Un giorno sulla Cieri, a sorpresa

 

M.Infornace, via "Tenente Cieri"

...riconosco alcuni dei particolari estivi. La grande torre, ad esempio: d’estate, scendendo, te la trovi davanti. Qui si traversa. Supero una crestina poi annaspo un poco per venire fuori da una gonfia ripida addossata alla roccia. ...

 

   

        Sulla strada è passato qualcosa, il rumore di un motore mi ha svegliato. Meglio così, visto che non ho sentito la sveglia. Non è la prima volta che capita, è come se il sacco a pelo avesse il potere di assorbire completamente quel suono elettronico. Sono invece estremamente sensibile ai rumori esterni.
Dai vetri brinati il cielo verso ovest e verso sud appare grigio e tetro. Solo dalla parte del pendio si apre una chiazza di un celeste slavato. Me la prendo comoda. Forse presto sarò sulla strada di casa.

Sono qua per un caso. Ieri, dopo la bella uscita al Sevice, strappata in compagnia di Stefano ad una giornata di brevi bufere e sprazzi di sole, avevo quasi voglia di tornare. Era presto, nel pomeriggio. I pensieri, sempre quelli: il mio gatto, gli altri animali, le tante cose da fare…Ma tornare e ripartire la mattina dopo è troppo pesante. Così sono rimasta, col progetto di salire oggi al Camarda.
Però, all’inizio della strada del Vasto, ho trovato una sorpresa: il muretto di cemento che qualche benemerito aveva buttato da parte, è stato rimesso in posizione. Devo cambiare programma.
Salgo a S.Stefano tanto per dare un’occhiata. Tutto è triste e grigio sotto nuvole basse. Un po’ di neve sui lati della strada e i mandorli scheletriti. La faccia desolata dell’inverno.
Il paese è sotto la neve. Contro ogni aspettativa la strada che sale a Campo Imperatore è aperta. Ma fino a dove? Vado su. Una curva dopo l’altra, alla fine esco dalle nuvole e tutto si apre. Lungo il sali scendi serpeggiante tra le doline, i monti appaiono in scorci improvvisi, illuminati dal sole basso. La strada a tratti è un budello tra due muri di neve, tagliati dalla turbina come da una lama. Al passo, quasi all'improvviso, mi trovo di fronte la catena dei monti, nel sereno siderale del giorno che muore. Qualche nuvola brada sale tra le rocce formando effetti di evanescenza e il sole tinge di arancio i pendii carichi di neve. Il grigio nastro di asfalto scende giù fino al piano, perdendosi nel bianco. La luce di un “gatto” lampeggia davanti al piccolo rifugio, ci sono dei veicoli fermi sulla strada. C’è ancora gente che lavora per preparare la gara di fondo che si svolgerà domani. La neve sulla vastità irreale della pianura, i monti nella falsa luce del crepuscolo, la luce solitaria del mezzo meccanico, tutto dà vita a una sottile e intensa atmosfera da grande nord. Tornando indietro, saluto con un cenno i tre operai nella cabina del “gatto” che si è spostato accanto alla strada. Siamo gli unici esseri umani nel gelo dell’altopiano.
Mi fermo al passo per riordinare l'auto per la notte. E’ quasi scuro. Passano gli operai nelle loro auto e mi chiedono se va tutto bene. Poi, silenzio. Non c’è più nessuno in questa vastità gelata.
La vecchia cara trattoria del Lago, angolo di tanti ricordi, è chiusa, abbandonata. Il pensiero va a Lina e Maria, dove saranno, cosa faranno. Salgo all’ostello del Cavaliere: a vedere il parcheggio, mi sembra sia affollato, ma non ho altra scelta se non voglio scendere all’Aquila. La signora, che non mi conosce, è gentile e mi dice che si può mangiare presto, il tempo che bolla l’acqua. Nell’attesa vado a procurarmi la colazione. Attraverso il paese per i vicoletti ingombri dalla neve, fino all’unico bar sulla piazzetta, e tornando salgo alla Torre Medicea. C’è una magia silenziosa sospesa su tutto.
L’ostello sembra un rifugio di montagna, fuori la neve, e persone che trafficano coi loro sci da fondo, dentro poca gente che cena e che si ferma anche per la notte. Qualche bambino fa un poco di chiasso, non molto però, e si sta abbastanza tranquilli. Si mangia bene e sono gentili.
Ho trovato un buon posto per dormire su un tornante della strada che sale a Campo Imperatore. Qui fa solo –6°, in alto prima era già –9. Finisco di leggere un bellissimo racconto di Mc Leod e mi addormento subito. Il sonno non mi lascia il tempo di pensare a tutta la neve che c'è, di chiedermi cosa potrò fare, se reggerò un altro giorno di fatica; così riesco a non stressarmi per il dubbio o per l’idea che magari andrò dietro ai miei sogni.

E’ stata una notte tranquilla, ogni tanto ero cosciente del rumore del vento e del cielo senza stelle, poi di nuovo la dolce incoscienza del sonno. Come spesso mi capita nei comodi bivacchi dentro l’Astra, ho dormito un sonno leggero e riposante, da animale. Ho avuto i soliti dolori alla gamba destra, quando diventano più acuti mi disturbano un po’ e mi causano un sottile senso di preoccupazione, ma avevo troppo bisogno di riposo per ascoltarli. Dormire nove ore di fila ti toglie via ogni stanchezza.
L’alba uggiosa mi induce a non affrettarmi. Ma voglio comunque salire e dare un’occhiata. Ripercorro la strada verso il piano e al passo arrivo davanti ai monti, bianchi fantasmi himalayani enormi e lontanissimi. Nebbie vagano qua e là, si dissolvono poi si riformano e si addensano in nuvole, la mole imponente del Corno Grande è completamente sommersa da un gigantesco cumulo. Forse tra poco si chiuderà tutto, forse verrà il sereno.
Dove la strada muore contro la distesa di neve, il termometro segna –15°C.
Penso che andrò via dritta puntando alla Canala: per fotografare il Prena così innevato e avere immagini su cui segnare i percorsi, salirò su quella grossa collina che gli sta di fronte, da dove forse è persino possibile scattare una bella immagine completa della Cieri, che un giorno o l’altro, magari presto, riuscirò a scendere con gli sci. I monti sono troppo carichi di neve per pensare di avvicinarli, e pure nel mio zaino c’è dentro quel che serve. Ho accettato come la più probabile l’eventualità che tutto si risolva nella infinita traversata del piano. Se il tempo si chiude, non potrò neanche fotografare. Mi sento tranquilla, forse quasi un poco orientale nello spirito, oggi, come se in questo splendore fosse sufficiente esserci, per contemplare, per respirare l’aria sottile e pulita, che odora di freddo, e non aver bisogno, per una volta dell’avventura della salita o dell’ebbrezza dello sci.
Vado via con tranquillità, senza fretta, facendo una quantità di foto: la reflex al collo mi dà una sensazione di potenza, quasi che con il suo aiuto possa catturare e possedere completamente questo mondo sconfinato le cui distanze sono superiori alle mie forze.
Presto il rumore di un motore rompe il silenzio. Alle mie spalle passa una fila di motoslitte, che provenienti dalla Vetica hanno attraversato la strettoia tra il Bolza e il …. e filano verso il rifugio alla fine della strada. Alle 9:00 inizierà la gara. Penso alla gente imbrancata sulla traccia battuta dal gatto. Il mondo dentro al quale mi sto inoltrando è fatto di ombre e scintillii sulla neve, di tracce di piccoli animali girovaghi. Cerco di escludere il rumore delle motoslitte alle mie spalle e di non provare troppo fastidio al pensiero dell’affollamento per la gara. In fondo è grazie a loro se sono qui. Senza questa competizione nazionale la strada non sarebbe mai stata aperta, con tutta questa neve.
Batto la traccia attraverso la pianura: mi sento bene, nessun dolore muscolare, nessuna stanchezza. Ieri è stata dura stare dietro a Stefano, specialmente per i primi faticosissimi 400 metri di pendio sconnesso, sassoso e boscoso da risalire con gli sci sullo zaino. Avevo i muscoli indolenziti dalla folle, feroce giornata di sci fantastico nei valloni, più di otto ore e solo dieci minuti di sosta, con l’impressione quasi di essere a Indren, tutto era talmente bello e perfetto. Ma … surfare coi Solomon sulla neve ventata mi ha lasciato qualche doloretto di troppo. La veloce partenza appresso a Stefano è stata faticosa ma poco a poco mi sono sciolta. Oggi non c’è più niente.
Cammino registrando dei dati. Noto che sfondo una decina di centimetri, rompendo una crosta leggera e trovando sotto uno strato compatto, apparentemente trasformato. La neve non produce alcun soffio di assestamento, mentre ci scivolo sopra, solo il leggero fruscio degli sci. Ricordo ancora i soffi inquietanti che già si sentivano traversando il piano, la volta che si ruppe quel lastrone al Camicia.
Osservo i pendii che bordano il piano. Un lastrone si è staccato sotto il Brancastello, con esposizione SE, su una gobba fortemente ripida. In parte di fondo, in parte più superficiale, il distacco ha un aspetto minaccioso. Lo esamino e mi conferma la convinzione che alcune altre osservazioni hanno contribuito a formarmi, i distacchi sono più facili sulle convessità che sulle concavità: magari, è una cosa ovvia ma non l’ho letta su nessun manuale. Stefano mi ha detto che la Forestale e alcuni “valangologi” non meglio precisati hanno fatto una stratigrafia a Campo Imperatore, trovando che la situazione è pericolosa, per la presenza di due strati privi di coesione. Con la gente che da qualche giorno gira fuori pista in ogni angolo dei valloni, dappertutto. Mi immagino i valangologi che fanno la loro bella buca su un versante ovest (attualmente quello messo peggio) magari sotto cresta, e stabiliscono che lì la situazione è pericolosa, mentre tutto intorno i riders sfrecciano dappertutto fuoripista senza che si stacchi un solo granello di neve. Sì, ma cosa ci sarà sopra i 2000 metri? La quota può modificare tutto.
Il canale che scende dalla forchetta di S.Colomba, il mio obiettivo massimo per oggi, è sovrastato da creste orlate da grosse cornici. Lo scarto subito.
La neve sul piano però mi trasmette buone sensazioni. E so che in pianura ha preso meno sole che sui pendii. Mi ritrovo a pensare che non è giusto farsi un’idea emozionale delle situazione da lontano, piuttosto è meglio avvicinarsi e farsene una razionale.
Entro nella Canala e il terreno comincia a salire. Una motoslitta passa davanti a me, così scopro che l’anello della gara è enorme ed arriva a lambire i monti. Deve essere un percorso bellissimo. L’ambiente è talmente vasto che il rumore del motore si perde subito, così anche scompare la sensazione della presenza.
Ora che, superata la prima curva, entro nella parte più incassata, tutti i miei sensi sono all’erta. Il pendio sulla destra non mi piace, il vento ci ha lavorato assai. Me ne tengo alla larga, lambisco il pendio di sinistra, spelacchiato. Poi la seconda curva, e sono sotto la montagna.
Non credo di conoscere un posto più tranquillo rispetto alle valanghe del versante meridionale del Prena. E pure ogni volta che sto per addentrarmi nel dedalo di canalini e pinnacoli, mi prende una sorta di paura incontenibile. Forse perché mi ci sono trovata ad annaspare con la neve fino alla vita senza sapere come uscirne e so come può essere… La sensazione fisica della paura che mi prende adesso, una vera stretta allo stomaco e a tutto il resto, la dice lunga sulle mie intenzioni non dichiarate. Ho dato un’occhiata ad un percorso che risale costole parallele e si sposta dall’una all’altra al riparo delle rocce. Poco dopo, superata una piccola costruzione in blocchetti che emerge dalla neve, bordeggio sul pendio. Mentre salgo mi rassicuro ancora riguardo alla neve. Cammino sopra ad un tranquillizzante crostone da rigelo. Sembra che il grado di trasformazione sia buono. Grossi ghiaccioli pendono dalle rocce più in alto. Accidenti, sarebbe bene avere il casco… dovrò stare al riparo anche dai ghiaccioli.
Per non mettere i coltelli poco dopo lego gli sci al traino. Visto che il terreno è complesso, salendo a piedi direttamente sarò più veloce. Sfondo solo qualche centimetro la crosta gelata. Un gradino dopo l’altro dimentico anche i ghiaccioli. Tutto è silenzio.
Inutile cercare i segnavia, devono essere sommersi dalla neve. L’itinerario però mi sembra evidente e benché tutto sia modificato dall’eccezionale innevamento, riconosco alcuni dei particolari estivi. La grande torre, ad esempio: d’estate, scendendo, te la trovi davanti. Qui si traversa. Supero una crestina poi annaspo un poco per venire fuori da una gonfia ripida addossata alla roccia. Subito sopra, rimetto gli sci. L’itinerario piega a sinistra e sale ad una forcella: come mi aspettavo, qui la neve è ancora fredda, invernale: sto all’erta ma il pendio continua a trasmettermi sensazioni tranquillizzanti.
Dalla forcella, ancora riconosco le “forme” della Cieri, così modificata dall’innevamento eccezionale. Un canalino si è trasformato in un ripido pendio stretto tra le rocce e il filo di cresta. Troppo stretto perché convenga salire con gli sci ai piedi. Faccio un cambio e subito sopra un altro cambio ancora. Non ci vuole molto, in fondo, mi basta sciogliere il nodo del traino e calzare gli sci: se li caricassi sullo zaino, sarebbe una faccenda abbastanza lunga. Un’occhiata al canale finale che porta in vetta: riflessioni, perplessità. Una piccola slavina puntiforme che si è staccata dalle rocce sulla destra mi parla chiaro su quello che è successo qua dentro. Completamente tranquilla risalgo il canale: la nevicata di ieri ci ha lasciato dentro uno strato più abbondante di pallini di polistirolo. Manca poco a mezzogiorno e sono in cima. Non ho bisogno di essere scesa per sapere che ce l’ho fatta: scendere è solo divertimento, non c’è quasi avventura.

Vicino alla baracchetta coi piccoli pini ingrigiti c’è un bel posto di massi bianchi liberi dalla neve, dove riposarsi : non ho mangiato né bevuto niente dalla colazione appena sveglia. Tutto quello che è stato oggi, è stato talmente inaspettato che non mi sento vuota come accade dopo una realizzazione da tempo inseguita. La montagna sembrava inavvicinabile e invece sono salita e scesa dalla Cieri.
Seguo con stupore la mia infinita traccia sul piano. Tibet, Siberia una bianca vastità di dimensioni poco umane. Poi, passa una motoslitta: la gara è già finita e stanno raccogliendo tutte le bandierine che hanno segnato il percorso. Bravi. Non come qualcuno che organizza gare di non si sa cosa al Tuscolo e lascia nel castagneto metri di striscioni in plastica con le scritte pubblicitarie di una delle loro ditte.
Sull’altipiano, inaspettatamente è già tornata una tranquillità che non speravo. Che giornata perfetta.


Primavera 2003

Germana Maiolatesi