Con i miei occhi - 16.4.03 nel canale Haas-Acitelli

Gran Sasso d'Italia, Corno Grande, Vetta Orientale: nel canale Haas-Hacitelli, Stefano in discesa ormai alla fine delle difficoltà, poco prima dell'incidente. La neve è ancora perfetta, ma siamo al limite della nebbia.

 

Non è la prima volta che guardo dentro l’abisso e balzo indietro all’ultimo istante, ma non succederà di nuovo.
Con le montagne ho finito. Non ha senso. E’ follia, pura follia.
Pure, un barlume di luce resta. Lo conosco dall’infanzia, dalla prima esperienza della paura, mai dimenticata. Quei ricordi possiedono uno scintillio che non si spegne mai, per quanto terribili siano le cose che cospirano per estinguerlo.

Joe Simpson . Questo gioco di fantasmi

 

   

         Mi rimetto gli sci sulla rampa poco ripida sotto il breve pendio di misto. Ora che l’ho sceso con tranquillità, mi esplode dentro la gioia per la certezza di avercela fatta. Le corde sono rimaste nei sacchi come pure i chiodi e i corpi morti. Stefano supera a sua volta la piccola terminale, completamente innocua grazie alla neve ben consistente, e mi raggiunge. Abbiamo proprio sopra di noi un bel canale breve ed ampio, sovrastato da una parete concava striata di canne. L’ambiente è superbo. Siamo incantati . Riparto, la neve è perfetta. Costeggio le rocce verso destra per rientrare nel canale principale. Due o tre curve su neve più dura per via dell’esposizione a sud dove il sole non ha ancora scaldato abbastanza, poi di nuovo mi fermo ad aspettare Stefano in una piccola grotta, al riparo. Ma è tutto fermo, non cade una pietra o un frammento di ghiaccio.

Sono stata tutto il giorno felice. Lo sono stata per la partenza nella notte fredda e stellata, seguendo Stefano finalmente con un buon fiato, per il Carro che veleggiava sopra la nostra testa, per la piccola volpe confidente e curiosa che per un breve tratto ha trotterellato accanto a noi nel chiaro di luna. L’attraversamento di una ostile fascia di nebbia che spirava su dal Vallone dell’Inferno attraverso la sella ha di nuovo per un attimo annodato le mie viscere con quella tensione spasmodica che conosco bene, ma è durato poco.
Al Sassone schiariva un’alba diafana.
Si dissolverà, la nebbia, si dissolverà.
Poi il sole ha sparso macchie di luce sulle cime.
Ed ero felice, sopra la bella neve fredda del Calderone, e salendo all’Orientale e dentro ai colori accesi del mattino, sovrastando le ombre lunghe delle cime, e poi ancora scendendo, completamente tranquilla, il facile misto sopra alla forcella.
Sii felice. Sono entrata nel canale e lo ero ancora, del tutto. So che Stefano lo era quanto me.

Difficilmente mi è capitato in un’arrampicata dura, di provare gioia durante l’azione. Soddisfazione ed esaltazione alla fine di un tiro, quello sì, al massimo. Nello sci ripido, le prime curve sciolgono ogni tensione ed entro in una concentrazione assoluta che, in un modo tutto speciale, è carica di gioia. I tempi di attesa, se ci sono, sono brevi e non riescono ad interromperla, a incrinarla. E’ forse questo il motivo per cui questa attività che sembra folle si fa amare tanto.

Abbiamo superato il bordo tagliente della forcella e siamo entrati nel canale, in un delirio di sole e linee sfuggenti verso il basso. Poi, tutto mi è sembrato semplice. Il canale, ora che l’ho studiato da davanti risalendo verso la cresta di M.Aquila, non mi appare più come un salto nell’incognito. Ad ogni bivio, so dove bisogna andare per evitare le strozzature. L’unico passaggio delicato è l’attraversamento di una rigola ancora gelata e serve solo a togliermi un dubbio residuo sul percorso migliore: se mi fidassi maggiormente di quello che ricordo di aver visto da davanti, eviterei anche quello.
Siamo scesi come due padreterni.
Tutto ciò che abbiamo incontrato era molto sotto le nostre possibilità.

Arrivati al punto raggiunto con il precedente tentativo, togliamo gli sci e affrontiamo coi ramponi il breve pendio che mostra ghiaccio di fusione ma si lascia disarrampicare facilmente e ci porta ad atterrare sulla comoda rampa sottostante. Siamo felici. Ormai, ce l’abbiamo proprio fatta. Per male che vada, al massimo una breve calata in doppia può essere necessaria per raggiungere il facile canalone che sboccca in Valle Inferno. La nebbia più in basso non è compatta e si mantiene palesemente distante dalla parete, non ci darà problemi di visibilità.

Ripartendo dalla grotta attraverso il canale principale sovrastato dal budello che si percorre in salita e che siamo riusciti ad evitare. Mi sposto sulla destra, dove la neve è più molla. Curvo, poi con attenzione attraverso una rigola e curvo di nuovo, per fermarmi sopra l’ultima strozzatura. Come immaginavo, è ben raccordata, anche se troppo stretta da scenderla scalinando: non più di tre o quattro metri affatto ripidi e che non mostrano ghiaccio di fusione. Subito sotto, il canale è manzo, ampio e poco ripido. La visibilità si mantiene perfetta, la nebbia galleggia distante dalle pareti, solo è chiaro che più in basso ha impedito alla neve di ammorbidirsi: ma, su una pendenza così modesta, che problema può essere.
Grido a Stefano che è tutto raccordato, che siamo usciti. E’ un grido di trionfo, poi faccio una battuta sull’idea che avevamo avuto di evitare la strozzatura sulla sinistra.
Stefano riparte traversando a sua volta, poi salta per fare la prima curva. Sento un clang come di metallo che urta e lo vedo cadere in avanti. La scena è irreale, completamente assurda. Stefano non può aver sbagliato quella curva. Si infila nella rigola e mentre atterrita gli grido FERMATI FERMATI! mi passa davanti, in un attimo è sotto la strettoia, so che non si ferma più, non è più possibile, rimbalza più volte sempre al centro del canale finchè scompare alla vista.
Urlo, lo chiamo. Silenzio.
Urlo, del tutto fuori di me, NO, NO, NON E’ GIUSTO, e poi ancora il suo nome, ma nessuno mi sente, solo le pareti incombenti e un dio malvagio che era poco fa dietro le spalle di Stefano e ora sta sghignazzando nascosto dietro le mie. Un dio vigliacco che non ci ha voluti affrontare con le difficoltà ma ha potuto solo colpire alle spalle.
I miei pensieri sono accavallati, confusi, le mie decisioni hanno una razionalità e non la hanno. Penso di prendere il cellulare dallo zaino e chiamare il 118, poi penso che posso magari fare qualcosa per Stefano, o almeno dire al 118 in che condizioni si trova. Tolgo gli sci, li lego, calzo i ramponi e scendo velocemente la strettoia, poi penso che con gli sci sarò più veloce e li rimetto. Devo aver conservato qualcosa della mia efficienza ormai automatica se in tutto questo non mi scivola via niente sulla neve dura. Poi comincio a scendere più veloce che posso, più che altro derapando. Sporgono qua e là blocchi di neve indurita piccoli e grandi e la superficie del pendio è come una specie di glassa. Io non guardo gli sci ma solo giù, in basso, cerco di individuare Stefano. Sul pendio poco ripido, non sono affatto cosciente del pericolo. Dopo una grande curva del canale, comincio a vedere oggetti. Continuo a derapare guardando in giù, cercandolo con gli occhi, è questa la trappola che quel dio vile mi sta tendendo perché a un tratto sento gli sci bloccarsi e vengo catapultata in avanti.
30, 35 gradi, è normale che io cada e che non riesca ad adoperare le becche? Scivolo, prendo velocità, poi rimbalzo, in un lampo ho in testa mio padre, il mio gatto, penso “sono morta” e poi “ora so cosa si prova”, lo penso più volte, mentre avverto con precisione i rimbalzi violenti e i colpi che mi rompono le ossa.
Poi finisce. Sono ferma accanto a Stefano, in un punto dove, per la pendenza talmente lieve, neanche l’accumulo di una vecchia valanga ha potuto scendere ancora, e ci ha fermati.
Stefano. Riesco a guardarlo solo un attimo. Nessun dubbio. In fondo, lo sapevo da subito. Lo tocco, lo chiamo piano. Poi già devo reagire. Mi tolgo lo zaino, indosso il gore-tex, prendo il cellulare e chiamo il 118. C’è poco campo, scivolo più in basso, una piccola distanza che non potrò più percorrere al contrario, lasciandomi dietro lo zaino che potrebbe invece isolarmi dalla neve. Finalmente mi rispondono. Mi sentono male, non capiscono dove mi trovo. Chiedo del soccorso dell’Aquila, loro sanno dove eravamo. Non riesco a ricordare i nomi di persone che conosco benissimo. Poi ce la faccio a mandare un sms ai due amici di Roma che sanno dove sono, dice solo AIUTO, non riesco a scrivere altro.
Perdo un sacco di sangue dalla fronte e ho sempre più freddo. Vorrei risalire allo zaino che ho lasciato dietro di me ma le gambe non possono spingermi neanche un poco. Penso al mio caldo duvet di piuma, che non ho. Poi da chissà dove arriva giù un sasso, l'unico di tutta la giornata, e mi piglia dietro la schiena. Non sono ancora salva, no.

Quaranta minuti sono davvero pochi. Sapevo che erano pochi ma li avvertivo eterni. Quaranta minuti durante i quali come una demente ho continuato a chiamare il 118 ogni volta che il poco campo lo permetteva. Poi il rumore liberatorio dell’elicottero e finalmente Agostino accanto a me. Voglia di abbracciarlo.

Per molte ore, non sono riuscita a piangere.
Poi, il calore incredibile, pazzesco, degli amici, la solidarietà magnifica di conoscenti che subito amici diventano.
Il dolore fisico, tanto.
E finalmente un pianto caldo. Stefano. L’ho perso. Un vuoto che non potrò riempire.


Ho pensato, poi, più tardi, a cosa possa aver tradito Stefano su una pendenza talmente al di sotto delle sue possibilità. Ho pensato, per esempio, ai suoi scarponi leggeri, ormai vecchi, dei quali si era molto lamentato la sera prima.
Tutte cazzate. Perché dovrei andare a caccia di un suo errore, quando lo so, come è andata. Ed io? Ero efficiente, se ho scambiato gli sci coi ramponi due volte su neve dura senza che nulla, nulla mi scivolasse via. E so sciare su 35° senza guardare per terra anche se il terreno è gelato.

Lo so, come è andata. Il perché sia successo proprio lì, su difficoltà più basse di quelle che affrontavamo normalmente nelle uscite di allenamento. Nel momento del successo più grande.
Mi tornano in mente, senza che ci debba troppo riflettere, gli dei rissosi dei miti greci e romani. Quegli dei occupati a giocare con gli uomini come un bambino cattivo con il suo animaletto domestico. Erano, essi, gelosi delle conquiste umane e le ridimensionavano colpendo gli uomini a tradimento.
Allora, lo so, come è andata.
Tutta quella gioia, non ci poteva essere concessa.
Quel dio vile e meschino ne era invidioso.
Noi siamo stati, durante la nostra galoppata nella notte, durante il vortice incredibile e perfetto della discesa, noi siamo stati con la nostra felicità, con la nostra libertà, con la completa padronanza delle nostre azioni in quell’ambiente enorme e magnifico, solo per un poco, troppo simili a dei.

Aprile 2003

Germana Maiolatesi