Sabato
8 marzo, alle 5:00 sto già guidando. Lontana coi
pensieri dalla festività ormai artificiosa e di
parata, lontana dalle mimose, dai confronti fra sessi,
dalle chiacchiere sull'alpinismo al femminile, o al maschile.
Già, coi pensieri, sulla mia parete, quella alla
quale ho girato intorno per tre anni prima di strappare
la discesa agli ultimi sussulti di una stagione come al
solito poco nevosa. Ora, oggi, la vogliamo ripetere, confortati
dall'ottima neve trovata sul Galluccio.
C'è una strana sicurezza. Eccessiva, forse.
Alle 7:00 passate ci vediamo a Castelluccio, siamo in
tre, io Renzo e Stefano. L'idea di Renzo di partire dalla
Prata è subito adottata; anche se adesso a differenza
di allora c'è neve sul piano, risparmieremo del
tempo e della fatica. Saliamo su con la Skoda, le altre
due auto restano alla fonte. Rapidi preparativi, forse
troppo rapidi, Renzo parte con arva e pala, che dato l'obiettivo,
sono solo un peso in più.
La neve sul canalino sotto al parcheggio è di velluto.
Bene, un buon inizio!
Nella salita i due uomini mi tirano abbondantemente il
collo. Stefano va su dritto, Renzo bordeggia, ma più
ripido e più veloce di me. Comunque alle 10:00
siamo in vetta. Stefano scherza un poco, ma quello che
vede per ora è solo il fosso del Miracolo. Imbracatura,
casco. La reflex a tracolla, ben fissata. Ho fiducia che
non mi darà fastidio. Poi ci spostiamo sul vertice
del nostro ripido triangolo.
Fa un brutto effetto di vuoto allo stomaco. E' così
improvvisa, inaspettata. Le morbide linee di questo collinone
che è l'Argentella precipitano giù come
se qualcuno ci avesse assestato un colpo d'accetta. E'
sempre ripida e impressionante, anche se sono passati
tre anni e altre discese. Riconosco la linea d'ingresso,
assaggio la neve con una breve scivolata, non più
di due metri, è sicura, stabile. L'effetto di irrevocabilità
del primo salto. Due curve, poi devo entrare. Ho percorso
a suo tempo questo traverso con la piccozza sulla destra
infilata nel terreno, battendo la neve con gli sci per
consolidarla… ora scivolo in là scavalcando
un grosso accumulo. La gonfia spezza a metà il
canale, ingombra il lato assolato e lascia poco spazio
su quello in ombra. La neve qui è crostosa. Mi
abbasso poco, mi faccio un po’ di spazio e riesco
a curvare. Ormai rilassata faccio alcune curve e quando
penso di essere sufficientemente in basso mi fermo per
fotografare, assicurata alla piccozza. Fermo le immagini
dei miei amici che sciano sopra di me contro le rocce
incrostate della cuspide.
Si prosegue. La neve si fa più pesante, ma mi sembra
stabile. So che i canalini di sinistra orografica possono
scaricare, ma siamo sufficientemente fuori tiro. Tutto
ciò che muoviamo, invece, si incanala nel fosso
disegnando una rigola che prima non c'era. Siamo tranquilli,
scherziamo e io scio cantando, ma ho la solita fretta
di togliermi dalla parete. So che la velocità minimizza
il rischio.
L'uscita dal canale avviene diretta, pulita, proprio come
l'entrata. Le deviazioni per evitare i due piccoli salti
sono state di pochi metri. Attraverso velocemente il canalino
che scende da sinistra, che non mi piace affatto, e mi
metto al riparo di uno sperone roccioso.
Sarebbe bello avere un'auto giù a Foce. Scendere
sul bel piano della Gardosa, completamente innevato, e
andarsene giù nel sole, senza fatica, andarsene
a festeggiare alla Taverna della Montagna. Invece dobbiamo
tornare su. Renzo mi ha convinto subito, ieri, sulla non
opportunità di risalire dal fosso Mozzacarne. Dal
punto in cui stiamo, rinunciando ad infilarci nella angusta
e poco divertente forretta con la quale il fosso sbocca
sopra al piano della Gardosa, possiamo tagliare il lato
di sinistra orografica e raggiungere la cresta tra i due
fossi. Il tratto che dobbiamo attraversare ha già
scaricato e in gran parte è scoperto. Stefano ha
però voglia di risalire la parete, andrebbe anche
da solo ma mi convinco con facilità a seguirlo,
in fondo non l'ho mai risalita! Ci incamminiamo verso
l'alto, sci al traino, dentro la superficiale rigola che
abbiamo costruito noi stessi. Abbiamo riattraversato in
velocità, io con gli sci ai piedi, il canalino
che precipita giù dal lato caldo della parete.
Zoccolo di neve marcia sui ramponi e fatica. Pochi metri
e Renzo decide di desistere. Mi sembrava poco entusiasta
del traverso che ipotizzavo e resto convinta che se ne
vada per il percorso che abbiamo seguito tre anni fa.
Io e Stefano, si continua a salire con fatica.
La slavina si stacca esattamente dove è prevedibile
che lo faccia, sulla parte più assolata e ripida
della parete, ora l'abbiamo sulla destra. Fa un sacco
di rumore, imbucandosi esattamente nel budello che ho
attraversato sempre in velocità e coi sensi all'erta.
Ci fa trasalire, ci giriamo e la vediamo smorzarsi quasi
subito sul largo e poco ripido pendio sotto la parete.
Ho provato un attimo, uno solo, di paura ed impotenza.
Non vedo Renzo, ma so che non era più lì
da un pezzo, se mai c'è stato. Anche se fosse entrato
nella forra, come penso, un eventuale distacco dovrebbe
essere veramente enorme per raggiungerlo. Sulla spianata,
la slavina non ha percorso che pochi metri. Mi rimane
il dubbio di ciò che potrà affrontare nel
fosso Mozzacarne e per questo motivo resto con un poco
d'ansia fin quando, più in alto, lo vedo salire
tranquillo sulla cresta. Saggiamente, ha trovato un modo
per traversare.
Intanto, superiamo i due muretti: il primo, Stefano, vero
artista del misto, lo supera direttamente mentre io mi
lascio prendere dal pensiero di cosa accadrebbe se dovessi
scivolare ed anche solo rompermi una caviglia, e preferisco
aggirarlo di due metri, in un punto dove almeno trovo
un poco di ghiaccio solido a ricoprire i sassolini semoventi.
Dopo una infinità di passi nella neve profonda,
dopo una moltitudine di momenti in cui ho arrancato nelle
impronte del mio amico, che non può far nulla per
farle più vicine data la neve, dopo diverse volte
in cui ho dubitato di poter venire fuori da un buco caricando
il mio passo sul terreno instabile, finalmente raggiungo
Stefano al sole della cuspide. Renzo è poco sotto
di noi che batte traccia sul pendio a nord. Ci sono due
persone in vetta, credo pensino che veniamo dal Laghetto
o giù di lì.
Per percorrere un itinerario diverso dal consunto canalone
di S.Lorenzo, sciamo in cresta fino alla sella sotto a
Palazzo Borghese e poi scendiamo il breve e ripido canale
sottostante. La neve è ancora molto bella nonostante
l'ora ed è un piacere correrci sopra. Poi, c'è
tutto il piano da attraversare, fino alla fonte, ancora
sommersa dai mucchi ammassati dalla ruspa.
C'è una grande allegria, ma ancora un attimo di
adrenalina ce lo provoca il fatto che non riusciamo a
trovare la Skoda nella moltitudine di auto degli sciatori.
In realtà la cerchiamo nel posto sbagliato: in
nostra assenza, è arrivato lo spazzaneve che ha
letteralmente raddoppiato lo spazio, cambiando i connotati
al parcheggio.
Poi tutti a festeggiare da Peppe, che ha riaperto proprio
oggi. Dialogo tra sordi: lui parla di volo, noi di sci:
ma in fondo tutti parliamo di adrenalina.
Come sempre,
resto sola. Devo passare del tempo fino ad ora di cena.
Anche se sarà difficile dovrò sforzarmi
di mangiare qualcosa pure a cena. Ho deciso che domani
scenderò il canale Centrale del Redentore, che
non ripeto da dodici anni a causa della poca neve sulla
parte bassa. Devo trascorrere il tempo e impedire alla
nostalgia e allo sconforto di prendere possesso della
mia anima spazzando l'allegria per la bella impresa di
oggi. Perché questi sentimenti, come un fumo venefico
che sale lento da terra e inghiotte ogni cosa, sorgono
su dal nulla, senza nessun motivo, e lievitano e sommergono
presto ogni altra cosa.
Non ha più nessuno scopo andare a controllare lo
stato dei salti sulla cresta del Galluccio, ma faccio
lo stesso un giro scavalcando Forca di Presta solo per
guardare la montagna prima che faccia notte. Così
mi accorgo che la Diretta alla Vetta conserva ancora una
lingua continua di neve che ne consente la discesa. Inutile
assillarsi ora con il dubbio se prolungare questa già
redditizia e faticosa spedizione fino a Lunedì:
ma nella testa c'è già un tarlo, sufficiente
per ammazzare la tristezza.
Ritorno a Castelluccio e parcheggio davanti al bar del
Capitano, mi metto a leggere in attesa che mi venga un
po’ di appetito. Quando decido che è ora
di trangugiare qualcosa a tutti i costi, mi accorgo solo
allora che hanno chiuso. Anche la Taverna è chiusa,
ma che succede stasera a Castelluccio? Tutto sommato mi
fa piacere andare a mangiare una pizza dai due simpatici
coniugi Ruffini a Pretare. Mi trattano in modo delizioso.
Risalendo, mi fermo a dormire sulla stradina del primo
tornante. Stelle. Il Carro sta proprio sopra la parete.