La diretta alla Vetta in solitaria

 

Ia diretta alla Vetta

...Tutto è pieno di una magica luce. Scendo ancora e il canale sembra precipitare, si fa inghiottire dalla parete mentre si aprono scorci improvvisi tra gli speroni e gli spalti di roccia. La luce bassa del mattino allunga le ombre e rende le immagini più nitide. I boschi, la pineta, sono incredibilmente sotto, c'è un effetto quasi di verticalità che so non corrispondere alle difficoltà effettive della discesa....

 

   

        Dura davvero, prepararsi col buio dopo il bivacco. Da quanto non accadeva più. Mi avvio che albeggia, sono le 6:00. C'era, appena visibile nell'oscurità, un'immensa lente grigia proprio dietro la montagna, dalla parte del Galluccio. Ora sembra vada dissolvendosi. La temperatura è ancora sotto lo zero e la pressione è salita nel corso della notte.
Salgo a piedi e coi ramponi lungo il canale dei Mezzi Litri, voglio fare la minor fatica possibile. Non posso neanche negoziare con la mia stanchezza. Se faccio uno sforzo eccessivo o troppo improvviso sento lo stomaco contrarsi e un senso di nausea mi sale su. Le mie condizioni fisiche mi preoccupano un poco, ma so che possono migliorare. Quando ho con me gli sci, non sono preoccupata di finire del tutto le energie, sono in grado di scendere anche se debilitata. Quanti anni fa è stato che sono venuta giù dal Corvo in uno stato che assomigliava alquanto al mal di montagna, e l'esperienza non era quella attuale. In quanto al fatto che sia sensato entrare nel canalino in questo stato, questa è un'altra storia.
Ho osservato attentamente per individuare, prima del tratto inforrato, la possibilità di traversare sulle Monne in caso sorgano difficoltà. Il traverso esiste ed è ragionevolmente sicuro dalle slavine.
Il sole esce fuori dalla bassa foschia dell'Adriatico e tinge di arancio la neve. In un istante, tutto si incendia attorno a me. Una luce violenta inonda l'intero versante contemporaneamente dalle creste fino ai suoi piedi. Tra poco, penso, infuocherà i versanti, feroce, implacabile, come in un deserto. Riscalderà la neve ad una velocità molto superiore a quella che ho previsto. Non si potrà sfuggire. Due ore appena di questo sole saranno troppo, per la mia discesa. Provo ad accelerare ma la nausea torna violenta.
Poi invece capita un miracolo. Da dietro la montagna spunta di nuovo una grande lente opaca, e viene avanti in mezzo al cielo dell'est. Poi pesci a branchi, e frotte di pecore grigie che corrono verso l'est e inghiottono il sole. Poi ancora lenti madreperlacee, che ne lasciano filtrare solo pochi raggi deboli e malati. Tira il vento, giù per il canale, e penso che il tempo stia cambiando, ma adesso il sole è inoffensivo e la mia fretta, che non trovava alleati nelle mie energie, può placarsi.
Subito sopra il tratto ripido, rimetto gli sci. Il vento si è fatto più forte e man mano che mi avvicino alla sella diventa esasperante, mi costringe a combattere con una fatica eccessiva per guadagnare metri.. Desidero solo che finisca per poter camminare in modo cadenzato. Taglio sulle Monne ma è tutto inutile. Solo nella valletta finale si placa un poco e infine, all'anticima, tutto si ferma. C'è un tepore gradevole anche se il sole è ancora malato di veli traslucidi.
Sono le 9:00 e sono pronta. Ora sto molto meglio, la nausea è passata e mi sento apposto. In fondo bastava perdere un istante per percepire e assecondare i segnali dell'intestino. Scatto una foto alla croce, quasi sommersa dalla neve.
Svuoto la mente da ogni pensiero e parto. Alla prima curva già avverto le lamine incidere un firn perfetto, la leggera crosta appena ammorbidita dall'irraggiamento. Mi prende l'entusiasmo di sciare. Dopo una serie di curve mi fermo a riposare i muscoli, che non sono molto reattivi e risentono della fatica fatta soprattutto nella risalita dell'Argentella. Il canale simile a un grande cucchiaio molto allungato, è orlato in alto da grandi cornici, le vedo dal basso contro un cielo quasi nero. Tutto è pieno di una magica luce. Scendo ancora e il canale sembra precipitare, si fa inghiottire dalla parete mentre si aprono scorci improvvisi tra gli speroni e gli spalti di roccia. La luce bassa del mattino allunga le ombre e rende le immagini più nitide. I boschi, la pineta, sono incredibilmente sotto, c'è un effetto quasi di verticalità che so non corrispondere alle difficoltà effettive della discesa.
Mi ritrovo al traverso quasi senza accorgermene, intuisco i salti sotto di me prima di aver riconosciuto il luogo. Il passaggio è reso più delicato dalla presenza di una cresta di neve che impedisce un buon appoggio delle lamine: passo con cautela, cosciente che non devo scivolare. Sul canalino di raccordo la neve continua ad essere ottima, devo solo scavalcare la rigola, ma c'è molto spazio per sciare. Non si muove neanche un sassolino.
Ancora un breve traverso, scoperto, per aggirare il gradino finale. Alle 9:20 attraverso la neve vellutata della radura e mi allontano dalla parete, arrivando fino al bordo dei grandi accumuli di vecchie valanghe: la discesa è stata una specie di tuffo vertiginoso.

C'è ancora neve buona per scendere fino al sentiero, e solo un breve tratto di macchia. Poi rimetto le pelli di foca e mi avvio per la bellissima stradina, che non ho mai percorso. Nella pineta la primavera sta esplodendo, coi suoi suoni, coi suoi fruscii. E' la primavera che sento di più, quella che viene quando l'inverno c'è stato, quella dell'erba asciutta e calda ancora abbassata dal peso della neve, quella dell'azzurro intenso della scilla su una chiazza di prato che rinverdisce appena, quella dei crochi che saggiano l'aria più tiepida, a pochi centimetri dalla neve. C'è una bella fonte che mormora la sua storia, una breve salita ormai fuori dal bosco, e poi solo i grandi prati ancora in parte bianchi sotto ai Mezzi Litri. La neve primaverile ha una lucentezza tutta particolare.

 

Primavera 2003

Germana Maiolatesi