Un giorno assieme - 10.3.01 i canali "ripidi" dell'Occidentale

 
Gran Sasso d'Italia, Corno Grande, Vetta Orientale:
la mattina di buon'ora Stefano risale il pendio del "Sassone" tra le fioriture della galaverna

 

   

        La strettoia della Direttissima in "secca", ridotta a poco più di un budello, incanala una intermittente grandinata di minuscoli ghiaccioli. Intorno a me le rocce incrostate da sontuose fioriture di galaverna si confondono nel grigiore un po’ minaccioso. Senza volerlo, senza averla affatto programmata, ora sto dentro alla mia catartica giornata solitaria di rabbia e di coraggio. Ha più o meno l'aspetto di quella di cui andavo rimuginando, per recuperare su di me la mia attenzione: io da sola ed una cosa difficile da fare.

Rabbia, però, non ne sento proprio. Neanche quella che intendo io, quella che ti fa fare le cose di slancio e a tutti i costi, rabbiosamente, appunto. Coraggio, forse, ce n'è voluto già, per imboccare nella nebbia il Moriggia irto di fioriture quasi come un istrice spaventato, e secco da fare tristezza, e non meno ripido del solito. Coraggio magari ce ne vorrà ancora: mentre supero la strettoia e perdo ogni contatto con Stefano mi viene da pensare a come mi sentirò tra poco, quando calzati gli sci sulla vetta per la seconda volta dovrò concentrarmi per le prime curve della Direttissima. Forse sono già un po’ troppo stanca?

Indugio su questo pensiero senza sentire nascere un filo di preoccupazione. Avverto una tranquillità profonda, strana, più simile a quanto si prova per un risultato già afferrato che al sentimento che deriva dal semplice sentirsi sicuri. Ma, nonostante questo, il senso di avventura se ne esce illeso. Leggerezza. Come se tutto fosse assolutamente uno splendido regalo, un sogno da vivere senza regole e senza alcuna costrizione. Non mi sento obbligata a fare ciò che sto facendo, ma so che lo farò e che sarà splendido, dal primo all'ultimo minuto. Questa giornata in fondo è davvero diversa da come la immaginavo, così poco programmata, venuta fuori quasi all’improvviso per un colpo di fortuna, ed io di sicuro diversa lo sono ancor più: la vivo ma non ne ho più bisogno.

In un tempo breve da non credere la montagna ha cambiato aspetto, indossando una grigia maschera minacciosa. La nebbia si infrange contro il mio stato d'animo senza modificarlo. Come non esistesse. Deve essere questo. "Wir setzen uns mit traenen nieder" canta nella mia mente, non mi abbandona neanche un istante. Deve essere per questo che mi sento così completamente serena. Oggi per tirarmi giù dalle stelle mi dovrebbero abbattere con la contraerea.

Una giornata nata quasi per caso. Con Stefano, è un po’ che non ci sentiamo, mi ha chiamato lui? l'ho chiamato io? Neanche lo ricordo. Poca neve in giro, sembra una buona idea salire in funivia e andare in cima. Quando dico "andare in cima" penso alla cima per eccellenza, quella più alta del mio Appennino. Sempre accuratamente evitata con il tempo così instabile, nelle stagioni passate. Questo inverno stronzo che inverno non è stato ha saputo almeno insegnarmi una cosa: molti dei fastidi e delle limitazioni del maltempo sono superabili e l'ostacolo principale è in buona parte psicologico.
Sono deconcentrata, quasi svagata: non penso che questa giornata concederà molto, ma sono convinta che salirò in cima con qualsiasi tempo e da lì scenderò comunque, da una qualche parte.

Cinque minuti di ritardo (ah! gli effetti della poca concentrazione) sono sufficienti perché la forestale prenda posto davanti alla stradina della biglietteria e mi impedisca di salire. Stefano naturalmente è su. Così, ci prepariamo senza esserci consultati, con un risultato tragicomico: io indosso l'arva e lascio nello zaino il materiale per le uscite invernali: due paia di pelli, la pala, i coltelli. Lui più attento di me non ha né arva né pala, in compenso ha preso il casco. Per fare cosa?!? Stefano non è proprio uno che gioca al ribasso.

Dopo il balzo in funivia, saliamo su nel sole. Una di queste brevi finestre che la stagione instabile concede mentre balla al ritmo delle perturbazioni atlantiche. Un cielo di cobalto, le rocce che brillano come cristalli, completamente rivestite da spettacolari infiorescenze di ghiaccio. Le pelli non servono praticamente a nulla, il terreno per salire all'attacco della Direttissima è piuttosto gelato e Stefano coi ramponi e gli sci al traino va molto meglio di me; faccio qualche bordo testardo e sofferto poi mollo e cambio assetto. Ci infiliamo nel canale che la galaverna ha trasformato in un incantato castello di vetro. C’è un sottile strato di neve fresca e il terreno mi sembra ottimo, la neve al sole si sta ammorbidendo quel tanto da diventare facile e sicura per le forti pendenze ... qualche progetto ora comincio a farlo, ma non mi assale quella solita ansia, quella fretta di quando ho un obiettivo. Passata però la strozzatura, che naturalmente è strettissima e accidentata, le cose peggiorano notevolmente e la superficie del pendio diventa piuttosto ruvida per le fioriture che ora sono dappertutto.

In cima, nel giro di minuti, pochi sbuffi di vapore lattiginoso ci si chiudono attorno. C’era da aspettarselo. Stiamo là sopra a scrutare l’imboccatura del Moriggia che appare accidentata e poco rassicurante, infiliamo gli sci, ci scherziamo sopra senza prendere nessuna decisione. Mi domando che effetto facciano sotto le lamine tutti questi funghi di ghiaccio. Sembrano piccoli penitentes andini. Stefano fa un paio di curve sulla pendenza tranquillizzante del primo tratto.
<<Come va? >>
<<Bene (per ora…)>>
<<Già, ma c’è tutto il resto…>>
<<Più in basso migliora!>> (Stefano non è uno che gioca al ribasso).
Si, lo so che migliora, ma quanto? Provo a curvare. I funghi sono morbidi, si frantumano, con un po’ di attenzione è possibile sciare senza rischiare che le lamine si impuntino bruscamente facendoci rovesciare. Fioriture a parte, la superficie è molto sicura, stabile, persino migliore del firn, che forma slavinette.
Stefano mi dice qualcosa mentre curvo, mi distraggo per una frazione di secondo e resto indietro, sento gli sci sfuggire in avanti e li riprendo a forza di quadricipiti. “Non parlarmi mentre scio!” penso, ma non dico niente, è un problema mio, non suo; mentre scio, devo piuttosto chiudere le saracinesche. La scarica di adrenalina invece è stata utile, ho capito che devo riaggiustare il mio baricentro nella posizione necessaria a questa pendenza.
Curva dopo curva scendiamo senza quasi aver deciso di scendere, finchè alla fine siamo in ballo ed è del tutto chiaro quello che stiamo facendo. Il canale si strozza e si riallarga opponendo difficoltà per il poco spazio più che per la ripidità, le sue linee sempre più sfuggenti si lasciano ingoiare dalla nebbia, che non dà tregua. Avverto ora molta concentrazione, persino un filo di tensione, la mia cattiva coscienza che brontola “ma sei matta, il Moriggia con ‘sto tempo…”.
Le do così poco retta che mi infilo nella strozzatura scalinando, nonostante sia chiaro che non è una buona idea: infatti, dopo due o tre metri, devo arrendermi all’evidenza che anche i miei sci non certo lunghi non ci passano. Sotto, c’è uno scivoletto abbastanza alto, ripido e tutto sghembo, da non farsi prendere l’idea di salire sulla roccia con le punte e con le code e vedere se va… Risalgo, neanche tanto, e su una pendenza di almeno 45° (quasi per sfida) mi dedico al cambio di assetto: togli gli sci, lega gli sci, prendi i ramponi, metti i ramponi. Almeno avessi la piccozza, potrei ancorarmi e assicurare il tutto. Niente. Stefano, più intelligentemente, fa la stessa operazione in un posto meno scomodo, poi a piedi sullo scivoletto viene giù disinvolto, veloce come un razzo.

Rimettiamo gli sci subito sotto la strozzatura, e a me è improvvisamente venuta una certa fretta. Se l’idea è nata adesso, o prima, o persino a casa (improbabile viste le premesse) non è chiaro, ma ora lo so, questa è la volta che concateno i canali.
Risaliamo sulla Direttissima, praticamente costretti a rifare la traccia: la slavinetta continua che scende dentro al canale colma ogni cosa. Sotto alla strozzatura, dobbiamo chiarire un equivoco: Stefano non pensava che volessi tornare su in vetta. Cerco di convincerlo, in fondo sono solo pochi metri, ma è preoccupato per le suoe ginocchia sofferenti e ha già fatto troppo se si pensa che è solo la quarta volta in stagione che mette gli sci!

Così, mi ritrovo ad arrancare da sola dentro al cunicolo. Lascio scivolare la musica dentro di me e mi sento perfettamente tranquilla. Mi dispiace che Stefano debba aspettarmi a metà parete, sentirà freddo, però non ero disposta a rinunciare. Uso tutta la mia efficienza per fare presto.
Il leggero disagio della solitudine in vetta, nella nebbia e col canale ripido di fronte a me, dura non più di qualche istante. Le prime curve sono fantastiche, il terreno qui è più liscio e la neve ideale. Curvo fino all’ultimo metro sopra la strozzatura, poi mi aspetta la solita manovra: togli gli sci, lega gli sci, prendi i ramponi, metti i ramponi…un successo, non fare cadere nulla.
Esco dal cunicolo e trovo Stefano accampato sotto le rocce, al riparo dalla grandinata di ghiaccioli che sciando incrementavo. Si è avvolto nel telo termico e ci scherza su.
Ci aspetta una sorpresa: da qui in poi, forse perché la nebbia è più fitta e filtra meno luce che in alto, forse perché è più sottile la spolverata di neve fresca, un rapidissimo fenomeno di rigelo ha trasformato la superficie in una bella lastra di ghiaccio sulla quale anche le mie lamine affilate sembrano poco efficaci… andiamo in cerca delle rade pezze di neve fresca che qua e là ci consentono una certa sicurezza.

Infine, sono davvero sola. Nessun dubbio sul fatto di risalire.
<<Faccio il Bissolati>> ho detto a Stefano. <<Ci vediamo dopo, a Fonte Cerreto>>. Ma quasi subito ho cambiato idea e gli ho detto di andarsene: non voglio sapermi aspettata, non voglio sentire fretta.
<<Ti telefono a casa quando scendo>>. Questa è l’unica precauzione e naturalmente un riguardo per lui.
Su. Penso di essere del tutto sola invece la grandinata più abbondante che mai dentro al canale mi fa presagire un incontro: infatti prima della strettoia incrocio due ragazzi che scendono, hanno il materiale di arrampicata e dicono di aver salito lo Spigolo. Ci salutiamo. Ora, non c’è più nessuno.

In vetta per la terza volta. C’è una specie di schiarita, parlo col tempo, scherzando gli chiedo un favore. Poi il Bissolati mi accoglie tappezzato di funghi giganti e ghiacciatissimi che si rompono con fracasso ad ogni curva trasformandosi in una miriade di biglie scivolose, mentre la nebbia già si richiude. Vuoi vedere che l’inoffensivo Bissolati, con la sua esposizione fredda oggi diventa l’osso più duro?
Ad un terzo del canale, dopo la strettoia alta, il Bissolati non oppone più resistenze. Quasi in apnea traverso verso il Tempio, del tutto convinta che sia maniacale andarsi a ricacciare nei casini adesso che ne sono appena uscita: scavalcata la crestina che sembra più affilata che mai, una nuova schiarita mi permette un incredibile colpo d’occhio del canale. La penuria di neve sembra renderlo vertiginoso. Sul lato destro, dove l’anno scorso ho sciato, dei giganteschi accumuli ormai di sicuro innocui formano una specie di gradinata che accentua la sensazione di pendenza. La leggera nevicata, qui, chissà per quale gioco del vento, ha tappezzato tutto rendendo la superficie liscia come un tavolo da biliardo.
Nessun ripensamento, comincio a curvare evitando il lato destro, tenendomi nel fondo. C’è una neve bellissima, che però non permette errori: troppo duro il fondo, troppo liscia la superficie per fermare una caduta. Ad ogni curva metto in moto una piccola slavina di polvere fredda e leggera.
La sciata adrenalinica ed entusiasmante si interrompe inaspettatamente sopra un salto. Mi ritrovo lì a studiarlo, stonata, perché non me lo aspettavo proprio. Sul Tempio non c’è mai stato il sospetto di dover togliere gli sci. Eppure, non c’è altro da fare. Togli gli sci, lega gli sci, prendi i ramponi, metti i ramponi… Ma anche a piedi, non è affatto facile. Calo giù gli sci facendoli appoggiare a metà della paretina e, facendo attenzione a non inciampare sul cordino, cerco di trovare il punto debole per superare un primo gradinetto. Dopo qualche minuto sono ancora lì che faccio tentativi, sentendomi terribilmente imbranata e gettando occhiate al canale che fra breve dovrò risalire; fino a quando, forse pensando allo scorno di questa risalita, trovo il modo di accucciarmi moltissimo, fidandomi della leggera becca del bastoncino appoggiata al sottile ghiaccio sul bordo, in modo da spenzolare un piede finchè non tocca sotto. Apnea, equilibrio, poi senso di incredulità: mi capita spesso di passare quando ormai mi sembra di aver rinunciato. C’è ancora uno scivoletto da scendere, poi mi rimetto gli sci sotto alla roccia, come sempre in equilibrio precario. Uscire dal canale è senza storia, ma da un po’ la nebbia si è richiusa più fitta che mai. Un peccato non poter proseguire con lo Scrimone.

Mentre traverso in direzione della Sella cercando di non perdermi, una voce mi chiama da dentro la nebbia. Stefano mi ha aspettato! Mi sembra un gesto splendido e inatteso, tanto inutile per me e pesante per lui quanto bello e gradito. Assieme scendiamo in direzione della strada e risaliamo alla funivia. E’ tardi, siamo giusto in tempo per l’ultima corsa.

 

Marzo 2001

Germana Maiolatesi