori, i quali
per questo non si sono bagnati, e il sentiero oggi mi
è sembrato persino più corto e meno ripido.
Come sempre, la forma fisica arriva quando il tempo è
ormai finito.
Un'altra donna ci ha accolto, bella ed energica come la
precedente, e le assomiglia persino un poco: forse è
la capanna che le plasma così. La radio è
rimasta silenziosa fino alle otto, quando lei stessa ha
chiamato per la meteo: <<Qui è la Charpuoa,
mi sentite?>> e una voce di là dall'aria
ci ha ricordato che c'è sempre questo "averse"
per domani sera, che però dal tono di voce non
sembra una cosa così preoccupante.
Sul tardi, è arrivato l'olandese che abbiamo già
incontrato sul Cap, con un compagno: hanno mangiato qualcosa
ed hanno proseguito, nonostante la pioggia. Solo loro
sul Pilier, domani, oltre a noi. Alla capanna dormono
altre due cordate, entrambe hanno come obiettivo la traversata
dei Drus.
Piove. Trentaquattro anni fa, in questi giorni, esattamente
tra il 17 e il 22 di Agosto, Walter Bonatti, da solo,
apriva la sua via sul Pilier: la data mi sembra di buon
auspicio, e anche come una sorta di omaggio, di celebrazione.
Ma sono agitata e il sonno tarda a venire. Quel sesto
senso che mi ha già altre volte parlato, scavalcando
la razionalità, mi dice con incrollabile sicurezza
che stavolta partiremo. E io voglio andare. Ma ho paura.
19 / 8 (Sabato)
All'una la sveglia mi richiama alla realtà. Ho
l'impressione di avere appena chiuso gli occhi, e in effetti
sono rimasta ad ascoltare la pioggia battere sulla lamiera
fino a mezzanotte, finchè il sonno ha avuto la
meglio su tutto il resto. Il fornelletto fischia e scalda
l'acqua per il caffè, mi sforzo di mandare giù
qualcosa. Poi, ci chiudiamo la porta dietro le spalle
e la capanna ritorna silenziosa: il dado è tratto,
stiamo partendo.
Non piove più e la luna fa filtrare persino un
po’ di luce attraverso le nuvole. Fa caldo e l'aria
è gravida di umidità, quasi soffocante.
Mi muovo dentro ad una sensazione di completa irrealtà,
quasi come stessi sognando questa partenza da un inquieto
dormiveglia sotto le coperte della capanna e dal sonno
guardassi me stessa partire. L'unica cosa perfettamente
reale e tangibile è il senso di fastidio, quasi
di sofferenza, della marcia notturna e della battaglia
contro il mio metabolismo che non ne vuol sapere di ripartire.
Poche parole tra noi, ognuno cerca di respirare e di concentrarsi…
tutte uguali, queste partenze, si è veramente soli
con se stessi e con le proprie perplessità, e forse
solo il senso di irrealtà, appunto, fa si che non
si scappi via.
Dopo la cresta, risaliamo un ripido pendio ghiacciato,
poi la pista piega a sinistra e comincia a girovagare
tra grandi seracchi, spettrali nella luce lunare, finchè
finalmente scende e scavalca due grosse crepacce. Con
paura avverto la dimensione dei buchi, molto più
larghi e profondi di quanto lascino vedere.
Due luci all'inizio delle rocce, sulla rampa: è
l'olandese che, inspiegabilmente (della serie "uomini
veri") ha bivaccato qui, a metà strada, sotto
la pioggia e a un'ora dal rifugio. Lasciamo attrezzi e
scarponi nascosti dietro un masso e filiamo su.
Ore 4:30, Flammes de Pierre, Paolo ha lanciato giù
la prima doppia. La cordata olandese, arrivata per prima,
astutamente ci lascia calare davanti. La parete trasuda
acqua che stilla ovunque alla luce delle frontali. Una,
die calate ci immergono in un posto da incubo, lungo un
canale ripido e franoso ove ogni cosa che tocchiamo è
instabile, scivolosa ed appoggiata in equilibrio precario.
Pasquale, che scende davanti avverte che c'è un
grosso masso in bilico, ma subito dopo sento Paolo imprecare
mentre un oggetto di dimensioni ciclopiche precipita con
fragore nel buio più completo e rimbalza a lungo
fin dentro al canale principale. Urlo per sapere se sono
tutti e due vivi. Ogni volta che infilo la doppia nella
piastrina penso ai due olandesi sopra di me… basterebbe
un sasso, neanche tanto grande, per spezzare l'esile filo
della corda, che mi unisce alla parete e alla vita. Il
senso di irrealtà è rimasto fortissimo,
ma il sogno si è trasformato in un incubo e io
provo quasi lo stesso tipo di terrore. Vorrei scappare
via.
Le ultime due calate partono da abominevoli soste appese
su una placca strapiombante e bagnata, a picco sul canale
principale ma fortunatamente abbastanza al riparo da quello
di discesa. Schiarisce e la luce livida rivela il filo
del pilastro, di fronte a noi, dall'altra parte. Paolo
si concede un <<…quanto è alto…>>
con un filo di voce, mentre a me, in fondo, sembra piccolo,
anche se capisco che le dimensioni dell'ambiente tutto
intorno traggono in inganno: se Paolo è impressionato,
c'è di che esserne. Con un'ultima manovra delicata
attraversiamo la neve dura del canalone, martoriata dalle
pietre, e tocchiamo, finalmente dalla parte opposta, il
primo chiodo della via. Dunque, questo è il Pilier,
la cui parte iniziale è nascosta da ogni altra
visuale, per effetto della curva che fa il canalone. Sono
le sette passate, la "piccola" parete delle
Flammes ha richiesto ben sei doppie. In una luce livida,
sotto un cielo ancora velato, Pasquale attacca i primi
tre tiri della via, sopra un granito grigio e bagnatissimo.
Fa molto freddo ora e l'umidità lo rende ancora
più fastidioso. La roccia scivola sotto le scarpette,
il granito viscido e muschioso offre poca aderenza e sono
costretta ad arrampicare utilizzando quasi solo la forza.
Da seconda, cercando di correre su una roccia non solidissima,
commetto delle disattenzioni, faccio cadere qualche sasso.
Arrampichiamo da pochi minuti e già il canale comincia
a scaricare: un primo masso, di grosse dimensioni e di
forma allungata, rotea a lungo nell'aria, sbatte poi alla
base del Pilier, piuttosto in alto, e rimbalza via dentro
al canale. La scena è impressionante da qui, a
distanza ridotta, ma anche in seguito le scariche ci ricorderanno
che non sarebbe il caso di scendere e il brontolio delle
pietre ci accompagnerà fino a sera.
Presto arrivano gli olandesi, salgono velocissimi e ci
scavalcano parzialmente, ma le difficoltà aumentano
e i due non riescono a terminare il sorpasso. Ci ostacoliamo
a vicenda, la situazione è sempre più tesa
e confusa. Inoltre, finiti i tre tiri di Pasquale, nel
cambio di capocordata lo zaino che Paolo ha sulle spalle
gli vola via sotto il naso, lui dice per la rottura di
uno spallaccio. L'inventario delle perdite è preoccupante:
lo zaino conteneva le uniche due frontali ed il telo della
tenda, una delle due borracce d'acqua e tutti i viveri.
C'era inoltre la macchina fotografica di Paolo, piuttosto
di valore e la sola che avevamo. L'idea di riscendere
dentro il canale, bombardato dalle sassate, non ci sfiora
neanche.
Nel frattempo, uno dei due olandesi si è piantato
nel tentativo di uscire dal grande diedro che identifichiamo
come quello della "lucertola verde": il percorso
della via è poco chiaro, da entrambi i lati di
un grande tetto le difficoltà appaiono elevate
e non si vedono chiodi. Paolo, partito all'inseguimento
ed innervosito dall'incidente dello zaino, aspetta a lungo
che quello si levi e alla fine cambia strada e si infila
direttamente sotto al tetto facendo sosta su dadi e friends
sotto un camino strapiombante. Mi sembra una scelta assurda,
il tiro, su roccia bagnata, è difficile e la sosta
scomoda e precaria. Siamo molto tesi. Ma Paolo riparte
ed esce egregiamente dal camino, sbucando nel sole.
Finalmente viene il mio turno. Da seconda ho arrampicato
in maniera preoccupante ma mi impongo di non rinunciare
perché so che non potrei perdonarmelo. Dopo qualche
metro di paura allo stato puro, finisco per convincermi
che in fondo sto solo arrampicando, ed è un bel
gioco che già tante volte ho giocato con successo:
le difficoltà non sono certo estreme e mettere
protezioni è piuttosto agevole, e il granito si
fa via via più rosso e asciutto mentre rimontiamo
la quota della forcella alle Flammes de Pierre. La giornata
butta al bello e intanto i tiri si susseguono, ognuno
più bello del precedente, le fessure diventano
ben chiodate e il granito sempre più ruvido e fiammeggiante.
Riesco persino ad andare abbastanza veloce ma la stanchezza
si fa sentire e la "fissure des Austriaches"
sembra irraggiungibile. Al nuovo cambio di capocordata,
allentata la tensione psicologica, tutta la stanchezza
mi assale sotto forma di sonno. Mentre Pasquale sale il
tiro di artificiale un chiodo dopo l'altro, assicurato
da Paolo, mi addormento su una scomoda scaglia, un paio
di metri più in basso.
Poi, le nebbie cominciano a girare attorno alla montagna
e a toglierci a tratti la visuale. Ogni volta che una
nuvola ci si chiude attorno penso preoccupata "ci
siamo…", ma per fortuna la nebbia puntualmente
si riapre lasciando che il sole ormai basso ci scaldi
ancora un po’.
Alle 19:00 passate, finalmente, dopo un girovagare sulla
parete ormai più articolata che ci è sembrato
interminabile, raggiungiamo il primo ancoraggio delle
calate. Solo tre giorni fa esprimevamo tutti e tre la
nostra volontà irrinunciabile di toccare la vetta,
volontà della quale, in questo momento, resta ben
poco. L'idea di salire ancora i tre tiri di camino che
ci separano dalla vetta non viene neanche ventilata, in
un tacito unisono di intenti davvero stupefacente: siamo
saturi. E pure già ora, mentre buttiamo giù
la doppia, c'è in piccolo tarlo dentro di me, un
sottile rimpianto… forse, se avessimo ancora le
frontali, e il telo, e il cibo…. Abbiamo ingerito,
in tutta la giornata, due pastiglie di Enervit a testa
e ci siamo divisi un solo litro d'acqua.
Le calate sono orribili e scomode, c'è poi da risalire
ad un forcellino passando dentro un caminaccio bagnato
semiattrezzato con uno strano grappolo di corda bianca
e da traversare verso un'altra cresta che sta andando
rapidamente in ombra. La perdita delle frontali potrebbe
costarci il bivacco: ben presto, infatti, siamo costretti
a lavorare al buio e ci chiediamo con ansia a che ora
spunterà la luna. Ma paradossalmente, per me il
disagio maggiore di questa discesa è costituito
dal sonno: mi accorgo presto di aver sottovalutato la
gravità della notte trascorsa in bianco, probabilmente
non ho mai neanche sospettato che il sonno potesse infastidirmi
in una situazione così tesa e che non lo concilia
affatto, invece adesso sono costretta a resistergli, a
combatterlo, e mi costa una fatica enorme fare attenzione
alle manovre. Nelle lunghe attese in cui i miei compagni
si calano, scivolo in un dormiveglia dal quale il grido
"libera" che risuona lontano nella notte mi
richiama a mala pena, e devo poi impormi di tornare alla
realtà e ritrovare la concentrazione: infilare
le corde nella piastrina, al buio e in questo stato di
torpore, diventa un'operazione complicatissima. Ho sempre
desiderato scendere dalle montagne, quando viene notte,
e ricordo che solo un anno fa sull'Amenicana aborrivo
l'idea di un bivacco in parete. A dire la verità,
non ho mai bivaccato. Ora il sonno è arrivato ad
un livello tale che non vedrei affatto male l'ipotesi
di stenderci tranquilli su una di queste belle terrazze
sottovento e dormire un po’, almeno finché
non sorge la luna. Invece continuiamo ad andare giù,
cercando quasi a tastoni gli ancoraggi. Per fortuna, le
corde si lasciano ogni volta recuperare docilmente, tranne
una volta che Pasquale deve risalire, per liberarle, lungo
una corda fissa di cui al buio non ci siamo fidati. Pasquale
è decisamente il più sveglio tra noi, anche
Paolo appare provato e si addormenta da tutte le parti
quasi come me.
Raggiungiamo un posto da bivacco occupato da due persone:
in un primo momento pensiamo di essere alla forcella dalla
quale molte ore fa abbiamo cominciato la discesa verso
il canale, invece c'è ancora da scavalcare un gendarme.
Dopo aver girellato un po’, abbrutiti, ci convinciamo
che la via più rapida è la cresta e una
ulteriore calata dal gendarme. Ora si che riconosco il
vallone nel quale siamo saliti. La luna è ormai
abbastanza alta ed un chiarore latteo ci guida giù
per le roccette, fino al ghiacciaio ed in mezzo ai seracchi,
poi, fin sopra il tetto della capanna, che visto dall'alto
e da poco più di cento metri mi sembra ancora lontanissimo
ed irraggiungibile.
Ad un'ora imprecisata tra le tre e le quattro della mattina
del 19 agosto la capanna ci accoglie di nuovo. C'è
gente che si prepara per partire. Siamo tornati, la capanna
si svuota e i letti sono tutti nostri!
Ho passato
una mattinata del tutto priva di emozioni. C'è
un certo senso di leggerezza, ma non tanto quanto avrei
immaginato. Ho avuto la mente completamente vuota, come
se il Pilier avesse risucchiato tutto senza però
lasciarci dentro quello che mi aspettavo. E poi, per il
resto, non mi sento diversa da due giorni fa, non sono
affatto euforica e non cammino a tre metri da terra. Come
è il Pilier? Si soffre abbastanza, si rischia molto
e non ci si sente punto migliorati (con riferimento alla
famosa frase di Bonatti). Io sono quasi assente, sono
assente dal Pilier esattamente come se non l'avessi mai
salito, ma neanche tentato o desiderato: non ci penso
e basta.
La cosa più brutta è stata andarsene dalla
Charpoua: ora che il Pilier è fatto, dovrò
trovare delle scuse per tornare qui… magari la bella
guglia del Cardinal… ho idea che non ci tornerò
più. La cosa più bella è stata correre
sul ghiacciaio, leggerissimi nonostante lo zaino enorme.
La prima conseguenza della salita al Pilier che ho cominciato
ad avvertire è stata questa, una forma fisica perfetta,
e l'idea sottile che partirei volentieri per il Pilone
Centrale del Freney anche domani stesso. Razionalmente,
mi stupisco di come queste quattro ore di sonno mi abbiano
permesso di recuperare le energie spese. Mi stupisco anche
di come abbiano spazzato via tutti i buoni propositi:
avevo o no deciso che questa sarebbe stata la mia ultima
salita di un certo tipo? Basta con i pericoli oggettivi,
salite come "O sole mio" saranno il mio alpinismo
futuro, più lunghe, al limite, ma senza avvicinamenti
allucinanti e discese rocambolesche. Avevo deciso tutto
questo già nei giorni scorsi e l'ho giurato poi
mille volte durante le abominevoli calate delle Flammes
… sembrava un proponimento serio, stavolta, una
decisione razionale e ragionata e non uno sfogo emozionale,
ed è già spazzata via. Il giorno al Gran
Cap non ha quasi lasciato ricordi, mentre sento quelli
del Pilier lievitare pian piano e riempire questa temporanea
sensazione di assenza, e so che in poche ore diverranno
giganteschi, incombenti dentro di me su tutto il resto.
Ripartirei subito.
A Montanvert, nel primo pomeriggio, il Dru è in
pieno sole ed oggi è di nuovo una grande spada
elfica fiammeggiante, puntata contro il cielo. Il sogno,
sfrondato da tutti i suoi retaggi di retorica e di letteratura
bonattiana, ripulito da miti impossibili e idealismi esasperati,
conserva, nonostante l'occhio smaliziato con cui ormai
lo guardo, un contenuto ideale ed emozionale potentissimo,
radicato in profondità. Il suo significato è
nell'intensità di quei minuti trascorsi oltre la
frontiera, in quello spazio-tempo dove tutto è
in gioco. Non posso usare il termine "avventura",
che il consumismo vacanziero di stampo "Camel Trophy"
ha completamente svuotato di significato, e non posso
nemmeno appellarmi alle bonattiane illusioni di miglioramento
interiore che non mi convincono più come una volta,
ma il Sogno, è un dato di fatto, è più
vivo che mai. Io sono assente dall'idea di aver salito
il Pilier, non sono euforica e non cammino per aria, ma
questa assenza è il primo e più autentico
segnale del rimpianto. Alle quattro, questa notte, è
finito qualcosa ( e meno male, altrimenti non sarei sopravvissuta!)
ma ora che il corpo ha recuperato le energie spese, ogni
attimo vissuto, ogni abominevole luogo in cui siamo transitati,
parte di quel microcosmo formato da noi e dalla via (le
parole che abbiamo detto, le nostre azioni, i nostri stessi
pensieri) prendono la luce magica che il ricordo attribuirà
loro da ora a sempre. La sete di "avventura"
non si esaurisce qui, il Pilier salito non conta per altri
motivi che per le sensazioni che ha lasciato dentro e
per la chiarezza con la quale ora so che voglio quanto
prima rubare altri attimi oltre la frontiera e, per vivere
davvero, rimettere in gioco volontariamente la vita stessa.
Montanvert, oggi ti saluto con tanta leggerezza più
del solito, con meno rimpianto. Una vittoria ha potuto
quello che non hanno potuto tante sconfitte, questa leggerezza
non è altro che comprensione, il chiarirsi e farsi
più sereni i miei rapporti con la mia stessa fame
di alpinismo. Io non dovevo chiudere un conto che poca
capacità o tanta sfortuna mi impedissero di chiudere,
e così il Pilier non ha chiuso un bel niente: il
conto con me stessa non posso liquidarlo così,
e l'alpinismo ne è la parte irrinunciabile.