La
strettoia della Direttissima in "secca", ridotta
a poco più di un budello, incanala una intermittente
grandinata di minuscoli ghiaccioli. Intorno a me le rocce
incrostate da sontuose fioriture di galaverna si confondono
nel grigiore un po’ minaccioso. Senza volerlo, senza
averla affatto programmata, ora sto dentro alla mia catartica
giornata solitaria di rabbia e di coraggio. Ha più
o meno l'aspetto di quella di cui andavo rimuginando,
per recuperare su di me la mia attenzione: io da sola
ed una cosa difficile da fare.
Rabbia,
però, non ne sento proprio. Neanche quella che
intendo io, quella che ti fa fare le cose di slancio e
a tutti i costi, rabbiosamente, appunto. Coraggio, forse,
ce n'è voluto già, per imboccare nella nebbia
il Moriggia irto di fioriture quasi come un istrice spaventato,
e secco da fare tristezza, e non meno ripido del solito.
Coraggio magari ce ne vorrà ancora: mentre supero
la strettoia e perdo ogni contatto con Stefano mi viene
da pensare a come mi sentirò tra poco, quando calzati
gli sci sulla vetta per la seconda volta dovrò
concentrarmi per le prime curve della Direttissima. Forse
sono già un po’ troppo stanca?
Indugio
su questo pensiero senza sentire nascere un filo di preoccupazione.
Avverto una tranquillità profonda, strana, più
simile a quanto si prova per un risultato già afferrato
che al sentimento che deriva dal semplice sentirsi sicuri.
Ma, nonostante questo, il senso di avventura se ne esce
illeso. Leggerezza. Come se tutto fosse assolutamente
uno splendido regalo, un sogno da vivere senza regole
e senza alcuna costrizione. Non mi sento obbligata a fare
ciò che sto facendo, ma so che lo farò e
che sarà splendido, dal primo all'ultimo minuto.
Questa giornata in fondo è davvero diversa da come
la immaginavo, così poco programmata, venuta fuori
quasi all’improvviso per un colpo di fortuna, ed
io di sicuro diversa lo sono ancor più: la vivo
ma non ne ho più bisogno.
In
un tempo breve da non credere la montagna ha cambiato
aspetto, indossando una grigia maschera minacciosa. La
nebbia si infrange contro il mio stato d'animo senza modificarlo.
Come non esistesse. Deve essere questo. "Wir setzen
uns mit traenen nieder" canta nella mia mente, non
mi abbandona neanche un istante. Deve essere per questo
che mi sento così completamente serena. Oggi per
tirarmi giù dalle stelle mi dovrebbero abbattere
con la contraerea.
Una
giornata nata quasi per caso. Con Stefano, è un
po’ che non ci sentiamo, mi ha chiamato lui? l'ho
chiamato io? Neanche lo ricordo. Poca neve in giro, sembra
una buona idea salire in funivia e andare in cima. Quando
dico "andare in cima" penso alla cima per eccellenza,
quella più alta del mio Appennino. Sempre accuratamente
evitata con il tempo così instabile, nelle stagioni
passate. Questo inverno stronzo che inverno non è
stato ha saputo almeno insegnarmi una cosa: molti dei
fastidi e delle limitazioni del maltempo sono superabili
e l'ostacolo principale è in buona parte psicologico.
Sono deconcentrata, quasi svagata: non penso che questa
giornata concederà molto, ma sono convinta che
salirò in cima con qualsiasi tempo e da lì
scenderò comunque, da una qualche parte.
Cinque
minuti di ritardo (ah! gli effetti della poca concentrazione)
sono sufficienti perché la forestale prenda posto
davanti alla stradina della biglietteria e mi impedisca
di salire. Stefano naturalmente è su. Così,
ci prepariamo senza esserci consultati, con un risultato
tragicomico: io indosso l'arva e lascio nello zaino il
materiale per le uscite invernali: due paia di pelli,
la pala, i coltelli. Lui più attento di me non
ha né arva né pala, in compenso ha preso
il casco. Per fare cosa?!? Stefano non è proprio
uno che gioca al ribasso.
Dopo
il balzo in funivia, saliamo su nel sole. Una di queste
brevi finestre che la stagione instabile concede mentre
balla al ritmo delle perturbazioni atlantiche. Un cielo
di cobalto, le rocce che brillano come cristalli, completamente
rivestite da spettacolari infiorescenze di ghiaccio. Le
pelli non servono praticamente a nulla, il terreno per
salire all'attacco della Direttissima è piuttosto
gelato e Stefano coi ramponi e gli sci al traino va molto
meglio di me; faccio qualche bordo testardo e sofferto
poi mollo e cambio assetto. Ci infiliamo nel canale che
la galaverna ha trasformato in un incantato castello di
vetro. C’è un sottile strato di neve fresca
e il terreno mi sembra ottimo, la neve al sole si sta
ammorbidendo quel tanto da diventare facile e sicura per
le forti pendenze ... qualche progetto ora comincio a
farlo, ma non mi assale quella solita ansia, quella fretta
di quando ho un obiettivo. Passata però la strozzatura,
che naturalmente è strettissima e accidentata,
le cose peggiorano notevolmente e la superficie del pendio
diventa piuttosto ruvida per le fioriture che ora sono
dappertutto.
In
cima, nel giro di minuti, pochi sbuffi di vapore lattiginoso
ci si chiudono attorno. C’era da aspettarselo. Stiamo
là sopra a scrutare l’imboccatura del Moriggia
che appare accidentata e poco rassicurante, infiliamo
gli sci, ci scherziamo sopra senza prendere nessuna decisione.
Mi domando che effetto facciano sotto le lamine tutti
questi funghi di ghiaccio. Sembrano piccoli penitentes
andini. Stefano fa un paio di curve sulla pendenza tranquillizzante
del primo tratto.
<<Come va? >>
<<Bene (per ora…)>>
<<Già, ma c’è tutto il resto…>>
<<Più in basso migliora!>> (Stefano
non è uno che gioca al ribasso).
Si, lo so che migliora, ma quanto? Provo a curvare. I
funghi sono morbidi, si frantumano, con un po’ di
attenzione è possibile sciare senza rischiare che
le lamine si impuntino bruscamente facendoci rovesciare.
Fioriture a parte, la superficie è molto sicura,
stabile, persino migliore del firn, che forma slavinette.
Stefano mi dice qualcosa mentre curvo, mi distraggo per
una frazione di secondo e resto indietro, sento gli sci
sfuggire in avanti e li riprendo a forza di quadricipiti.
“Non parlarmi mentre scio!” penso, ma non
dico niente, è un problema mio, non suo; mentre
scio, devo piuttosto chiudere le saracinesche. La scarica
di adrenalina invece è stata utile, ho capito che
devo riaggiustare il mio baricentro nella posizione necessaria
a questa pendenza.
Curva dopo curva scendiamo senza quasi aver deciso di
scendere, finchè alla fine siamo in ballo ed è
del tutto chiaro quello che stiamo facendo. Il canale
si strozza e si riallarga opponendo difficoltà
per il poco spazio più che per la ripidità,
le sue linee sempre più sfuggenti si lasciano ingoiare
dalla nebbia, che non dà tregua. Avverto ora molta
concentrazione, persino un filo di tensione, la mia cattiva
coscienza che brontola “ma sei matta, il Moriggia
con ‘sto tempo…”.
Le do così poco retta che mi infilo nella strozzatura
scalinando, nonostante sia chiaro che non è una
buona idea: infatti, dopo due o tre metri, devo arrendermi
all’evidenza che anche i miei sci non certo lunghi
non ci passano. Sotto, c’è uno scivoletto
abbastanza alto, ripido e tutto sghembo, da non farsi
prendere l’idea di salire sulla roccia con le punte
e con le code e vedere se va… Risalgo, neanche tanto,
e su una pendenza di almeno 45° (quasi per sfida)
mi dedico al cambio di assetto: togli gli sci, lega gli
sci, prendi i ramponi, metti i ramponi. Almeno avessi
la piccozza, potrei ancorarmi e assicurare il tutto. Niente.
Stefano, più intelligentemente, fa la stessa operazione
in un posto meno scomodo, poi a piedi sullo scivoletto
viene giù disinvolto, veloce come un razzo.
Rimettiamo
gli sci subito sotto la strozzatura, e a me è improvvisamente
venuta una certa fretta. Se l’idea è nata
adesso, o prima, o persino a casa (improbabile viste le
premesse) non è chiaro, ma ora lo so, questa è
la volta che concateno i canali.
Risaliamo sulla Direttissima, praticamente costretti a
rifare la traccia: la slavinetta continua che scende dentro
al canale colma ogni cosa. Sotto alla strozzatura, dobbiamo
chiarire un equivoco: Stefano non pensava che volessi
tornare su in vetta. Cerco di convincerlo, in fondo sono
solo pochi metri, ma è preoccupato per le suoe
ginocchia sofferenti e ha già fatto troppo se si
pensa che è solo la quarta volta in stagione che
mette gli sci!
Così,
mi ritrovo ad arrancare da sola dentro al cunicolo. Lascio
scivolare la musica dentro di me e mi sento perfettamente
tranquilla. Mi dispiace che Stefano debba aspettarmi a
metà parete, sentirà freddo, però
non ero disposta a rinunciare. Uso tutta la mia efficienza
per fare presto.
Il leggero disagio della solitudine in vetta, nella nebbia
e col canale ripido di fronte a me, dura non più
di qualche istante. Le prime curve sono fantastiche, il
terreno qui è più liscio e la neve ideale.
Curvo fino all’ultimo metro sopra la strozzatura,
poi mi aspetta la solita manovra: togli gli sci, lega
gli sci, prendi i ramponi, metti i ramponi…un successo,
non fare cadere nulla.
Esco dal cunicolo e trovo Stefano accampato sotto le rocce,
al riparo dalla grandinata di ghiaccioli che sciando incrementavo.
Si è avvolto nel telo termico e ci scherza su.
Ci aspetta una sorpresa: da qui in poi, forse perché
la nebbia è più fitta e filtra meno luce
che in alto, forse perché è più sottile
la spolverata di neve fresca, un rapidissimo fenomeno
di rigelo ha trasformato la superficie in una bella lastra
di ghiaccio sulla quale anche le mie lamine affilate sembrano
poco efficaci… andiamo in cerca delle rade pezze
di neve fresca che qua e là ci consentono una certa
sicurezza.
Infine,
sono davvero sola. Nessun dubbio sul fatto di risalire.
<<Faccio il Bissolati>> ho detto a Stefano.
<<Ci vediamo dopo, a Fonte Cerreto>>. Ma quasi
subito ho cambiato idea e gli ho detto di andarsene: non
voglio sapermi aspettata, non voglio sentire fretta.
<<Ti telefono a casa quando scendo>>. Questa
è l’unica precauzione e naturalmente un riguardo
per lui.
Su. Penso di essere del tutto sola invece la grandinata
più abbondante che mai dentro al canale mi fa presagire
un incontro: infatti prima della strettoia incrocio due
ragazzi che scendono, hanno il materiale di arrampicata
e dicono di aver salito lo Spigolo. Ci salutiamo. Ora,
non c’è più nessuno.
In vetta per la terza volta. C’è una specie
di schiarita, parlo col tempo, scherzando gli chiedo un
favore. Poi il Bissolati mi accoglie tappezzato di funghi
giganti e ghiacciatissimi che si rompono con fracasso
ad ogni curva trasformandosi in una miriade di biglie
scivolose, mentre la nebbia già si richiude. Vuoi
vedere che l’inoffensivo Bissolati, con la sua esposizione
fredda oggi diventa l’osso più duro?
Ad un terzo del canale, dopo la strettoia alta, il Bissolati
non oppone più resistenze. Quasi in apnea traverso
verso il Tempio, del tutto convinta che sia maniacale
andarsi a ricacciare nei casini adesso che ne sono appena
uscita: scavalcata la crestina che sembra più affilata
che mai, una nuova schiarita mi permette un incredibile
colpo d’occhio del canale. La penuria di neve sembra
renderlo vertiginoso. Sul lato destro, dove l’anno
scorso ho sciato, dei giganteschi accumuli ormai di sicuro
innocui formano una specie di gradinata che accentua la
sensazione di pendenza. La leggera nevicata, qui, chissà
per quale gioco del vento, ha tappezzato tutto rendendo
la superficie liscia come un tavolo da biliardo.
Nessun ripensamento, comincio a curvare evitando il lato
destro, tenendomi nel fondo. C’è una neve
bellissima, che però non permette errori: troppo
duro il fondo, troppo liscia la superficie per fermare
una caduta. Ad ogni curva metto in moto una piccola slavina
di polvere fredda e leggera.
La sciata adrenalinica ed entusiasmante si interrompe
inaspettatamente sopra un salto. Mi ritrovo lì
a studiarlo, stonata, perché non me lo aspettavo
proprio. Sul Tempio non c’è mai stato il
sospetto di dover togliere gli sci. Eppure, non c’è
altro da fare. Togli gli sci, lega gli sci, prendi i ramponi,
metti i ramponi… Ma anche a piedi, non è
affatto facile. Calo giù gli sci facendoli appoggiare
a metà della paretina e, facendo attenzione a non
inciampare sul cordino, cerco di trovare il punto debole
per superare un primo gradinetto. Dopo qualche minuto
sono ancora lì che faccio tentativi, sentendomi
terribilmente imbranata e gettando occhiate al canale
che fra breve dovrò risalire; fino a quando, forse
pensando allo scorno di questa risalita, trovo il modo
di accucciarmi moltissimo, fidandomi della leggera becca
del bastoncino appoggiata al sottile ghiaccio sul bordo,
in modo da spenzolare un piede finchè non tocca
sotto. Apnea, equilibrio, poi senso di incredulità:
mi capita spesso di passare quando ormai mi sembra di
aver rinunciato. C’è ancora uno scivoletto
da scendere, poi mi rimetto gli sci sotto alla roccia,
come sempre in equilibrio precario. Uscire dal canale
è senza storia, ma da un po’ la nebbia si
è richiusa più fitta che mai. Un peccato
non poter proseguire con lo Scrimone.
Mentre
traverso in direzione della Sella cercando di non perdermi,
una voce mi chiama da dentro la nebbia. Stefano mi ha
aspettato! Mi sembra un gesto splendido e inatteso, tanto
inutile per me e pesante per lui quanto bello e gradito.
Assieme scendiamo in direzione della strada e risaliamo
alla funivia. E’ tardi, siamo giusto in tempo per
l’ultima corsa.