27 maggio 2008: morso da una vipera

 
Lo stradone di Passo del Fargno,
il tratto sul versante di Visso dove Blizzard
è stato morso dalla vipera.

   


26 maggio 2008. In una calda serata di primavera partiamo da casa diretti ai Monti Sibillini. Ho progettato di fare un giro in parte a piedi e in parte con la bici, che depositerò preventivamente in quota visto che per me la salita dello sterrato del Fargno su due ruote sarebbe troppo dura. Ho in mente invece di salire a piedi dal paese di Casali di Ussita per un sentiero che raggiunge la strada dove diventa quasi pianeggiante: da lì raggiungerò pedalando il passo del Fargno e poi spingerò la bici fino alla vetta di Pizzo Tre Vescovi, da dove un bel sentiero ci porterà, attraverso la forcella Angagnola, giù in val di Panico e di nuovo a Casali. Blizzard mi seguirà slegato, tranne che nelle vicinanze del paese dove c'è bestiame e dovrò tenerlo a guinzaglio.
Il progetto è proprio bello, non difficile, privo di pericoli, il tempo è buono e ho il giusto entusiasmo.
Arriviamo in serata a Casali, io ho cenato a Spoleto da mio padre. Mi fermo alla bella fonte poco dopo il bivio per fare provvista d'acqua poi saliamo a dormire in quota. Appena fuori dalla pineta faccio uscire Blizzard perché si sfoghi un po' dopo il viaggio. Io vado su piano con l'auto e lui mi precede. Lascia subito lo sterrato, attirato dai prati, corre, corre come un matto seguendo mille tracce ma non si allontana.
Parcheggio sulla piazzola dopo l'ultimo tornante, proprio sotto la cresta sud ovest di M.Rotondo, un belvedere affacciato sulla valle di Visso. Blizzard impazzisce, corre a perdifiato tutt'intorno, va su per la cresta: non lo vedo nella semioscurità ma lo sento ansimare! Torna presto, appena si calma lo faccio mangiare, poi entra nel trasportino e ci mettiamo a dormire, tutti e due nell'Astra. E' una nottata calda, l'estate è esplosa da neanche una settimana, anche quassù purtroppo.

27 maggio 2008. Alle 4.45 mi sveglia la prima luce, e il primo canto di allodola. Ho dormito poco, Blizzard si è agitato per il caldo nonostante tutti i vetri aperti. Tanto vale cominciare a muoversi, se partiamo prima soffriremo meno caldo.
Lascio libero il lupo che si fa un giretto lì intorno mentre io mi preparo e faccio colazione. Non scappa via, è sempre in vista. Gli do una colazione leggera, tanto penso che all'inizio lo terrò legato, poi lo faccio risalire e mi avvio verso il Fargno.
Sosta all'intersezione del sentiero che sale da Casali. C'è un unico alberello a cui incatenare la bici, molto scomodo, subito sotto la strada. Non è il massimo ma non c'è altro. I preparativi sono disturbati da un vento furioso. Blizz chiuso nel trasportino piange quando mi vede allontanarmi con la bici... ma sono solo pochi metri. La sistemo più nascosta possibile e torno da lui. Nascondo casco e ginocchiere e un litro d'acqua sotto al tombino di scarico della strada.

Faccio inversione e scendo a Casali. Circa alle 6:40 ci incamminiamo a piedi. Blizzard ha visto le pecore dietro la rete sotto la piazzetta della chiesa, ha cacciato un paio di ululati e ha sollevato una canizza in tutto il paese.
Su, di buon passo, col lupo legato alla corda. Facciamo i primi trecento metri di dislivello in circa 40', fino alla fonte. Che non butta. Ci contavo su questo rifornimento, l'ho sempre vista attiva. C'è un rubinetto senza la leva, armeggio un po' con le pinze della bici ma non c'è verso di aprirlo. C'è un'altra fonte subito sotto la strada, sempre che non sia secca anche quella. Sono senza acqua fino a lassù ma per lo meno non starò tutto il giorno con un solo litro, che per le esigenze di Blizzard è davvero poco.
Poco dopo la fonte slego il lupo. Ormai il paese con le sue tentazioni è sufficientemente lontano. Per tutta la salita si comporta bene, rimanendo in vista. Lo richiamo ogni volta che scantona troppo e lui ritorna, anche se non ha fame ed è poco interessato ai premi.

Salita faticosa. Il sentiero va su ripido sul pendio scosceso e ghiaioso. E poi finalmente siamo alla fonte superiore, all'acqua e a un po' di riposo. Siamo pochi metri sotto la strada, a poco da dove ho lasciato la bici. La parte faticosa e brutale è finita, da qui in poi comincia quella divertente. La giornata si annuncia sfolgorante, il vento darà un po' fastidio con la bici ma mitigherà il caldo. Quando riparto annoto mentalmente che l'ultimo tratto di stradina è pieno di orapi, dopo la discesa risalirò con l'auto per coglierli.

Sono da poco passate la 8:00 quando, recuperata la bici e rifatto lo zaino con tutto quello che avevo lasciato quassù, parto pedalando verso il Fargno. Siamo più o meno alla quota del passo, 1800 metri, devo solo pedalare per qualche km quasi pianeggiante su questo stradone largo e comodo poi di nuovo ci sarà da faticare per arrivare in vetta. Il lupo trotta di buon passo davanti a me. Si affaccia sul pendio, coda e orecchie ben drizzate e naso all'aria, fiuta nel vento odori che io non sento. Ogni volta che accenna a voler scendere, lo richiamo e lo faccio rimanere sulla strada: ho molto timore dei balzi rocciosi giù in basso, inseguendo una preda potrebbe precipitare. Quando saremo sopra Fosso La Foce, dove si passa sopra alle pareti, lo legherò, penso. I salti in realtà sono lontani, preceduti da prati abbastanza ripidi ma tranquilli e percorsi da sentieri, però mi preoccupo lo stesso e mi sento un po' paranoica.

Facciamo solo pochi metri lungo la sterrata. Qui, appena una settimana fa non si passava con l'auto per via della neve, è rimasto ancora un residuo sotto la ripa di monte. Il lupo è sempre pochi metri davanti a me, slegato ma è meno della lunghezza della solita corda. A un tratto lo vedo balzare, non lo richiamo neanche, sono tranquilla, penso che stia cacciando un'arvicola, cosa può esserci in mezzo alla strada a questa quota... poi lo vedo sollevare un serpente, neanche un attimo di dubbio su cosa sia, grido "lasciala! lasciala! è enorme!" ... mi precipito in avanti con la bici in mano, lui l'ha già lasciata e sta lì in piedi con l'aria un po' stupita, come per una gran brutta sorpresa. Ha una goccia di sangue sul pelo, provo ad illudermi che sia della vipera, che lui l'abbia morsa... ma presto, prestissimo, fa qualche passo e si stende spossato sul ciglio della strada, il veleno sta già facendo effetto.

Siamo lì, sul bordo dello sterrato. A tre o quattro metri, il serpente se ne sta fermo al centro della strada. La bici è lì accanto al rettile, più tardi la vipera ci passerà sotto per guadagnare il bordo della strada.
Ora, tutto è immobile, tranne il vento. Le montagne si stagliano contro il cielo con quei colori carichi della primavera appena iniziata. Sghignazzano. Anche il vento, sghignazza. C'è qualcosa di maligno nell'aria tersa tutt'intorno, lo sento con allucinante intensità, qualcosa che incombe ovunque, specialmente nel cielo azzurro così carico da sembrare falso. Sono sola, perché nessuno sentirà le mie grida di aiuto, ma non lo sono, c'è ovunque questa presenza maligna e incombente, un'entità che ora è paga del risultato. Rivivo le stesse sensazioni dell'Haas... una ripetizione rievocativa, talmente fedele da sembrare impossibile, lo stesso senso di un tradimento assurdo, per un fato crudele e beffardo, ineluttabile e senza un senso ... perché ancora una volta è successo l'impensabile...perché ho già dato, e anche molte volte... perché non c'è un minimo di giustizia ma un accanimento senza fine, perché, soprattutto perché, cosa c'entrava lui! perché colpire lui per colpire me...
Mi prende un'ondata di rabbia mostruosa, un odio infinito. Per un attimo, sto per uccidere, uccidere la bestiola indifesa ferma al centro della strada, su terreno aperto, forse ferita. Passa subito, questo odio mal indirizzato: il colpevole non posso ucciderlo, il diabolico creatore del meccanismo infernale, dell'immane tritacarne dentro al quale gli esseri viventi sono costretti a sbranarsi per sopravvivere, e a riprodursi, e produrre altra carne da macello... no, la vipera è incolpevole e non posso fare niente contro il boia infame che continua a sghignazzare divertito per il giochino di oggi... e che assurdamente mi sembra se ne stia davvero lassù dietro questo orribile cielo blu-carico, terso e indifferente.

Mi rendo conto che non ne so niente di come agisce il veleno. Le informazioni che ricordo sono del tutto inutili: dove dovrei tagliare, spremere, se non riesco neanche a trovare la ferita del morso. Ho dimenticato il coltellino, ma se lo avessi me lo potrei magari dare su una gamba per sentire almeno un dolore diverso. Le uniche immagini che mi vengono in mente sono quelle di qualche film, o documentario, ma non riguardano un cane morsicato da una vipera. Mi aspetto che lui muoia da un momento all'altro. Non morire, piccolino, te ne prego...

Alla fine, dopo aver perso almeno un quarto d'ora a disperarmi inutilmente e a domandarmi come portarlo giù magari caricandolo sulle spalle sopra la bici, faccio l'unica cosa sensata e chiamo il 113. E' il solo numero che mi viene in mente. Ho il dubbio che mi mandino affanculo, invece poco dopo mi richiama la Forestale. Stanno venendo.
Benedetti. E benedetti cellulari. Porteranno il cancro, e sti cazzi. Fateli, i ripetitori, fateli, fatene tanti, anche sulle cime delle montagne, magari al posto delle croci. Ma tutto questo lo penserò più tardi, con l'ondata di gratitudine per la Forestale, per il cellulare che avevo con me e per il fatto che ci fosse campo. Ora penso solo "fate presto, ve ne prego". Lo stesso pensavo in fondo all'Haas, quando, immobilizzata, sentivo arrivare il dolore fisico.
Blizzard sta steso e respira in modo quasi regolare, solo un po' affannoso. Ogni tanto fa un movimento e penso sia la fine, invece continua a respirare. Cerco di riparargli il sole, ma non c'è niente qua sopra, solo la poca ombra che posso fargli io.

Dopo un'attesa che mi sembra infinita, ecco apparire la camionetta della Forestale. Mi sembra eterno persino il tempo che impiega per salire lungo tutto il taglio della strada che posso vedere, e pure salgono a raffica. Faccio segnali. Li saluto come angeli benefattori. Gli unici veri angeli, se ci sono, sono umani. In pochi minuti caricano su tutto, me il cane e pure la bici. Hanno già allertato la veterinaria di Ussita.
Mentre scendiamo mi dicono che sono entrambi umbri, Marco di Assisi e Alessandro di Gualdo, e sono di stanza a Fiastra. Sono saliti attraverso la strada di Monte Coglia.
Dentro la camionetta che scende a tutta velocità sulle sterrato sconnesso, Blizzard ora sta seduto con l'aria stralunata, cerco di sorreggerlo perché non sbatta. Non mi guardo indietro... "un altro posto che ho amato molto", penso.

Poco dopo siamo all'ambulatorio, ma non c'è ancora nessuno. Mentre i ragazzi chiamano la veterinaria, che sta arrivando, mi incollo il cane e lo porto dentro il giardino. Ci sono gatti, e dentro una recinzione c'è una poiana che non ha più un'ala: che triste lo spettacolo di questa regina veleggiatrice ridotta ad una vita da pollame.
Arriva Noemi, che subito si prende cura di Blizzard. Poco dopo arriva anche Monica e sono in due ad affaccendarsi attorno a lui. Mi spiegano che il siero anti-ofidico viene procurato in Croazia in quanto in Italia non è più in vendita. Sugli umani provoca shock anafilattico, ma solo raramente nei cani, che oltre tutto essendo più piccoli di un uomo hanno conseguenze più gravi a seguito del morso.
Non lo iniettano subito: non sanno quanto veleno ha preso il cane, per cui Noemi aspetta fino a che può ma poi, visto che la bocca di Blizzard si sta gonfiando a vista d'occhio gli pratica il siero, in parte in vena e in parte intramuscolo.
Poi lo fanno uscire per fare la pipì, e presto lo rimettono sotto flebo. Mi rassicurano parecchio, dicendomi di aver salvato molti cani anche in condizioni apparentemente più gravi, in pratica tutti quelli che hanno curato. Mi illudo che il siero faccia miracoli e che se non bene il cane stasera starà per lo meno molto meglio: già il gonfiore sotto la bocca si è molto ammorbidito e un po' ridotto.

Col lupo lasciato in buone mani, risalgo a Casali accompagnata dai Forestali per recuperare l'Astra. Ci salutiamo, loro tornano per la strada del Macereto, io scendo giù alla massima velocità, torno in ambulatorio.
Nell'intervallo di pranzo, restiamo soli e ci ripariamo all'ombra in giardino. Restiamo lì nel caldo sonnolento e oppressivo del primo pomeriggio. Per qualche motivo che non capisco, Blizz non ne vuole sapere di stare nella più fresca anticamera dell'ambulatorio.
Ho un sacco di tempo per pensare. Penso a quante volte ho percorso lo sterrato, anche in primavera. In auto, in bici, non ho mai incontrato vipere sulla strada del Fargno, neanche le piccole ursinii. In effetti raramente ho incontrato vipere in tanta attività all'aperto, al punto che gli incontri avvenuti me li ricordo. E mai, di sicuro proprio mai, ho visto un aspide a quella quota: nei rari avvistamenti in quota, li conto sulle dita delle mani, si trattava di qualche piccola ursinii mimetizzata sui pendii, tra i sassi, mai così allo scoperto. Risale invece a tanti anni fa l'ultima volta che ho incontrato un aspide. Ne avrò viste in tutto tre o quattro in vita mia, nonostante attività come cercare funghi e asparagi mi portino a frequentare ambienti tipici di questi animali. Quante volte ho sperato di vederne una, per osservarla, fotografarla, dato che non ne ho paura. Un incontro con un rettile di quelle dimensioni avrebbe fatto la mia gioia in altre circostanze. Ma è successo oggi, non in altre circostanze. Come se il serpente fosse lì per noi, ad aspettarci.
Penso anche a quanto sia stato inutile, come al solito, essere prudente. Ho richiamato il lupo imponendogli di rimanere sulla strada, presa dal timore che una qualche traccia lo portasse troppo lontano, in luoghi pericolosi: è paradossale ma se lo avessi lasciato andare giù, sul prato, probabilmente non avrebbe visto il serpente mentre io, sulla bici (ancora più al sicuro del solito) lo avrei visto in tempo per impedire l'incontro con Blizzard.
E che faremo ora... se lui si salva, con che animo lo porterò di nuovo in giro, in montagna ma anche nei boschi di casa... che tipo di sicurezza può esserci, sciolto o legato che sia: se solo il cane è tre metri avanti a me, non esiste alcuna certezza che il suo muso non capiti addosso ad una di queste velenose e elusive bestiole senza che io la veda in tempo.

Cresce, cresce l'odio, per la vita, per tutto quello che ho intorno. Avevo spesso in testa la scena di Zabrisky Point, l'albergo covo del male che esplode, e esplode, e esplode ancora, e ciò che avrei voluto fare esplodere era il mondo intero... ora sono persino troppo stanca per le esplosioni e vorrei semplicemente poterlo cancellare con un colpo di spugna, il mondo, perché resti soltanto il nulla.
Vorrei che non ci fossero altre giornate in cui svegliarsi, da dover far passare... è un pensiero terribile, doversi svegliare al mondo ancora. Chiudo gli occhi e vedo un cancellino cosmico che passa su tutto lasciando il vuoto. Ma quando li riapro invece, altissima e imperturbabile in fondo alla valle domina la cima di Pizzo Tre Vescovi, dove avremmo dovuto essere adesso.

Passa un'ora infinita, tornano Noemi e Monica a scaricare cibo per le tante bestiole, anche selvatiche, di cui si prendono cura, poi vanno via di nuovo e passa ancora un'ora, ancora più infinita, prima che l'ambulatorio si popoli un po': arriva gente, tornano di nuovo le veterinarie, ci sono altri cani da visitare, poi a Blizzard viene fatta un'altra flebo.

Finalmente possiamo andarcene. Ho scoperchiato il trasportino perché Blizz possa avere più aria, tengo acceso il motore col climatizzatore al massimo per un bel po' prima di farlo salire. Ho com me già pronta la terapia da fare alle 20:00, tre siringhe con cortisone, gastroprotettore e vitamine, poi domattina dovrò portarlo all'ambulatorio Le Querce per fare altre flebo.
Viaggiando, ogni tanto mi fermo a controllare che respiri bene, che non abbia troppa bava. Si alza spesso e si gira nel trasportino aperto, ma una volta arrivati a Spoleto non vuole saperne di scendere. Sembra peggiorato. Non so cosa fare, lo lascio dentro col motore acceso, poi lo forzo un po' a scendere e lo lascio in garage dove è più fresco: più o meno ogni 10 minuti scendo a controllare. Il tempo di mangiare un boccone come purtroppo avevo promesso a mio padre... poi riparto per casa.
E' chiaro che Blizz non ce la fa più a camminare, quindi avviso al telefono Ulderico, il mio vicino di casa, che appena arrivo mi aiuta a scaricarlo. Prima di andare a dormire gli faccio ancora del cortisone. Secondo Noemi e Monica, la terapia dovrebbe bastare fino a domattina.

Durante la notte però, le cose invece precipitano. Verso le 3:00 Blizzard sta sempre peggio e si lamenta. Decido di portarlo ad un Pronto Soccorso, trovo su Internet il numero di quello di Viale Etiopia e li chiamo: il veterinario che mi risponde sembra molto professionale e competente, ed è categorico: il cane va messo in terapia intensiva.
Non me la sento di svegliare Ulderico e Dolores a quest'ora: con la forza della disperazione riesco a prendere in braccio i 27 chili di lupo e portarli su per la scala fino alla macchina: la schiena, la protesi, pazienza.
Poi una corsa nella notte. Il vet al telefono mi ha spiegato come arrivare prendendo la tangenziale est ma mi attende una brutta sorpresa: di notte, è chiusa, non si riesce a prenderla neanche a voler rischiare una multa. Non so che fare, impiegherei ore a trovare il posto di notte, senza nessuno a cui poter chiedere informazioni.
Per fortuna mi ritrovo alla stazione Tiburtina dove mi viene l'unica idea sensata: assoldare un taxi senza prenderlo. Un tassinaro indolente e scortese si fa seguire fino al n.16 di Viale Etiopia, dopo di che sono cazzi miei trovare la clinica: sono sul retro del palazzo, fortuna che avevo indicazioni chiare.

Il veterinario di turno, quello con cui ho parlato al telefono, è piuttosto brusco ma sembra competente, invece la veterinaria è dolcissima, comunque entrambi si prodigano con gli accertamenti: le analisi per ora escludono l'evenienza più grave, ossia che il sangue stia emolizzando per azione del veleno. Mi dicono però che questo pericolo non è scongiurato, può succedere per diversi giorni e che la percentuale di sopravvivenza di cani di grossa taglia morsi in questa stagione, quando le vipere hanno le ghiandole cariche, è solo del 50%. Per fortuna questa statistica non prevede il trattamento col siero, che quasi ovunque è introvabile. A tranquillizzarmi un poco però c'è soprattutto l'esperienza delle veterinarie di Ussita, che hanno una numerosa casistica di cani morsicati e trattano sempre col siero. Non smetterò mai di chiedermi come possa succedere che un farmaco efficace, che può salvare la vita a un cane, non sia reperibile e non venga usato.
Poi viene la parte peggiore: devo lasciare Blizzard in clinica e andare via. Penso che abbia bisogno di me, non vorrei mai che se dovesse andarsene fosse in quei momenti da solo. Vorrei restare ma mi cacciano.
Vado via a passo di lumaca. Il sonno e la stanchezza esplodono, finora mi sono retta per energia nervosa. Senza volerlo mi ritrovo, ora sì, sopra la tangenziale. Prima o poi mi arriveranno le multe per stanotte. Verso le 5:00 di mattina, mentre il mondo si sveglia, appoggio la testa sul cuscino e dormo un pò.

La clinica la conoscerò nei giorni seguenti. Piccola, un po' caotica, molto diversa dal lusso di Roma Sud. Però è vero che ci regna uno spirito animalista, come mi hanno detto appena arrivata. Due cagnette mal in arnese girellano tra i ricoverati e tra le gambe dei loro proprietari: Enfy, che ha l'enfisema, e Patata, a cui manca il tartufo, asportato a causa di un tumore. Vivono qui.
In due visite al giorno per tre giorni, conosco gente e storie di animali e umani. Il gatto investito, a cui devono asportare un rene e quello caduto da un balcone, il cane anziano col diabete, di una signora che ne ha altri 12. E soprattutto la canetta anziana, col pelo bianco ondulato simile ad un agnello, che sta morendo di insufficienza renale, per la quale la inconsolabile padrona inglese deve decidere l'eutanasia.

Blizzard migliora lentamente: la sera del primo giorno muove appena la coda quando mi vede, ma il giorno dopo comincia a mangiare con più appetito, anche se deglutendo con molta fatica, e esce anche un po' per una breve passeggiata in questo buco polveroso al fianco della tangenziale. Ha molta sete, passa il tempo delle mie visite a leccare la ciotola dell'acqua, l'arsura deve essere terribile.
La sera di venerdì, senza mai essersi troppo sbilanciati a dichiararlo fuori pericolo, finalmente i veterinari mi dicono che potrebbe anche uscire. Io sono combattuta, quasi preferirei lasciarlo visto che nel fine settimana non ho un ambulatorio aperto dove portarlo per eventuali emergenze.
Al termine dell'orario visite provano a rimetterlo in gabbia ma si agita e piange, non ne vuole sapere. Alla fine si convincono e me lo consegnano: il veterinario di turno scherzando dice che si è auto-dimesso. Dovrò portarlo alle Querce per controllare i valori epatici e tenere d'occhio il colore delle urine, per il solito problema ancora non scongiurato. Nei giorni seguenti saremo di casa in ambulatorio veterinario.
In questa giornata ho già fatto tre viaggi da più di un'ora, in mezzo a rallentamenti e ingorghi sparsi ovunque e che non è possibile evitare: Roma intera si sta muovendo per il week end lungo. Anche il ritorno non va liscio nonostante l'ora. Ma finalmente Blizzard è a casa.

Maggio 2008

© Germana Maiolatesi





Non so quanto questo episodio abbia influito sulla salute di Blizzard e sui problemi che ha avuto negli anni seguenti. I veterinari non mi hanno mai dato una risposta certa, non hanno mai fatto delle associazioni univoche. I problemi agli occhi (miosi, uveite) sono andati scomparendo col tempo per cui è ragionevole pensare che fossero in qualche modo conseguenze del veleno, o del siero. Non ho idea se la prostatite può essere stata causata dal morso dell'aspide o dalle successive cure, come non so se da questo sia dipeso il fatto che Blizzard aveva le pareti della vescica in cattivo stato, il che gli causava frequenti e dolorose cistiti.

Personalmente sono stata segnata dall'episodio in maniera profonda, in termini di perdita di quel poco di ottimismo e amore per la vita che avevo cercato di recuperare dopo i tanti episodi negativi vissuti negli anni: la perdita di mia madre a soli 60 anni, la lunga e penosa malattia e poi il suicidio di mio fratello, l'incidente del 2003… sono solo alcuni.
Per molto tempo ho avuto il terrore di camminare con Blizzard su un sentiero senza avere qualcuno davanti. Ho cercato di superare la paura perché la sua vita ne sarebbe stata condizionata in modo pesante e non aveva senso. Ma le paure peggiori sono quelle di tipo riflesso: la sensazione generalizzata che sia meglio non muoversi da casa perché dal mondo esterno può venire solo del male, un tempo mi era del tutto estranea e ormai mi appartiene intimamente.
Ho di nuovo lottato per combatterla e di nuovo gli eventi mi ci hanno precipitato dentro.

Adesso, dopo l'incidente che mi ha portato via il mio amico, ripensando ai due episodi mi assale tutto il senso di atroce assurdità di cui sono gravidi.
Nel 2008 per paura di abbastanza remoti salti di roccia l'ho condotto ad incontrare un serpente velenoso su una strada carrozzabile pulita dalla vegetazione. Due mesi fa per paura di forse improbabili vipere l'ho portato ad ammazzarsi su un piccolo e piuttosto lontano salto roccioso.
Io penso che ciò che ci accade sia del tutto indipendente dal nostro comportamento, e che non possiamo in alcun modo determinarlo o modificarlo. Per quanta attenzione mettiamo nel difendere la nostra sicurezza, o nel proteggere chi amiamo, il varco per la tragedia è sempre aperto: al momento sbagliato commetteremo l'errore fatale.
Non cerco una giustificazione in questo, chiamiamolo fatalismo: continuo e continuerò a sentirmi colpevole e a pensare che avrei dovuto evitare quanto è successo. E' di fronte al futuro che mi sento del tutto impotente, indifesa.
Del resto nella mia lunga carriera alpinistica ho visto personaggi al limite della totale incoscienza più volte graziati in situazioni mortali dove si erano andati a cacciare per totale insipienza, e persone prudenti e capaci che hanno pagato a prezzi altissimi un unico errore. Non mi interessa dei primi, ma provo rabbia e dolore per la sorte dei secondi... e sono parecchi.
Mi viene da pensare che se il denaro e il benessere sono distribuiti in modo dolorosamente ingiusto nell'umana società, ben più ingiustamente sono distribuiti fortuna e sfortuna, gioie e dolori in un contesto nel quale la volontà degli uomini e il loro operato c'entrano assai poco.
La società umana, ingiusta e imperfetta, è solo un modello in miniatura della crudeltà e dell'ingiustizia universale.

Luglio 2013

© Germana Maiolatesi