Dedicato a un indimenticabile bandito
Io e lui, conquistatori dell'inutile




Blizzard, troppo breve il nostro tempo assieme, troppo crudele questo distacco. Il vuoto che hai lasciato è incolmabile, la parola vuoto non lo esprime affatto.
Con te ho perso un fratello, un amico speciale, capace di riempire la casa e la mia vita col tuo perenne sorriso, un compagno di cordata e di avventura.


Blizzard è entrato nella mia vita il giorno di S. Valentino del 2008, data profetica per il nostro rapporto. Proveniente dal canile di Furbara (S.Marinella), lo avevo visto una settimana prima, era fiero e indomito nel suo box e lo avevo scelto subito.
Lui non essendo puro, era diverso da tutti gli altri siberian. Aveva un carattere, un modo di fare e una bellezza tutti speciali, così speciali che non potevo non innamorarmene, e così è avvenuto infatti.
In seguito le tante vicissitudini passate assieme ci hanno unico ancora di più.
Il nostro è stato un rapporto alla pari: lui non si è mai sottomesso neanche per un attimo. Buonissimo, talmente volenteroso e generoso nel lavoro, impeccabile nelle difficoltà, affidabile quando il gioco si faceva duro, non ha però mai fatto nulla che io non lo abbia convinto a fare o che non gli andasse di fare.
Era un amico con cui concordare le cose, non uno schiavo a cui dare ordini.

Era maestro nel fare ciò che voleva: un guitto, un giullare, prepotente come un bambino nel chiedere, persino pestando i piedoni bianchi pelosi, ma sempre col sorriso furbo in quello sguardo intenso e buono.
Guascone coi suoi simili ma mai violento, l'ho visto picchiare duro solo se aggredito.
Le nostre passeggiate nei boschi di casa sono diventate col tempo completamente rilassate, a volte passavano due ore senza neanche il bisogno di richiamarlo. Aveva perso l'interesse febbrile per i cinghiali e si faceva bastare gli odori attorno ai sentieri, senza allontanarsi mai troppo.
In montagna era diverso, in montagna ritrovava la sua selvatichezza di lupo, la passione irrefrenabile per esplorare e cacciare. Per questo avevo ridotto al minimo i posti che ritenevo sicuri, selezionandoli con cura.

Per cinque anni ho impiegato tutte le energie possibili per immaginare ed evitare pericoli veri o presunti. Alcuni, ancora adesso a pensarci mi sembrano da ridere... solo che non lo erano.
Mille volte Blizzard è stato via a lungo, molto a lungo.. e, nell'attesa di un ritorno che poteva non esserci, mi sono sentita colpevole per averlo lasciato andare, per averlo lasciato libero di rischiare. E ogni volta che poi tornava, con quell'aria di chi si scusa ma si è divertito troppo, quando tornava da me morta di paura col suo sorriso sornione, pronto a sdrammatizzare, a ricomprare un mio sorriso con uno scherzo, allora mi sono sentita in colpa per aver dubitato di lui.
Mi sentivo in colpa quando lo trattenevo, mi sentivo in colpa quando lo lasciavo andare. Mi sentivo in colpa a lasciarlo a casa per andare da sola in posti che mi sembravano non adatti o pericolosi, salvo rimuginare poi per tutto il giorno che avrei potuto portarlo, che si sarebbe divertito e sarebbe stato bene assieme a me, senza rischiare proprio nulla.
I miei cinque anni con lui sono una storia di sensi di colpa.

Non ho mai capito veramente quanto contassi per lui. A volte talmente dolce e desideroso di contatto fisico, altre volte del tutto irraggiungibile, selvaggio, completamente indifferente.
Capace di una disperata felicità quando tornavo a casa dopo una assenza, capace di non guardarmi neanche, triste e imbronciato, quando andavo via e lo lasciavo a casa, con Shadi.
Pensavo di contare comunque molto per lui, anche se non ho mai saputo quanto. Faceva ad una amica le stesse feste che faceva a me ma non ne sono mai stata gelosa, e in fondo ero contenta che qualcun altro avrebbe potuto sostituirmi nel suo cuore... non si sa mai nella vita.
Di sicuro, lui era per me insostituibile, e ne ero cosciente. Ogni volta che in montagna mi mollava per ore a morire d'ansia con il cuore stretto, pensavo che il mio per lui fosse un grande amore non corrisposto. Poi tornava, ridendo. Era buono e schietto ma anche molto furbo e sapeva farsi perdonare. Se mi trovava triste e abbattuta, mi veniva vicino mogio e colpevole... ma se capiva che ero arrabbiata, faceva il buffone tenendosi a distanza e mi invitava al gioco, fin quando non era sicuro che fosse sbollita la mia rabbia.

Che fosse talmente esposto, anche questo lo sapevo bene. Mi pareva uno di quei personaggi di certi film tristi, quelli di cui ti innamori subito, da ragazzina ma anche più tardi, perché sono anime belle e leali, pulite, trasparenti, personaggi che ti sembrano indifesi nel loro idealismo, e capisci subito che sono predestinati, che finiranno male in quel fottuto film che somiglia talmente alla realtà, e stai per tutto il tempo solo ad aspettare che accada, col magone in gola e lo stomaco piccino.
Lui era esposto per come era ma anche per quanto lo amavo. Perché so da sempre, per esperienze sedimentate, che non posso amare niente e nessuno davvero profondamente e totalmente senza che mi venga tolto nel modo più brutale. E' il mio ruolo, io sto in quella parte lì dell'infame esperimento.
Io con Blizzard aspettavo il disastro dietro l'angolo: era così da dopo che fu morso dalla vipera. La vipera si materializzò dal nulla in un posto del tutto improbabile, in un momento del tutto inatteso, mentre io controllavo il cane pochi metri avanti a me, preoccupata in caso da tutt'altri presunti pericoli a cui avrei fatto fronte.
Lo sapevo, che si sarebbe ripetuto qualcosa del genere, e non potevo farci niente.
E io ho vissuto, da quando ho avuto Blizzard accanto, più o meno sempre con questa coscienza, e con la paura.

Blizzard invece non aveva paura di nulla, sembrava considerarsi immortale. Sapeva benissimo di non dover uscire dal bosco di casa, ma le poche volte che lo ha fatto, disobbedendomi, l'ho visto fermare le macchine in mezzo alla strada con un sorriso di sfida. La nostra è una piccola strada di campagna e le velocità sono modeste: prima che io lo adottassi però, so che ha provato a fare lo stesso sulle rotaie del treno, con un "pendolino".
Ho vissuto con l'angoscia di non poter prevedere tutto e di non essere capace di tenerlo prigioniero, di non volerlo tenere prigioniero. In fondo poi, il disastro poteva raggiungerci comunque…. poteva per esempio venire anche da una polpetta avvelenata, con lui al guinzaglio. Che possibilità avevo di prevederla ed evitarla?
Ho vissuto con l'angoscia e non è giusto: dovrebbe esistere un angelo custode, qualcuno che ti dà una mano, è pieno di persone che ce l'hanno. Se non per te stesso, almeno per chi ami e ti è affidato.

Blizzard è morto ma ha vissuto. Blizzard fuggitivo, Blizzard che nessuna motivazione per quanto forte, nessuno stimolo alternativo (neanche il cibo più ghiotto, neanche una cagnina in calore) ha mai potuto distogliere da una battuta di caccia o dalla sua voglia di libertà in un territorio vasto e inesplorato.
Blizzard, così simile alla me stessa di qualche anno fa… forse per questo me lo sentivo così vicino, così fratello.
Qualcuno avrebbe potuto impedirmi di fare alpinismo quando avevo 30, 40 anni?!?
Io e lui, conquistatori dell'inutile.

Blizzard, ti abbraccio, amico mio. Addio è una parola per chi pensa di rivedersi al cospetto di un dio che ci attende, e suona ridicola per chi sa che questo non è dato. Non esiste alcun ponte dell'arcobaleno, nessun paradiso per noi e per voi dove ritrovarsi e l'unica consolazione è che questa fottuta vita, il cui unico scopo è la separazione violenta, la perdita irreparabile di quanto più amiamo, prima o poi una fine ce l'ha per tutti. La vostra, che può essere molto più serena della nostra se solo non manca l'indispensabile, è così breve, talmente ingiustamente breve... la tua è stata un lampo di luce ed è finita in modo assurdo: proprio adesso che erano passati i dolori alla schiena, di nuovo eri pieno di forze, avevi ancora tanta voglia di correre ed esplorare.
Ora non hai più paura dei tuoni, non hai più nostalgia quando sei solo, non temi più di non vedermi tornare, non devi più subire inutili maltrattamenti dai veterinari... ma non puoi più correre sulla neve fresca e leggera dell'inverno, o esplorare il bosco autunnale o andare a caccia libero sui prati primaverili appresso a tutti gli odori del mondo.
Non rimpiango affatto di averti dato la libertà: come avrei potuto tenere al guinzaglio una creatura piena di personalità, fiero e nobile come sei stato? Che diritto ne avevo, come si può tenere in gabbia un'aquila? Ma mi stramaledico per non averti saputo proteggere, bastava così poco in fondo, bastava capire quell'attimo… o bastava semplicemente non salire affatto, essere altrove.
La mia parvenza di felicità è stata in questi anni unicamente il riflesso della tua. La mia passione per la montagna era solo una malattia residua, un virus non ben curato. Neanche la prima salita di una vetta inviolata sarebbe stata una soddisfazione minimamente comparabile al prezzo della tua vita e di questa separazione.
Stramaledico le montagne di tutta la terra e l'istinto che ho di salirci sopra, e stramaledico l'infame dio che tutti pregano, o chi per lui, lo sperimentatore, il vivisezionatore universale, che ha messo in piedi sto infame baraccone sporco di sangue e dolore, dove prepara trappole che mi è impossibile evitare.

Ora Shadi cammina triste dietro di me nel bosco di casa. Sembra non avere stimoli, come non ne ho io. Non ha parole per dirmelo ma a me pare chiaro che le manca il suo compagno. Infinitamente, irrevocabilmente… nonostante sia "solo" un cane. Siamo due sopravvissute.

Germana
Giugno 2013

Fin quando vivrò tu seguirai le mie orme, famelico e consumato dalla nostalgia, come anche io inseguo, famelica e consumata dalla nostalgia, orme invisibili. Noi due non riusciremo mai a fermare la nostra selvaggina
Marlen Houshofer


(spero che tu non debba seguirmi a lungo, amico mio)