Dedicato ad un indimenticabile bandito

 
Come tutti i grandi lui è morto ancora giovane, nell'euforia dell'azione.
Siamo noi mezze calzette che ci lasciamo scivolare in quella cosa immonda che chiamano vecchiaia senza saperci dare un taglio.
Come uno sfortunato conquistatore di vette himalayane, riposa sotto un cumulo di pietre bianche, in fondo a un nevaio.

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Furtiva come una ladra attraverso la strada con in mano il rotolo di rete e il palo, lo zaino in spalla e Shadi legata alla tracolla. Anche stavolta ho scavalcato la sbarra a S.Egidio, ed è sabato, c'è gente, se qualcuno mi vede farà domande...
La rete arrotolata è alta un metro e cinquanta e lunga due metri, farò presto a rimpiangere di non averne un metro in più. Il bastone di faggio, un manico da scopettone, è circa un metro e mezzo.
Shadi mi girella intorno per tutta la lunghezza del flexy delusa e intristita dal fatto di non poter correre in questo posto dove è sempre stata libera. Non mi sento di slegarla.
Attraversiamo la valletta sotto gli stazzi, è piena di orapi che non coglierò.
Quasi subito il terreno comincia a salire. Ci teniamo a sinistra dello sperone dove siamo scesi tre giorni fa, dove è successo tutto. Il terreno alterna sequenze di collinette e cucuzzoli a doline e canaletti ancora innevati. Mi arrampico su lentamente, senza fiato per la debolezza e per la paura di quello che troverò. Mi sono svegliata con l'ansia improvvisa di venire a controllare, venire a finire un lavoro fatto da sconvolta, forse con poca cura, con poco cervello. O era solo l'ansia di venirlo a trovare.
Intorno, come tre giorni fa, la giornata splende della stessa inutile luce implacabile da diamante, vestendo tutto di una bellezza ipocrita, fasulla. Vado su con fatica, appoggiandomi al palo e presto anche alla rete. Salire è lungo una quaresima.
Alla fine, col fiato sospeso, scavalco l'ultima forcella tra due coni pietrosi e entro nella comba glaciale superiore, un grande terrazzo ancora pieno di neve, proprio sotto la cresta principale. Ho puntato al piccolo canale innevato, visibile da lontano, dove Blizzard deve aver inseguito il camoscio per poi saltare sulle rocce e cadere e scivolare fino in fondo: sono arrivata appena pochi metri a destra del tumulo.
E' tutto a posto, come l'ho lasciato. Solo qualche mosca onnipresente turba la quiete e io rimpiango di non aver portato un forte insetticida. Anche il radio collare è sempre lì.
Lui è là sotto, vedo appena un orecchio.
Lego Shadi a un masso, mi guarda triste mentre comincio a lavorare. Stendo la rete, che è alta sufficientemente ma un poco troppo corta, poi comincio con i massi. Uno dei primi che sposto mi finisce su un dito schiacciandomi l'unghia. Per un po' non riesco a fare niente. Devo stare attenta a non farmi male subito o non potrò lavorare.
Dopo un po', il posto attorno è irriconoscibile e il tumulo è sempre più grande, la rete è del tutto scomparsa tranne che per la parte che sta sopra al massone che fa da schiena e in parte da tetto. La fermo con altri grandi massi appoggiati sopra e con delle fascette tirate attorno ad uno spuntone. Se avessi la mazzetta e qualche chiodo da roccia potrei fare ancora meglio. Tornerò... oh, sicuro che tornerò, col martello i chiodi e forze fresche per far crescere la piramide.
Infilo il bastone tra i massi, col filo di ferro ci ho assicurato in cima una stampella e una mia camicia colorata: terrà lontano gli animali. Poi altre pietre ancora, sopra e intorno.
Mentre lavoro mi guardo in giro. A tratti smetto, faccio silenzio e ascolto il vento e i rumori attorno. Canti di allodole e fringuelli di monte. Non ci sono camosci in cresta, nessun camoscio, come sempre. Quello, era lì per noi.
Per due volte smetto pensando che basti e mi pulisco con la neve le mani scorticate (qualche ferita da lavoro si è aggiunta a quelle autoprodotte con scarso successo) e per due volte ci ripenso e ricomincio a aggiungere pietre. Solo che ormai devo prenderle lontano. Fino a che lavoro, sono calma, ho uno scopo. Alla fine devo smettere. Appena un attimo a sedere e a guardarmi in giro. Il posto mi sembra sempre incomparabilmente bello. Maledetta la mia testa che me lo fa vedere tale, maledetta la montagna..
Scendiamo, senza un saluto. O forse si, ma senza una risposta.

Slego Shadi, non è giusto non concederle almeno un pò di libertà in questo che per lei è un paradiso. Lei corre, annusa, caccia le talpe, scivola felice sui nevai, scompare a tratti dietro le creste delle doline facendomi stare col fiato sospeso. Per me il paradiso è diventato inferno. Arriviamo assieme al furgone. Ora che anche questo è fatto, non c'è più alcuno scopo, resta solo il nulla, un abisso infinito di vuoto.




Con un sorriso compiaciuto, si gode il panorama da una terrazza di Cervara di Roma.

Per cinque anni ho impiegato tutte le energie possibili per immaginare ed evitare pericoli veri o presunti. Alcuni, ancora adesso a pensarci mi sembrano da ridere… ma so che non lo erano.
Mille volte Blizzard è stato via a lungo, molto a lungo.. e, nell'attesa di un ritorno che poteva non esserci, mi sono sentita colpevole per averlo lasciato andare, per averlo lasciato libero di rischiare. E ogni volta che poi tornava, con quell'aria di chi si scusa ma si è divertito troppo, quando tornava col suo sorriso sornione da me morta di paura, pronto a sdrammatizzare, a ricomprare un mio sorriso con uno scherzo, allora mi sono sentita in colpa per aver dubitato di lui.
Mi sentivo in colpa quando lo trattenevo, mi sentivo in colpa quando lo lasciavo andare. Mi sentivo in colpa a lasciarlo a casa per andare da sola in posti che mi sembravano non adatti o pericolosi, salvo rimuginare poi per tutto il giorno che avrei potuto portarlo, che si sarebbe divertito e sarebbe stato bene assieme a me, senza rischiare proprio nulla.
I miei cinque anni con lui sono una storia di sensi di colpa.

E pure, il nostro è stato un rapporto alla pari: lui non si è mai sottomesso neanche per un attimo. Buonissimo, talmente volenteroso e generoso nel lavoro, non ha però mai fatto nulla che io non lo abbia convinto a fare o che non gli andasse di fare. Era un amico con cui concordare le cose, non uno schiavo a cui dare ordini.
Era maestro nel fare ciò che voleva: un guitto, un giullare, prepotente come un bambino nel chiedere, persino pestando i piedoni bianchi pelosi, ma sempre col sorriso furbo in quello sguardo intenso. Guascone coi suoi simili ma mai violento, l'ho visto picchiare duro solo se aggredito.
Le nostre passeggiate nei boschi di casa sono diventate col tempo completamente rilassate, a volte passavano due ore senza neanche il bisogno di richiamarlo. Aveva perso l'interesse febbrile per i cinghiali e si faceva bastare gli odori attorno ai sentieri, senza allontanarsi mai troppo.
In montagna era diverso… in montagna ritrovava la sua selvatichezza di lupo, la passione irrefrenabile per esplorare e cacciare. Per questo avevo ridotto al minimo i posti che ritenevo sicuri, selezionandoli con cura.

   



Selvaggio, un lupo.


Fin dall'inizio, avrei desiderato avere un collare elettrico. Non puoi manco dirla una roba del genere, per quanto è "politicamente scorretta", rischi il linciaggio morale. E pure se lo avesse avuto al collo, invece di quell'inutilissimo radio collare che mi è servito a ritrovare il corpo, lo avrei salvato. Nessuno si fa venire in mente che un oggetto può essere usato in tanti modi diversi: io ci vedevo un dispositivo di emergenza, non certo un sistema di "addestramento". In mancanza, avrei voluto essere Roberto con la sua fionda (cosa impossibile!). Quante volte ho fermato Blizzard con una sassata, a rischio di prenderlo in testa. Ma non so tirare così bene… ed è difficile tirare sassi a un cane che corre in salita. Il collare elettrico, con cui facendogli appena un po' male avrei potuto fermarlo e salvarlo, è vietato. E invece è perfettamente lecito che un cane passi la vita in un box di cemento "a norma", con mangiatoia automatica "a norma", senza mai uscire per tutta la vita perché la stessa norma non prevede che abbia diritto a sgranchirsi su un prato almeno una volta a settimana… le necessità etologiche del cane, cosa gli faccia male o bene, i suoi bisogni essenziali, li hanno decisi e fatti diventare norma una massa di ipocriti che per lo più ci guadagnano. Con l'aiuto di qualche animalista talebano e imbecille.
Mentre mi stramaledico a vita per un errore che non potrò mai perdonarmi, stramaledico voi, legislatori in mala fede, animalisti ipocriti, esperti assortiti provenienti da scuole cinofile di opposte tendenze, ma tutte pronte a scoprire di volta in volta l'acqua calda o a inventare fantasiose teorie più o meno inutili e sempre propinate come dogmi. Super-esperti in chiacchiere, pronti a cavillare su sottigliezze di comunicazione, come se il cane non avesse vissuto 10.000 anni accanto all'uomo e non avesse fatto in tempo ad adattarsi e a comprendere il rozzo sistema di comunicazione che adopriamo con lui. Cacciatori di pagliuzze che non vedono le travi… Proprio come me che non ho i vostri titoli, non sapete nulla dei bisogni di un cane, dei suoi pensieri, dei suoi sogni... ma semplicemente perché non lo osservate e non ve ne frega un cazzo: l'animale di cui vi occupate e in cui volete tutto trasformare è un soldatino obbediente, rassegnato a guinzaglio e museruola perchè così pretende da lui il mondo "civile" e urbanizzato, che non conosce altro oltre al triste squallore del solito sguinzagliatorio. Un cittadino educato e rispettoso, anche lui "a norma". E' esecrabile il collare elettrico, molto meglio il guinzaglio perenne (di lunghezza a norma), e vivere magari in un giardinetto microscopico che ai vostri occhi ipocriti è così diverso dalla catena di una volta.
Blizzard è morto ma ha vissuto. Blizzard fuggitivo, Blizzard che non mi ha mai riconosciuto come capobranco (ma doveva davvero riconoscermi come capobranco?!? Chi dice di sì, chi dice di no… ma mettetevi d'accordo!!! ), Blizzard che nessuna motivazione per quanto forte, nessuno stimolo alternativo (neanche il cibo più ghiotto, neanche una cagnina in calore) ha mai potuto distogliere da una battuta di caccia o dalla sua voglia di libertà in un territorio vasto e inesplorato.
Un amico mi disse all'inizio che per certe cose non c'era niente da fare. Aveva ragione, naturalmente.
Provo ad applicare alla realtà vissuta con Blizzard le tante teorie che l'esperto di turno mi ha propinato e le trovo ridicole. Lui era lui. Fuori dai vostri schemi del cazzo.
Qualcuno avrebbe potuto impedirmi di fare alpinismo quando avevo 30, 40 anni?!? Io e lui, conquistatori dell'inutile.
Io a tenere lui a freno ci ho provato e lui ha fatto (tante volte) una pernacchia a me ... ma l'avrebbe fatta anche agli altri. Solo che io e lui l'abbiamo pagata.

Non ho mai capito veramente quanto contassi per lui. A volte talmente dolce e desideroso di contatto fisico, altre volte del tutto irraggiungibile, selvaggio, completamente indifferente.
Capace di una disperata felicità quando tornavo a casa dopo una assenza, capace di non guardarmi neanche, triste e imbronciato, quando andavo via e lo lasciavo con Shadi, senza portarli con me.
Pensavo di contare comunque molto per lui, anche se non ho mai saputo quanto. Faceva ad Olina le stesse feste che faceva a me ma non ne sono mai stata gelosa, e in fondo ero contenta che qualcun altro avrebbe potuto sostituirmi nel suo cuore… non si sa mai nella vita.
Che lui fosse per me insostituibile, questo era sicuro. Ogni volta che in montagna mi mollava per ore a morire d'ansia con il cuore stretto, pensavo che il mio per lui fosse un grande amore non corrisposto. Poi tornava, ridendo. Era buono e schietto ma anche molto furbo e sapeva farsi perdonare.




Momenti di relax e di dolcezza in casa.

Che fosse talmente esposto, lo sapevo in cuor mio. Mi pareva uno di quei personaggi di certi film tristi, quelli di cui ti innamori subito, da ragazzina ma anche più tardi, perché sono anime belle e leali, pulite, trasparenti, personaggi che ti sembrano indifesi nel loro idealismo, e capisci subito che sono predestinati, che finiranno male in quel fottuto film che somiglia talmente alla realtà, e stai per tutto il tempo solo ad aspettare che accada, col magone in gola e lo stomaco piccino.
Lui era esposto per come era ma anche per quanto lo amavo. Perché so da sempre, per esperienze sedimentate, che non posso amare niente e nessuno davvero profondamente e totalmente senza che mi venga tolto nel modo più brutale. E' il mio ruolo, io sto in quella parte lì dell'infame esperimento.
Io con Blizzard aspettavo il disastro dietro l'angolo: era così da dopo che fu morso dalla vipera. Lo sapevo, che si sarebbe ripetuto qualcosa del genere, e non potevo farci niente. La vipera si materializzò dal nulla in un posto del tutto improbabile, in un momento del tutto inatteso, mentre io controllavo il cane pochi metri avanti a me, preoccupata in caso da tutt'altri presunti pericoli a cui avrei fatto fronte. Si materializzavano così le minacce per noi, come le armi in mano ai cattivi di Matrix. Un'aspide enorme allo scoperto su una strada ad una quota assurda dove c'è ancora la neve, un camoscio dove non c'è n'è mai stati… è un infame bastardo lo sperimentatore che si occupa di me, ovvero questo è il suo ruolo e lo svolge abilmente.
E io ho vissuto, da quando ho avuto Blizzard accanto, più o meno sempre con questa coscienza, e con la paura.




Un lavoratore generoso, esperto e affidabile, impeccabile dove il gioco si faceva difficile.
Un compagno di cordata.


Blizzard invece non aveva paura di nulla, sembrava considerarsi immortale. Sapeva benissimo di non dover uscire dal bosco di casa, ma le volte che lo ha fatto, disobbedendomi, l'ho visto fermare le macchine in mezzo alla strada con un sorriso di sfida. La nostra è una piccola strada di campagna e le velocità sono modeste… prima che io lo adottassi però, so che ha provato a fare lo stesso sulle rotaie del treno, con un "pendolino".
Ho vissuto con l'angoscia di non poter prevedere tutto e di non essere capace di tenerlo prigioniero, di non volerlo tenere prigioniero. In fondo poi, il disastro poteva venire anche da una polpetta avvelenata, con lui al guinzaglio. Che possibilità avevo di prevederla ed evitarla?
Ho vissuto con l'angoscia e non è giusto: dovrebbe esistere un angelo custode, qualcuno che ti da una mano, è pieno di persone che ce l'hanno. Se non per te stesso, almeno per chi ami e ti è affidato.
Lo sperimentatore che si occupa di me invece, colpisce proprio chi amo, forse ormai non ha molte altre armi contro di me. E fa materializzare l'abisso in cui sprofondarmi daccapo proprio quando ho faticosamente terminato di risalire e comincio a rivedere uno squarcio di cielo e … di futuro. E' un test di resistenza. Vediamo quando è che ti spezzi, con quale sollecitazione. Non gioco più, non voglio più vedere alcun futuro. Mi sono già spezzata, devo pure trovare il modo per spegnermi del tutto.

Campo Imperatore è stato il nostro regno. Specialmente la parte alta, quando la strada è ancora chiusa, era il luogo dove mi sentivo più tranquilla. E pure, i contrafforti che salgono dalla provinciale fino alla cresta di Scindarella li ho percorsi sempre con i cani legati, dandomi della cretina per non trovare il coraggio di concedere loro fiducia. Ho amici che portano i cani ovunque: canalini ripidi coi ramponi, scialpinismo complicato… e anche Polifemo, il cane di famiglia di quando ero liceale, veniva ovunque con noi, sulle vette dolomitiche, su percorsi difficili.
Non sono complesse o esposte le creste di Scindarella, solo nella parte alta sono più ripide e contornate da piccole rocce sui due lati. Tanto bastava a farmi tenere i cani legati su quei tratti.
Scindarella poi è una piccola oasi stretta tra gli impianti di sci e la provinciale. Poco spazio tra luoghi antropizzati. Ci sono stata tante di quelle volte senza mai incontrare nient'altro che i gracchi e i fringuelli alpini. Dopo la metà di maggio, quando il caldo inizia a farsi sentire e ho paura che le vipere comincino a uscire dal letargo, il labirinto di doline sul lato esposto a nord era ancora un posto dove mi sentivo sicura con i cani slegati.
Sono gli ultimi giri possibili, gli ultimi momenti di libertà, poi viene la lunga estate da sopportare, da far passare nel meno peggio dei modi in attesa dell'autunno, che mandi in letargo le vipere e spinga a valle il bestiame. E così, fino a maggio vado là, fino alla noia, per liberare i lupi sulla piana: ma sempre mi prende il demone della montagna, che mi porta a desiderare di salire, di esplorare.
Quattro bei contrafforti salgono su dopo S.Egidio: i due più a valle li abbiamo percorsi in salita e discesa un anno fa. Il quarto è a ridosso degli impianti, forse troppo vicino ai piloni della seggiovia per essere piacevole. Mancava il terzo.




Il paradiso dei lupi... è diventato un inferno.


15 maggio. Era felice, Blizzard la mattina, partendo da casa. Si è inchinato con la schiena arcuata e ridendo ci ha invitato a muoverci, con quell'abbaio squillante breve e festoso, soprattutto rivolto a Shadi che sembrava non avere voglia.
Quando arriviamo su, la temperatura è ben più alta delle previsioni. Sarei voluta andare a Rionne a vedere il fiume color latte prima che la ghiaia della canala lo assorba ma ho paura delle vipere contro la costa esposta a sud e ricca d'acqua e di pietraie. Scavalco la sbarra a S.Egidio, assurdamente ancora chiusa, e risalgo col furgone il rettifilo. Qualche giorno fa, dopo aver parcheggiato alla sbarra, siamo stati costretti a lasciare in fretta la carrozzabile e immergerci tra le doline per non essere sfiorati dal traffico continuo di auto e moto sulla strada ufficialmente chiusa. Sono stanca di essere ligia in un mondo che se ne frega delle regole, giuste o assurde che siano.
Mi fermo al primo stazzo e libero i cani coi radio collari. Mi incammino senza meta verso il labirinto sotto Scindarella, c'è spazio sufficiente per fare due passi anche se conosco ormai ogni angolo e non ho più niente da esplorare.
Mi sento bene, e c'è proprio la cresta che mi manca sopra la nostra testa. Difficile tenere a bada il demone dell'esplorazione, anche perché non c'è un motivo serio per farlo: dovrò tenere i cani legati per un po', per troppa ansia e nevrosi, ma ci sarà tempo poi per farli stare liberi ancora, abbiamo tutta la giornata.

Per morbide gobbe saliamo fino all'ultimo testone brullo dopo il quale la cresta si impenna. E' retta da una spina dorsale di rocce sulla sinistra, modesti salti su cui non abbiamo bisogno di affacciarci. Sulla destra invece c'è solo ghiaione, in parte ancora innevato, la cresta corre al fianco della mia entusiasmante discesa in sci di aprile, niente di così ripido, forse il percorso sarà un po' breccioso e scomodo. Chiamo i cani, li lego e andiamo su.
Qualche impennata, brevi tratti di riposo, i cani sulla ghiaia si inerpicano bene, io scivolo un po' ma oggi ho energie. In poco più di mezz'ora sbuchiamo direttamente in vetta a Scindarella.
Sono contenta, è stato bello! Una piccola escursione inconsueta per le mie modeste mire attuali: salire, andar su verso una vetta su terreno sconosciuto, senza sentieri o tracce da seguire. Assurdo... ma ce l'ho nel sangue.




Legati alla croce di vetta di Scindarella.
E' l'ultima foto.


Non senti la montagna sghignazzare attorno, cretina? Non vedi la realtà sotto la messa in scena di questa specie di orrido Matrix?!? No, niente: mi guardo intorno e tutto mi appare reale e bellissimo, non avverto la lurida impostura che invece è. E la trappola è pronta a scattare.
Per la comoda cresta principale scendiamo verso il contrafforte che già conosco e che voglio fare in discesa. Tengo i cani ancora legati perché ho paura che sentano il bestiame dentro alla fossa di Paganica e vadano giù da quella parte… è lontano ma non si sa mai. Ci fermiamo un attimo a bere: dal S.Gregorio stanno salendo due persone, penso di incontrarle ma passano poco più in basso e ci evitano.
Poi cominciamo a scendere sul ripido prato del contrafforte. Anche se ci sono piccoli salti rocciosi su entrambi i lati il prato è largo e comodo: ho pensato di slegare i cani quasi subito, appena dopo essermi abbassata un po' perché non vedo come possano correre rischi. Invece a un tratto cominciano ad agitarsi. Hanno sentito qualcosa, Blizzard soprattutto smania e vorrebbe scappare. Rinuncio a slegarli e continuo a scendere, con difficoltà perché tirano forte e mi trascinano in giù, li trattengo a fatica pensando che è proprio una disdetta essere obbligata a tenerli sacrificati… cosa avranno mai sentito? Una volpe? Una lepre? Io non ho visto nulla.
E pure dovrei capire, dal comportamento di Blizzard dovrei sapere che si tratta di qualcos'altro, si agita troppo… ma non capisco proprio niente. Arriviamo dove la pendenza smolla, qui si può traversare a sinistra per entrare nel circo tra le due creste, quella che abbiamo salito e questa di discesa: è un bello spazio delimitato dove potremo girellare un po' tra le doline. I cani si sono calmati, tirano un po' sempre verso il basso e penso che una volta data loro la direzione, se li slego correranno in giù verso i prati, che sono per loro più interessanti di queste creste ripide.
Basterebbe aspettare ancora un po'… basterebbe prima traversare… basterebbe portarsi sotto i salti e i ghiaioni, difficili da risalire… basterebbe, forse… basterebbe, basterebbe…
Invece slego Blizzard che inaspettatamente schizza in su lasciandomi di merda, stupefatta. Non so perché, sciolgo anche Shadi, forse perché stiano assieme… avrebbe fatto differenza non lasciarla?
Richiami inutili… loro sono sordi e io ho solo in mano questo idiota fottuto rilevatore che non serve a fermarli.
Sconsolata, mi siedo. Sarà una delle tante fughe… non sono preoccupata veramente. Si tratta solo di aspettare, avere pazienza. Provo a mangiare un boccone di pizza, che non va giù affatto.
Pochi minuti, mi alzo e risalgo. Da più in alto col rilevatore li seguirò meglio. Mi segnala Shadi sulla destra (salendo), nella valletta dove volevo entrare, ad una distanza di mezzo km o poco più. Blizzard invece sembra essere più vicino, sulla sinistra, mentre mi alzo la distanza scende a 160 metri. Poi sento Shadi abbaiare … c'è qualcosa allora, e non mi piace affatto… Mi affretto in salita col fiato corto e il cuore in gola.
Lei è in cresta, si è fermata sopra un risalto e non si muove, non viene. Finalmente la raggiungo e si lascia legare. Stanno scendendo i due tipi di prima, un uomo e una donna, sono stranieri, chiedo loro se hanno visto un altro cane. Lei mi chiede se è pericoloso per loro (ma vaffanculo)… Mi dicono di aver visto una "capra alpina" fuggire verso la vetta di Scindarella, poi mi indicano qualcosa in basso sul nevaio a sinistra… io non vedo niente, solo un sasso sulla neve, o forse non voglio vedere. Ci sono impronte in un canaletto ripido innevato, per un cane non è difficile passarci, deve essere sceso da lì. Ma non mi fido del rilevatore e decido di tornare alla cresta principale, che ormai è vicina, per controllare le altre direzioni. Una volta su, il rilevatore impazzisce, non dà più una direzione certa.
Non resta che riscendere lo sperone fino in fondo e dove diventa più agevole seguire la direzione indicata dal palmare. Intanto, chiamo Blizzard e faccio la posizione: me lo dà sempre fermo… ha trovato delle ossa, sta mangiando qualcosa?!?
Appena possibile giro a destra e seguo la direzione che mi indica il palmare, tornando indietro e tagliando il pendio sotto la cresta. Lo vedo quasi subito. Immobile, abbandonato in fondo al nevaio. Corro, urlo.

E' lì, ancora caldo, ancora morbido, rilasciato come se fosse (come tante volte l'ho visto…) sotto anestesia. Pochissimo sangue, un canino spezzato, nessuna ferita… mi potrebbe anche venire il dubbio che sia vivo in un accesso di follia e infatti mi viene, ma Blizzard è morto, non c'è più. Accarezzarlo, abbracciarlo, non ha più senso. Sono morta.
Le cose che faccio dopo, vengono automatiche, come se qualcuno pensasse per me. Le faccio come se ci fosse fretta, non so neanche io perché, forse solo per non fermarmi a prendere atto. Ma in effetti solo fino a che è ancora morbido posso cercare di sistemarlo nel migliore dei modi. C'è un grande massone sul bordo del catino nevoso, su un lato è un po' sporgente. Non ci sono altre possibilità. Trascino Blizzard sul nevaio e lo sistemo sotto al masso, adagiato sul fianco, vorrei piegare le sue zampone per tenerle più compatte, più al riparo ma si stanno già irrigidendo. Gli tolgo l'inutile radiocollare e taglio con l'Opinel il filo della sua medaglietta che porterò via con me. Vorrei tagliare un ciuffo di pelo ma è difficile e mi pare di fargli un insulto.
Poi comincio a costruire un muro davanti e poi a mettere pietre sopra, in modo che non appoggino quasi su di lui. Continuo a urlare. Sono morta ma ho forza da vendere per lavorare. Mi mordo sperando di provare dolore, di riuscire a ferirmi… e continuo a mettere pietre. Poi dal basso arriva il tedesco. Mi offre aiuto a mettere pietre, gli rispondo che preferisco fare da me. Potrebbe forse aiutarmi a portarlo giù? Avrebbe senso portarlo giù? Quello comunque non me lo propone e io non glie lo chiedo. A me questa sembra una scena già vista, quasi come l'avessi in qualche modo vissuta in prima persona… una cerimonia avvenuta in qualche remota valle himalayana dalla quale una piccola spedizione non è in grado di recuperare il corpo di un amico caduto. Pietre bianche e bandiere di preghiera, per chi ci crede e per chi no. Nell'orrore, mi sembra la cosa meno brutta che ci possa essere, la cosa migliore che posso fare per il mio amico. Il tedesco mi gira le spalle e si incammina verso il basso.
Sono sola con le mie pietre.
Shadi si tiene in disparte. Ogni tanto mi ricordo di lei e la controllo. Se fa di allontanarsi la richiamo. Non so come la vive, non ho manco la forza di chiedermelo.
Solo dopo molte pietre ancora, alzo la testa per guardare il nevaio. Da qui è chiarissimo quello che è successo: deve essere sceso nel canaletto nevoso dove non correva rischi ma poi è saltato sulle rocce di lato per stanare il camoscio. Si vede benissimo l'impronta della caduta, una decina di metri?, e la lunga scivolata sul nevaio. Come mai ha scivolato tanto? E' talmente poco ripido… era ancora vivo? Ha provato ad alzarsi? Non me lo racconterà nessuno. Vorrei essere sicura che è morto sul colpo, che non ha sofferto.

Alla fine resta solo da scendere, incespicando con le gambe spezzate. Shadi mi segue triste, non prova neanche ad allontanarsi. Calpestiamo le fioriture nivali nelle doline e gli orapi freschi e lussureggianti nella valletta. Mi guardo intorno e mi sento morire al pensiero che lui non potrà più correre sopra a questi prati che ha amato tanto. E' questa la cosa più terribile.
E' solo l'inizio del calvario, dovrò guidare fino a casa, dovrò nutrire e accudire tutti gli altri che sono vivi, dovrò trovare il modo per avvisare mio padre… dovrò trovare il modo per vivere, o per morire.





Blizzard, ti abbraccio, amico mio.


Blizzard, ti abbraccio, amico mio. Addio è una parola per chi pensa di rivedersi al cospetto di un dio che ci attende, e non va bene per chi sa che questo non è dato. Non esiste alcun ponte dell'arcobaleno, nessun paradiso per noi e per voi dove ritrovarsi e l'unica consolazione è che questa fottuta vita, il cui unico senso crudele sta nel dolore per la perdita di tutti coloro che ami, prima o poi una fine ce l'ha per tutti. La vostra, che può essere molto più serena della nostra se solo non manca l'indispensabile, è così breve, talmente ingiustamente breve... la tua è stata un lampo di luce ed è finita in modo assurdo: eri pieno di forze, erano passati i dolori alla schiena, avevi ancora tanta voglia di correre ed esplorare.
Ora non hai più paura dei tuoni, non hai più nostalgia quando sei solo, non temi più di non vedermi tornare, non devi più subire inutili maltrattamenti dai veterinari... ma non puoi più correre sulla neve fresca e leggera dell'inverno, o esplorare il bosco autunnale o andare a caccia libero sui prati primaverili appresso a tutti gli odori del mondo.
Non rimpiango affatto di averti dato la libertà: come avrei potuto tenere al guinzaglio una creatura piena di personalità, fiero e nobile come sei stato? Che diritto ne avevo, come si può tenere in gabbia un'aquila? Ma mi stramaledico per non averti saputo proteggere, bastava così poco in fondo, bastava capire quell'attimo… o bastava semplicemente non salire affatto, essere altrove.
La mia parvenza di felicità è stata in questi anni unicamente il riflesso della tua. La mia passione per la montagna era solo una malattia residua, un virus non ben curato. Neanche la prima salita di una vetta inviolata sarebbe stata una soddisfazione minimamente comparabile al prezzo della tua vita e a questa separazione.
Stramaledico le montagne di tutta la terra e l'istinto che ho di salirci sopra, e stramaledico il merdoso dio che tutti pregano, lo sperimentatore, il vivisezionatore universale, che ha messo in piedi sto infame baraccone sporco di sangue e dolore, dove prepara trappole che mi è impossibile evitare.

Ora Shadi cammina triste dietro di me nel bosco di casa. Sembra non avere stimoli, come non ne ho io. Non ha parole per dirmelo ma a me pare chiaro che le manca il suo compagno. Infinitamente, irrevocabilmente… nonostante sia "solo" un cane. Siamo due sopravvissute. Sarebbe stato meglio avere un incidente catastrofico col furgone in autostrada e non sopravvivere nessuno dei tre. E i nostri poveri gatti? Gandalf il Grigio, il giovane micio che ho adottato per levarlo da una brutta situazione cinque giorni prima che morisse Blizzard, è diabetico e ha bisogno di cure... e gli altri, che faranno senza di me?
No, non vale la pena, davvero... non c'è niente da salvare, niente da ricostruire. Ho voglia di chiudere tutti i boccaporti e aprire il gas e poi accendere un cerino... noi tutti dentro. Nel farlo, vorrei portare con me qualche stronzo soddisfatto della sua vita. Magari lo farò davvero.

Fin quando vivrò tu seguirai le mie orme, famelico e consumato dalla nostalgia, come anche io inseguo, famelica e consumata dalla nostalgia, orme invisibili. Noi due non riusciremo mai a fermare la nostra selvaggina
Marlen Houshofer


(spero che dovrai seguirmi per poco, amico mio)

  

Maggio 2013

© Germana Maiolatesi