Estate 1989 - sul Pilastro Bonatti al Dru

 

   Alba al Monte Bianco

 

   

13 / 8 (Domenica)
Non capisco il perché di tutta questa tranquillità, stasera. Sotto le coperte ruvide della capanna i pensieri si muovono in una strana direzione, quasi come se avessi già salito la via… "E così, ho chiuso il cerchio", mi dico ripensando ad una vecchia frase scritta chissà dove nelle pagine dei miei diari. "…Non salirò mai al Dru … ", ricordo solo queste parole, ed il contesto: una domenica mattina d'inverno, la sala semi buia della casa di Spoleto; un libro, il racconto di Bonatti, ed emozioni fortissime, accompagnate da un incontenibile desiderio di essere del giro, di partecipare dal vivo a ciò che leggevo e da un senso disperato ed ineluttabile di impossibilità, di irraggiungibilità del sogno. Il sogno ora ha quasi vent'anni e piano piano, diventando più vicino, si è trasformato in una sorta di scommessa, o di promessa, di cui il Pilier continua ad essere il simbolo. Comunque vada domani, io ora sono qui e questo vuol dire che il sogno non è più irraggiungibile. I miei pensieri scorrono tranquilli come se il Pilier l'avessi già salito e mi lascio andare a pregustare come mi sentirò "dopo", mentre le parole "non salirò mai al Dru", che ritornano insistenti nella mente da un passato lontano e diverso, prendono quasi un tono sorridente di ironia…
Stanotte l'orologio farà bip bip all'una, e per la prima volta in questi giorni, ho davvero paura di non sentirlo.
Oggi, di nuovo sulla groppa del grande drago grigio, le gambe finalmente reagivano agli stimoli nervosi che manda loro la testa… i postumi dell'influenza si stanno attenuando ma il sentiero, che sale su dritto lungo un crestone, è stato lo stesso molto duro. Ho lottato per recuperare il mio sogno, ma ogni volta la lotta si fa più dura: per quanto io sia occidentalista nell'animo e nei desideri, per quanto sia incapace di rinunciare a tornare qui ogni anno per misurarmi con queste dimensioni infinite, il mio piccolo fisico si ribella violentemente agli zaini pesanti e ai dislivelli infami, alle scalette verticali che superano i fianchi dei ghiacciai e alle sveglie notturne… alle volte, persino la testa si ribella all'idea che al Bianco si debbano rischiare le penne persino negli avvicinamenti. Quest'anno rimpiango davvero le dolomiti e vorrei confrontarmi solo con le difficoltà tecniche dell'arrampicata… ma ho dovuto scacciare queste idee e cercare di recuperare il mio sogno, altrimenti non avrebbe senso essere qua. Non posso pensare di seguire passivamente Paolo sul Pilier, non posso rischiare di salire il Pilier senza desiderarlo con forza, senza un attimo di gioia, solo perché mi ci trovo sopra, perché il Pilier non diventi quello che per me è ora il Pilastro Rosso di Brouillard: una via che non ho fatto. E poi, il Pilier non è il Pilastro Rosso. Ed è il mio Sogno.
Ma i sogni e i buoni propositi non possono molto contro una perenne debolezza alle gambe… nell'ultima mezz'ora di strada, ho tirato giù un moccolo ogni tre metri che riuscivo a fare.
Poi, finalmente, si passa sotto un grande masso, dove con la vernice gialla sta scritto "La Charpoua Sauvage", e poco dietro appare la capanna di legno, arroccata su uno speroncino. Una giovane donna abbronzata, dai capelli chiari e dai lineamenti forti, imprime su questo posto la forte impronta della sua personalità.
Ho subito pensato, con una sorta di odio assassino verso il sentiero e la fatica fatta a salire, che non mi sarei mossa di qui, a costo di un lungo assedio, prima di aver chiuso i conti con la mia via e di conseguenza, definitivamente, i miei conti con il M.Bianco.
Da una certa ora in poi è cominciata ad arrivare gente. Alcuni, dall'alto, di ritorno dal Pilier, sono scesi verso valle accompagnati da tutta la mia invidia, altri, dal basso, hanno proseguito verso le Flammes de Pierre per bivaccare. Li abbiamo contati: ci saranno ben sette cordate domani sul Pilier. Li abbiamo anche seguiti salire, perché dovremo fare la stessa strada di notte alla luce delle frontali. La cresta sopra la quale il piccolo rifugio sta appoggiato, un "rognon" che separa due valloni, muore contro il tormentato ghiacciaio della Charpoua, e le cordate, scomparse dietro il tetto della capanna, impiegano oltre un'ora per riapparire in discesa su un ripido nevaio interrotto da una crepaccia; subito dopo, guadagnano le rocce dall'altra parte della valle in cui il ghiacciaio si incassa, poi traversano una rampa, salgono, scendono un poco e infine salgono decisamente fino ad una forcella sotto a un gendarme indicato sia dalla guida di Piola che dalla Vallot. Dal rifugio si distingue benissimo una persona che stia in piedi sulla forcella.
Nonostante questo abbondante passaggio di persone, la capanna è rimasta tranquillissima. La radio di collegamento era costantemente accesa e ascoltvamo i dialoghi tra un centro di controllo ed un elicottero che passando basso sotto di noi cercava qualcuno infortunato sulla morena di destra della Mer de Glace. Verso le otto la stessa voce ha chiamato in appello i rifugi, la Charpoua, Argentiere, le Couvercle, che hanno ad uno ad uno risposto, e ha letto quindi la meteo. Le previsioni, monotonamente, confermano quanto sappiamo. Del tempo, sì, ho un po’ paura, se ci penso. Così preferisco non pensarci, il sonno verrà presto.

14 / 8 (Lunedì)
Qualcuno ha aperto la porta della capanna, svegliandomi. Nel leggero tramestio che segue, riprendo coscienza. Paolo è nel letto accanto a me e mi viene in mente che sia già l'una. Lo sento parlare sottovoce più in là: <<Ma quando è cominciato?>> e poi <<…piove misto a neve…>>>. Dalla finestrella mi arriva la luce dei lampi, bestemmio poco convinta tra me e me, il letto è caldo e confortevole ed è mezzanotte e venti.
All'una il temporale scroscia giù con tutta la sua violenza e la grandine suona sul tetto di lamiera sotto al quale si riparano gli zaini. Resto sveglia a lungo: ci sono sei cordate che bivaccano sotto al temporale, su alle Flammes de Pierre, questa idea non se ne va dalla mia coscienza.

Questa mattina una fila di persone scendeva le roccette e poi la rampa, e io li guardavo fissamente da dietro il vetro della finestrella, quasi mi avessero ipnotizzato. Mi sono sentita tristissima, perché le sensazioni di ieri sera, per quanto superficiali, erano autentiche. Più a fondo, forse nell'inconsico, non credevo molto a quel sentirmi in tasca la via, e per questo ero così tranquilla, come se una sorta di sesto senso mi avesse garantito che quanto già successo due volte per la Noire si sarebbe ripetuto. Di notte, quando sento il rumore dell'acqua sommergere il suono della sveglia, intimamente sono sempre un po’ contenta… ma stamattina l'unica cosa che mi consolava era vederli scendere anche loro ed essere sicura che non si sarebbe proprio potuti andare. Li ho contati morbosamente, per essere sicura che proprio nessuno avesse attaccato. E davvero, il Sogno è sempre il Sogno se stanotte, persino a quell'ora in cui la cosa più grata è il tepore di un letto, in quella bestemmia ci fosse un sincero rammarico.
Paolo non mi è sembrato disposto ad adottare una tecnica di assedio ed io stessa non ero poi così sicura che potesse risultare proficua. Fatto sta che siamo scesi, e passando sotto la scritta gialla ho pensato che non sarei tornata più. Ho cominciato a rimpiangere la capanna e la sua atmosfera incantata fin da quel momento, e molto prima di atterrare nella confusione da postribolo che c'è qui al Torino. Assieme al fischio del Globe Trotter nella stanzetta in penombra, assieme al suono gracchiante dei dialoghi alla radio e al brusio delle conversazioni a bassa voce, qualcosa di indefinito, in quelle poche ore, è filtrato piano piano dalla realtà attorno fin dentro all'inconscio, scavalcando la coscienza, ed è rimasto sotterrato lì, e riemerge ora in forma di nostalgia. La Charpoua mi ricorda il Sass Fura, forse perché entrambi sono luoghi dove passa solo la gente che parte per delle grandi vie … la Charpoua Sauvage è un posto di frontiera, uno di quelli in cui si transita quando si scavalca il confine tra l'esistenza quotidiana e una dimensione spazio-temporale fatta di luoghi e di istanti dentro ai quali la nostra stessa vita è in forse: una dimensione che chiamano, con una parola banale ed abusata, avventura. Non c'è stata alcuna avventura, per me, stavolta, se si esclude quella tutta interiore di essere lì. E pure, questa postazione avanzata protesa verso il non scontato, il non quotidiano, mi ha lasciato dentro senza che neanche me ne accorgessi qualcosa di indelebile. Indelebile rimarrà anche il ricordo della sua bella ed energica custode, pur così diversa dalla dolce mamma toscana del Sass Fura.
Appena tornati all'ostello, ho telefonato a Pasquale, arrivato da due o tre giorni ad un ostello di Vallorcine, e tutti e tre abbiamo impiegato un attimo per decidere di salire assieme al Torino per scalare "O sole mio". Ma lo sconforto è salito alle stelle nel rifare i bagagli, al pensiero di andarmene dall'ostello per non ritornarci forse che tra un anno, e sono stata molto indecisa se lasciare qualche oggetto per ripassarci comunque. L'alternativa migliore al mio stato d'animo mi sembrava quella di scapparmene a Roma, ma evidentemente non era il caso di farlo… comunque vada, devo rimanere ancora due settimane.
Alle tre è arrivato Pasquale, ed è cambiato tutto. Avrei voluto telefonargli, da Roma, e non l'ho fatto, e avevo deciso comunque di scusarmi per essere stata brusca al telefono, quando mi ha detto che saltava la settimana programmata assieme, inguaiandomi un po’…poi, ci siamo quasi scontrati sulla porta tra la cucina e il corridoio e ci siamo trovati l'uno nelle braccia dell'altro ed ho capito che era superfluo. Forse poi lo farò, ma in quel momento, e con Pasquale, era del tutto superfluo. E' stato come se il tempo, da nuvoloso, fosse diventato di colpo sereno… come il mio umore, sono sicura che anche il tempo farà davvero così.
Abbiamo fatto un'ultima spesa al supermarket del corso e un ultimo pellegrinaggio alla meteo (Pasquale è perfettamente sintonizzato con questi piccoli riti chamoniardi) e abbiamo passato il confine con l'auto stracarica e molta allegria.
Il vento straccia le nuvole e scopre la Peteurey e il grande mondo della Brenva. Fa freddo sulla terrazza. Dove sono i miei sogni. Sono rimasti solo i ricordi, e la cresta che si stende dalla Noire alla calotta del Bianco è sempre bellissima, ma non più trasfigurata da uno strano ideale… se guardo la Chandelle stagliata contro il cielo apparire dietro, non penso più all'eroismo e alla tragedia sul Pilone. Voglio salire una via moderna e divertirmi e al diavolo il resto, al diavolo i sogni ai quali corro dietro senza mai raggiungerli, non ci credo più. Ora riesco persino ad accorgermi che il rifugio è uno schifo unico. Ci prepariamo la minestra seduti sulla lurida scala che sale dalla funivia perché non esiste un locale apposito. L'acqua potabile ci costa duemila lire al litro!


17 / 8 (Giovedì)
Ancora pellegrinaggi alla meteo, ieri sera, appena entrati in Francia, e stamattina prima di prendere il trenino per Montanvert: entrambi i bollettini prevedevano un temporale per oggi pomeriggio ed un "averse" per domani sera, parola che non riusciamo a tradurre ma che suona male, e nella mia immaginazione si associa con qualche cosa di "avverso", di nemico in senso generico, una avversità che a sua volta associo al Dru e a tutti i lati oscuri di un'avventura in montagna.
Per la quarta volta sopra la groppa del grande drago … sono contenta che Pasquale abbia fatto quei commenti riguardo a Montanvert, così ho potuto dirgli la storia di Cristo e dei mercanti nel tempio, alla quale ripenso ogni volta che sono costretta ad insinuarmi in mezzo alle bancarelle e tra la calca per raggiungere il sentiero. Ormai sono passata a Montanvert un gran numero di volte e in compagnia di molte persone differenti, ma Pasquale è l'unico che ha provato il bisogno di esprimere il suo fastidio per quel mercato di idiozie.
Ho camminato sopra il drago con l'entusiasmo e l'energia di quando dietro a Massimo correvo verso il Leschaux, divertendomi ancora una volta a saltare i crepacci. Quassù dal sentiero che si arrampica alla Charpoua si ha un bellissimo colpo d'occhio del suo grande corpo, e le scaglie a forma di boomerang si inarcano con regolarità da un fianco all'altro, parallele tra loro. Non ho mai deciso da quale parte sia la testa, ma propendo per immaginarla giù in basso, dove la bocca vomita ogni minuto tonnellate di acqua lattiginosa.
Il temporale previsto è arrivato puntualmente quando ero a circa un quarto d'ora dalla capanna, e, per quanto abbia allungato il passo, sono arrivata su bagnata e desiderosa di dire al cielo ciò che penso di lui… ho impiegato le tre ore richieste da Piola e solo un quarto d'ora in più dei miei due soci corridori, i quali per questo non si sono bagnati, e il sentiero oggi mi è sembrato persino più corto e meno ripido. Come sempre, la forma fisica arriva quando il tempo è ormai finito.
Un'altra donna ci ha accolto, bella ed energica come la precedente, e le assomiglia persino un poco: forse è la capanna che le plasma così. La radio è rimasta silenziosa fino alle otto, quando lei stessa ha chiamato per la meteo: <<Qui è la Charpuoa, mi sentite?>> e una voce di là dall'aria ci ha ricordato che c'è sempre questo "averse" per domani sera, che però dal tono di voce non sembra una cosa così preoccupante.
Sul tardi, è arrivato l'olandese che abbiamo già incontrato sul Cap, con un compagno: hanno mangiato qualcosa ed hanno proseguito, nonostante la pioggia. Solo loro sul Pilier, domani, oltre a noi. Alla capanna dormono altre due cordate, entrambe hanno come obiettivo la traversata dei Drus.
Piove. Trentaquattro anni fa, in questi giorni, esattamente tra il 17 e il 22 di Agosto, Walter Bonatti, da solo, apriva la sua via sul Pilier: la data mi sembra di buon auspicio, e anche come una sorta di omaggio, di celebrazione. Ma sono agitata e il sonno tarda a venire. Quel sesto senso che mi ha già altre volte parlato, scavalcando la razionalità, mi dice con incrollabile sicurezza che stavolta partiremo. E io voglio andare. Ma ho paura.

19 / 8 (Sabato)
All'una la sveglia mi richiama alla realtà. Ho l'impressione di avere appena chiuso gli occhi, e in effetti sono rimasta ad ascoltare la pioggia battere sulla lamiera fino a mezzanotte, finchè il sonno ha avuto la meglio su tutto il resto. Il fornelletto fischia e scalda l'acqua per il caffè, mi sforzo di mandare giù qualcosa. Poi, ci chiudiamo la porta dietro le spalle e la capanna ritorna silenziosa: il dado è tratto, stiamo partendo.
Non piove più e la luna fa filtrare persino un po’ di luce attraverso le nuvole. Fa caldo e l'aria è gravida di umidità, quasi soffocante. Mi muovo dentro ad una sensazione di completa irrealtà, quasi come stessi sognando questa partenza da un inquieto dormiveglia sotto le coperte della capanna e dal sonno guardassi me stessa partire. L'unica cosa perfettamente reale e tangibile è il senso di fastidio, quasi di sofferenza, della marcia notturna e della battaglia contro il mio metabolismo che non ne vuol sapere di ripartire. Poche parole tra noi, ognuno cerca di respirare e di concentrarsi… tutte uguali, queste partenze, si è veramente soli con se stessi e con le proprie perplessità, e forse solo il senso di irrealtà, appunto, fa si che non si scappi via.
Dopo la cresta, risaliamo un ripido pendio ghiacciato, poi la pista piega a sinistra e comincia a girovagare tra grandi seracchi, spettrali nella luce lunare, finchè finalmente scende e scavalca due grosse crepacce. Con paura avverto la dimensione dei buchi, molto più larghi e profondi di quanto lascino vedere.
Due luci all'inizio delle rocce, sulla rampa: è l'olandese che, inspiegabilmente (della serie "uomini veri") ha bivaccato qui, a metà strada, sotto la pioggia e a un'ora dal rifugio. Lasciamo attrezzi e scarponi nascosti dietro un masso e filiamo su.
Ore 4:30, Flammes de Pierre, Paolo ha lanciato giù la prima doppia. La cordata olandese, arrivata per prima, astutamente ci lascia calare davanti. La parete trasuda acqua che stilla ovunque alla luce delle frontali. Una, die calate ci immergono in un posto da incubo, lungo un canale ripido e franoso ove ogni cosa che tocchiamo è instabile, scivolosa ed appoggiata in equilibrio precario. Pasquale, che scende davanti avverte che c'è un grosso masso in bilico, ma subito dopo sento Paolo imprecare mentre un oggetto di dimensioni ciclopiche precipita con fragore nel buio più completo e rimbalza a lungo fin dentro al canale principale. Urlo per sapere se sono tutti e due vivi. Ogni volta che infilo la doppia nella piastrina penso ai due olandesi sopra di me… basterebbe un sasso, neanche tanto grande, per spezzare l'esile filo della corda, che mi unisce alla parete e alla vita. Il senso di irrealtà è rimasto fortissimo, ma il sogno si è trasformato in un incubo e io provo quasi lo stesso tipo di terrore. Vorrei scappare via.
Le ultime due calate partono da abominevoli soste appese su una placca strapiombante e bagnata, a picco sul canale principale ma fortunatamente abbastanza al riparo da quello di discesa. Schiarisce e la luce livida rivela il filo del pilastro, di fronte a noi, dall'altra parte. Paolo si concede un <<…quanto è alto…>> con un filo di voce, mentre a me, in fondo, sembra piccolo, anche se capisco che le dimensioni dell'ambiente tutto intorno traggono in inganno: se Paolo è impressionato, c'è di che esserne. Con un'ultima manovra delicata attraversiamo la neve dura del canalone, martoriata dalle pietre, e tocchiamo, finalmente dalla parte opposta, il primo chiodo della via. Dunque, questo è il Pilier, la cui parte iniziale è nascosta da ogni altra visuale, per effetto della curva che fa il canalone. Sono le sette passate, la "piccola" parete delle Flammes ha richiesto ben sei doppie. In una luce livida, sotto un cielo ancora velato, Pasquale attacca i primi tre tiri della via, sopra un granito grigio e bagnatissimo. Fa molto freddo ora e l'umidità lo rende ancora più fastidioso. La roccia scivola sotto le scarpette, il granito viscido e muschioso offre poca aderenza e sono costretta ad arrampicare utilizzando quasi solo la forza. Da seconda, cercando di correre su una roccia non solidissima, commetto delle disattenzioni, faccio cadere qualche sasso.
Arrampichiamo da pochi minuti e già il canale comincia a scaricare: un primo masso, di grosse dimensioni e di forma allungata, rotea a lungo nell'aria, sbatte poi alla base del Pilier, piuttosto in alto, e rimbalza via dentro al canale. La scena è impressionante da qui, a distanza ridotta, ma anche in seguito le scariche ci ricorderanno che non sarebbe il caso di scendere e il brontolio delle pietre ci accompagnerà fino a sera.
Presto arrivano gli olandesi, salgono velocissimi e ci scavalcano parzialmente, ma le difficoltà aumentano e i due non riescono a terminare il sorpasso. Ci ostacoliamo a vicenda, la situazione è sempre più tesa e confusa. Inoltre, finiti i tre tiri di Pasquale, nel cambio di capocordata lo zaino che Paolo ha sulle spalle gli vola via sotto il naso, lui dice per la rottura di uno spallaccio. L'inventario delle perdite è preoccupante: lo zaino conteneva le uniche due frontali ed il telo della tenda, una delle due borracce d'acqua e tutti i viveri. C'era inoltre la macchina fotografica di Paolo, piuttosto di valore e la sola che avevamo. L'idea di riscendere dentro il canale, bombardato dalle sassate, non ci sfiora neanche.
Nel frattempo, uno dei due olandesi si è piantato nel tentativo di uscire dal grande diedro che identifichiamo come quello della "lucertola verde": il percorso della via è poco chiaro, da entrambi i lati di un grande tetto le difficoltà appaiono elevate e non si vedono chiodi. Paolo, partito all'inseguimento ed innervosito dall'incidente dello zaino, aspetta a lungo che quello si levi e alla fine cambia strada e si infila direttamente sotto al tetto facendo sosta su dadi e friends sotto un camino strapiombante. Mi sembra una scelta assurda, il tiro, su roccia bagnata, è difficile e la sosta scomoda e precaria. Siamo molto tesi. Ma Paolo riparte ed esce egregiamente dal camino, sbucando nel sole.
Finalmente viene il mio turno. Da seconda ho arrampicato in maniera preoccupante ma mi impongo di non rinunciare perché so che non potrei perdonarmelo. Dopo qualche metro di paura allo stato puro, finisco per convincermi che in fondo sto solo arrampicando, ed è un bel gioco che già tante volte ho giocato con successo: le difficoltà non sono certo estreme e mettere protezioni è piuttosto agevole, e il granito si fa via via più rosso e asciutto mentre rimontiamo la quota della forcella alle Flammes de Pierre. La giornata butta al bello e intanto i tiri si susseguono, ognuno più bello del precedente, le fessure diventano ben chiodate e il granito sempre più ruvido e fiammeggiante. Riesco persino ad andare abbastanza veloce ma la stanchezza si fa sentire e la "fissure des Austriaches" sembra irraggiungibile. Al nuovo cambio di capocordata, allentata la tensione psicologica, tutta la stanchezza mi assale sotto forma di sonno. Mentre Pasquale sale il tiro di artificiale un chiodo dopo l'altro, assicurato da Paolo, mi addormento su una scomoda scaglia, un paio di metri più in basso.
Poi, le nebbie cominciano a girare attorno alla montagna e a toglierci a tratti la visuale. Ogni volta che una nuvola ci si chiude attorno penso preoccupata "ci siamo…", ma per fortuna la nebbia puntualmente si riapre lasciando che il sole ormai basso ci scaldi ancora un po’.
Alle 19:00 passate, finalmente, dopo un girovagare sulla parete ormai più articolata che ci è sembrato interminabile, raggiungiamo il primo ancoraggio delle calate. Solo tre giorni fa esprimevamo tutti e tre la nostra volontà irrinunciabile di toccare la vetta, volontà della quale, in questo momento, resta ben poco. L'idea di salire ancora i tre tiri di camino che ci separano dalla vetta non viene neanche ventilata, in un tacito unisono di intenti davvero stupefacente: siamo saturi. E pure già ora, mentre buttiamo giù la doppia, c'è in piccolo tarlo dentro di me, un sottile rimpianto… forse, se avessimo ancora le frontali, e il telo, e il cibo…. Abbiamo ingerito, in tutta la giornata, due pastiglie di Enervit a testa e ci siamo divisi un solo litro d'acqua.
Le calate sono orribili e scomode, c'è poi da risalire ad un forcellino passando dentro un caminaccio bagnato semiattrezzato con uno strano grappolo di corda bianca e da traversare verso un'altra cresta che sta andando rapidamente in ombra. La perdita delle frontali potrebbe costarci il bivacco: ben presto, infatti, siamo costretti a lavorare al buio e ci chiediamo con ansia a che ora spunterà la luna. Ma paradossalmente, per me il disagio maggiore di questa discesa è costituito dal sonno: mi accorgo presto di aver sottovalutato la gravità della notte trascorsa in bianco, probabilmente non ho mai neanche sospettato che il sonno potesse infastidirmi in una situazione così tesa e che non lo concilia affatto, invece adesso sono costretta a resistergli, a combatterlo, e mi costa una fatica enorme fare attenzione alle manovre. Nelle lunghe attese in cui i miei compagni si calano, scivolo in un dormiveglia dal quale il grido "libera" che risuona lontano nella notte mi richiama a mala pena, e devo poi impormi di tornare alla realtà e ritrovare la concentrazione: infilare le corde nella piastrina, al buio e in questo stato di torpore, diventa un'operazione complicatissima. Ho sempre desiderato scendere dalle montagne, quando viene notte, e ricordo che solo un anno fa sull'Amenicana aborrivo l'idea di un bivacco in parete. A dire la verità, non ho mai bivaccato. Ora il sonno è arrivato ad un livello tale che non vedrei affatto male l'ipotesi di stenderci tranquilli su una di queste belle terrazze sottovento e dormire un po’, almeno finché non sorge la luna. Invece continuiamo ad andare giù, cercando quasi a tastoni gli ancoraggi. Per fortuna, le corde si lasciano ogni volta recuperare docilmente, tranne una volta che Pasquale deve risalire, per liberarle, lungo una corda fissa di cui al buio non ci siamo fidati. Pasquale è decisamente il più sveglio tra noi, anche Paolo appare provato e si addormenta da tutte le parti quasi come me.
Raggiungiamo un posto da bivacco occupato da due persone: in un primo momento pensiamo di essere alla forcella dalla quale molte ore fa abbiamo cominciato la discesa verso il canale, invece c'è ancora da scavalcare un gendarme. Dopo aver girellato un po’, abbrutiti, ci convinciamo che la via più rapida è la cresta e una ulteriore calata dal gendarme. Ora si che riconosco il vallone nel quale siamo saliti. La luna è ormai abbastanza alta ed un chiarore latteo ci guida giù per le roccette, fino al ghiacciaio ed in mezzo ai seracchi, poi, fin sopra il tetto della capanna, che visto dall'alto e da poco più di cento metri mi sembra ancora lontanissimo ed irraggiungibile.
Ad un'ora imprecisata tra le tre e le quattro della mattina del 19 agosto la capanna ci accoglie di nuovo. C'è gente che si prepara per partire. Siamo tornati, la capanna si svuota e i letti sono tutti nostri!

Ho passato una mattinata del tutto priva di emozioni. C'è un certo senso di leggerezza, ma non tanto quanto avrei immaginato. Ho avuto la mente completamente vuota, come se il Pilier avesse risucchiato tutto senza però lasciarci dentro quello che mi aspettavo. E poi, per il resto, non mi sento diversa da due giorni fa, non sono affatto euforica e non cammino a tre metri da terra. Come è il Pilier? Si soffre abbastanza, si rischia molto e non ci si sente punto migliorati (con riferimento alla famosa frase di Bonatti). Io sono quasi assente, sono assente dal Pilier esattamente come se non l'avessi mai salito, ma neanche tentato o desiderato: non ci penso e basta.
La cosa più brutta è stata andarsene dalla Charpoua: ora che il Pilier è fatto, dovrò trovare delle scuse per tornare qui… magari la bella guglia del Cardinal… ho idea che non ci tornerò più. La cosa più bella è stata correre sul ghiacciaio, leggerissimi nonostante lo zaino enorme. La prima conseguenza della salita al Pilier che ho cominciato ad avvertire è stata questa, una forma fisica perfetta, e l'idea sottile che partirei volentieri per il Pilone Centrale del Freney anche domani stesso. Razionalmente, mi stupisco di come queste quattro ore di sonno mi abbiano permesso di recuperare le energie spese. Mi stupisco anche di come abbiano spazzato via tutti i buoni propositi: avevo o no deciso che questa sarebbe stata la mia ultima salita di un certo tipo? Basta con i pericoli oggettivi, salite come "O sole mio" saranno il mio alpinismo futuro, più lunghe, al limite, ma senza avvicinamenti allucinanti e discese rocambolesche. Avevo deciso tutto questo già nei giorni scorsi e l'ho giurato poi mille volte durante le abominevoli calate delle Flammes … sembrava un proponimento serio, stavolta, una decisione razionale e ragionata e non uno sfogo emozionale, ed è già spazzata via. Il giorno al Gran Cap non ha quasi lasciato ricordi, mentre sento quelli del Pilier lievitare pian piano e riempire questa temporanea sensazione di assenza, e so che in poche ore diverranno giganteschi, incombenti dentro di me su tutto il resto. Ripartirei subito.
A Montanvert, nel primo pomeriggio, il Dru è in pieno sole ed oggi è di nuovo una grande spada elfica fiammeggiante, puntata contro il cielo. Il sogno, sfrondato da tutti i suoi retaggi di retorica e di letteratura bonattiana, ripulito da miti impossibili e idealismi esasperati, conserva, nonostante l'occhio smaliziato con cui ormai lo guardo, un contenuto ideale ed emozionale potentissimo, radicato in profondità. Il suo significato è nell'intensità di quei minuti trascorsi oltre la frontiera, in quello spazio-tempo dove tutto è in gioco. Non posso usare il termine "avventura", che il consumismo vacanziero di stampo "Camel Trophy" ha completamente svuotato di significato, e non posso nemmeno appellarmi alle bonattiane illusioni di miglioramento interiore che non mi convincono più come una volta, ma il Sogno, è un dato di fatto, è più vivo che mai. Io sono assente dall'idea di aver salito il Pilier, non sono euforica e non cammino per aria, ma questa assenza è il primo e più autentico segnale del rimpianto. Alle quattro, questa notte, è finito qualcosa ( e meno male, altrimenti non sarei sopravvissuta!) ma ora che il corpo ha recuperato le energie spese, ogni attimo vissuto, ogni abominevole luogo in cui siamo transitati, parte di quel microcosmo formato da noi e dalla via (le parole che abbiamo detto, le nostre azioni, i nostri stessi pensieri) prendono la luce magica che il ricordo attribuirà loro da ora a sempre. La sete di "avventura" non si esaurisce qui, il Pilier salito non conta per altri motivi che per le sensazioni che ha lasciato dentro e per la chiarezza con la quale ora so che voglio quanto prima rubare altri attimi oltre la frontiera e, per vivere davvero, rimettere in gioco volontariamente la vita stessa.
Montanvert, oggi ti saluto con tanta leggerezza più del solito, con meno rimpianto. Una vittoria ha potuto quello che non hanno potuto tante sconfitte, questa leggerezza non è altro che comprensione, il chiarirsi e farsi più sereni i miei rapporti con la mia stessa fame di alpinismo. Io non dovevo chiudere un conto che poca capacità o tanta sfortuna mi impedissero di chiudere, e così il Pilier non ha chiuso un bel niente: il conto con me stessa non posso liquidarlo così, e l'alpinismo ne è la parte irrinunciabile.



Estate 1989

Germana Maiolatesi